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E Dio dov’era?

Mercoledì 30 maggio, presso il dipartimento di filosofia dell’università Cà Foscari di Venezia, i professori Fabrizio Turoldo e Paolo Pagani, accompagnati dalla presentazione di Carmelo Vigna, hanno affrontato alcuni passi del libro di Hans Jonas Il concetto di Dio dopo Auschwitz. 

Come può avere origine il male, se Dio può ogni cosa?

È necessario, dunque, di fronte ad una tragedia come la Shoah, tentare di riconcettualizzare il concetto di Dio, in modo tale da poter “giustificare” l’esistenza di fratture e disgrazie che incombevano sulla Terra.

Il professor Turoldo si è incaricato di esplicare la possibile esistenza del male analizzando il pensiero del filosofo dal punto di vista di una corrente religiosa, la cabala, che lo ha fortemente influenzato, e per mezzo della quale sarebbe possibile dare una spiegazione razionale circa l’incapacità di Dio di evitare una tragedia quale quella dello sterminio che ha interessato direttamente la sua famiglia, da una parte, e tutto il popolo ebraico a cui apparteneva, dall’altra.

Grazie ad uno dei suoi due maestri, Rudolf Woodman, aveva ereditato l’idea di un nuovo mito creazionistico, proprio della dottrina cabalistica dello Tzim Tzùm, secondo cui l’universo costituisce il frutto di una contrazione divina. A differenza della teologia cristiana, infatti, Dio non crea gratuitamente il mondo per sovrabbondanza d’essere secondo un disegno che egli stesso ha la piena capacità di realizzare; Dio, al contrario, secondo questa dottrina, si ritrae per dare spazio all’uomo, affinché questi riesca, in maniera libera, a completare il suo progetto.

Dio, quindi, si inabissa e lascia all’uomo, con la sua totale libertà, la capacità di farlo riemergere: la sua sofferenza  non si concretizza in un determinato momento storico ma perdura.

L’onnipotenza divina viene rigettata da Jonas anche mediante un efficace ragionamento logico. Una potenza totale ed illimitata infatti contraddirebbe il concetto stesso di potenza: una potenza assoluta, che non incontri nessun tipo di resistenza, diverrebbe negatrice di se stessa, poiché negherebbe il rapporto di relazione verso ciò su cui dovrebbe agire. Sarebbe, insomma, una potenza priva di oggetto.

In conclusione, a Dio permangono gli attributi della bontà e della conoscibilità; in quanto all’onnipotenza, questa viene rigettata in favore di un’etica della responsabilità, per la quale l’uomo viene direttamente coinvolto nel progetto divino.

È evidente come il pensiero di Hans Jonas si distacchi dal valore che l’onnipotenza divina assume nella teologia cristiana e che costituisce un corollario della creazione. A tale proposito, la tradizione metafisica scolastica considera la potenza divina come motore fondante del libero gesto creazionistico, per il quale Dio non subisce nessuna perdita, ma al contrario, la sua onnipotenza acquista un valore attivo, privo di difetto. Il suo divenire e il suo essere nel mondo si sposa perfettamente con l’attributo proprio dell’immutabilità per cui egli ha già tutto in sé stesso.

Per questo il Male, di cui Jonas è diretto testimone, non può essere letto se non in relazione al Bene.

Male e Bene, infatti, non sono due termini fra loro contrari, quanto più referenti di pienezza e privazione. Il primo appartiene al secondo e non può esistere al di fuori di esso.

Che senso avrebbe, d’altronde, permettere la pena se non in funzione della giustizia?

Sara Roggi

[Immagini tratte da Google Immagini]

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