3 maggio 2014 lachiavedisophia

“Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria

Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria viene pubblicato nel 1764; è un saggio che ancora oggi si eleva a una delle basi più solide del sistema penale, grazie ad un’attenta analisi dei difetti delle legislazioni giudiziarie di quell’epoca e al tempo stesso al suo intento di avanzare possibili soluzioni per colmare lacune e ingiustizie dei vari sistemi penali.

Le leggi sono le condizioni, colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità. La somma di tutte queste porzioni di libertà sacrificate al bene di ciascheduno forma la sovranità di una nazione, ed il sovrano è il legittimo depositario ed amministratore di quelle; ma non bastava il formare questo deposito, bisognava difenderlo dalle private usurpazioni di ciascun uomo in particolare, il quale cerca sempre di togliere dal deposito non solo la propria porzione, ma usurparsi ancora quella degli altri.

Il punto di partenza dell’Opera di Beccaria è il “Contratto sociale” di Rousseau, da cui riprende le teorie basate sul concetto della convivenza comune: gli uomini, per uniformarsi alla comunità, sacrificano un parte delle loro libertà, rinunciando alla loro natura e attenendosi al rispetto di regole e leggi imposte. In cambio, viene loro garantita dall’autorità che sono chiamati a riconoscere nello Stato, una maggiore sicurezza e protezione.

Ma cosa accade nel momento in cui alcuni individui non riescono completamente a rinunciare alla loro libertà? 

Violano le regole, o meglio, le leggi imposte dallo Stato. Il sovrano, a questo punto, ha il diritto di punire; la pena è richiesta nella sua funzione prima di tutto sociale, ma il suo uso non deve mai essere tirannico, né tantomeno trasformarsi in abuso. Il sovrano deve occuparsi di salvaguardare l’utile sociale, non deve di certo agire secondo il proprio arbitrio o eccedendo nel commisurare pena e reato commesso.

La premessa posta da Beccaria lo porta ad avanzare la proposta di ostacolare l’oscurità delle leggi, di rendere pubblici i giudizi per non dar adito a sospetti di ingiustizia, di opporsi ai metodi di tortura e ancor più alla pena di morte.

Ma io aggiungo di piú, ch’egli è un voler confondere tutt’i rapporti l’esigere che un uomo sia nello stesso tempo accusatore ed accusato, che il dolore divenga il crociuolo della verità, quasi che il criterio di essa risieda nei muscoli e nelle fibre di un miserabile.

Sottoporre un individuo a pesanti torture non garantisce necessariamente l’emergere della verità; le sofferenze estreme portano a confessare qualsiasi crimine, anche senza averlo realmente commesso.

La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all’uomo anche nelle cose piú essenziali, ed accelerata dalle passioni.

Privare un individuo della vita è una pena che oltrepassa l’idea di contratto sociale, poiché nessun uomo sarebbe disposto a cedere la propria esistenza in cambio della convivenza comunitaria. Inoltre, questo tipo di pena non ha valore a livello sociale; è istantanea, si presume abbia molta meno efficacia rispetto ad una pena di tipo detentivo, che può invece fungere da esempio per l’intera comunità e lasciare la possibilità di recupero all’individuo.

Beccaria elabora, in maniera completamente innovativa il concetto che prevede il carattere laico della pena:

La giustizia divina e la giustizia naturale sono per essenza loro immutabili e costanti, perché la relazione fra due medesimi oggetti è sempre la medesima; ma la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una relazione fra l’azione e lo stato vario della società, può variare a misura che diventa necessaria o utile alla società quell’azione, né ben si discerne se non da chi analizzi i complicati e mutabilissimi rapporti delle civili combinazioni. Sí tosto che questi principii essenzialmente distinti vengano confusi, non v’è piú speranza di ragionar bene nelle materie pubbliche. Spetta a’ teologi lo stabilire i confini del giusto e dell’ingiusto, per ciò che riguarda l’intrinseca malizia o bontà dell’atto; lo stabilire i rapporti del giusto e dell’ingiusto politico, cioè dell’utile o del danno della società, spetta al pubblicista; né un oggetto può mai pregiudicare all’altro, poiché ognun vede quanto la virtú puramente politica debba cedere alla immutabile virtú emanata da Dio.

Crimine e peccato sono due concetti differenti: la pena non ha nulla a che fare con l’espiazione del peccato. Il reato emerge come fatto commesso contrario alla legge dell’uomo, il peccato ha a che fare con la sfera spirituale, un ambito interiore dell’individuo che ha a che fare col suo rapporto con la divinità e con il suo stesso animo. La violazione della legge non dovrebbe lasciare spazio ai motivi per cui è stata commessa; il peccato, invece, si dovrebbe rapportare agli aspetti più sensibili dell’individuo, portandolo ad analizzare la natura dei suoi comportamenti.

Un ultimo aspetto fondamentale del saggio di Beccaria è quello della prevenzione dei delitti, capitolo cruciale rispetto alla Sua opera.

Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà.

“È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione, che è l’arte di condurre gli uomini al massimo di felicità o al minimo d’infelicità possibile, per parlare secondo tutt’i calcoli dei beni e dei mali della vita”.

La prevenzione è importante per garantire una legislazione efficace; tanto più le leggi si configurano come chiare e di facile comprensione per tutti, tanto più saranno rispettate e temute. Lo scopo è quello di non moltiplicare il male, ma piuttosto di ridurre il crimine e il numero dei soggetti che lo compiono.

L’analisi di Beccaria costituisce un punto di vista razionale e radicato in questioni di utilità sociale per garantire una convivenza pacifica tra gli uomini. E’ stata criticata per il punto di vista fin troppo razionale e distaccato dall’elemento dell’umanità dell’individuo e non soltanto delle sue azioni. Eppure, in numerose occasioni, l’opera dell’Autore si configura in realtà come uno spunto per riflettere proprio sulla dignità della pena.

Essa non deve violare la sfera del rispetto per la persona; non può sradicare la natura, ma punire soltanto l’azione contraria alle leggi dello Stato.

L’uomo è fatto di carne e ossa, ma soprattutto di passioni; compie i reati per motivi che Beccaria definisce “sensibili”, li compie perché cede agli impulsi che non riesce a trattenere, perché torna al suo stato di natura selvaggio.

Educare alla legalità è lo scopo principale dello scritto di Beccaria, che si configura proprio come un primo passo per la riflessione sul concetto di pena e di criminalità, rapportabile a quell’epoca, ma confrontabile ancor di più, con il nostro tempo.

Perché leggere questo grande classico?

Non tanto per apprendere la struttura di sistemi che ci sembrano così “lontani”, quanto più per scoprirli estremamente “vicini”.

Cecilia Coletta

[immagini tratte da Google Immagini]

 

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