10 gennaio 2016 Francesco Fanti Rovetta

Aritmie, Bertolucci

Capita talvolta all’artista, per il concomitare di fattori eterogenei, di trovarsi sulla soglia di fama e onori meritatissimi senza potervi del tutto accedere e senza esserne completamente escluso. Questo è il caso di Attilio Bertolucci, poeta, critico e traduttore prolifico, che pur avendo rappresentato uno snodo fondamentale per un certo modo di pensare e fare poesia in Italia, è stato facilmente oscurato nel tempo.

Ha avuto in ciò un ruolo l’ideale esistenziale del poeta secondo la formula del larvatus prodest, avanza nascosto. O forse il grande successo dei figli, soprattutto di Bernardo, come registi – ricordo a proposito di quando, andato a cercare in libreria un libro di questo poeta, ricevetti dal personale sguardi obliqui al limite dello scherno, confondevo forse un regista con un poeta? Determinante per adesso è anche lo scarso interesse ministeriale per la poesia del secondo novecento, che s’attarda ad inserire nel piano di studi liceali.
La poetica di A. Bertolucci è fatta di un linguaggio semplice, al limite del fanciullesco, tesa a dire la realtà agreste in quel di Parma che, pur inchiodata a riferimenti topografici precisi, li travalica verso un’universalità prepotente; Baccanelli diventa paradigma del piccolo centro extraurbano alla meta del ‘900. Realtà questa che di li a pochi anni era destinata a ritrarsi tra i grigi fumi del “miracolo economico”.

Un unico manifesto esplicito e concreto della propria poesia si trova all’inizio della raccolta di prose Aritmie, con il nome di Poetica dell’Extrasistole. Qui Bertolucci gioca a miscelare elementi biografici e stilistici: così il cuore che già nella fanciullezza inizia a perdere dei battiti diventa sintomo, segno in carne ed ossa della poetica dal ritmo asimmetrico e irregolare, nelle stesse parole del poeta:

“Penso che il cardiopalmo che accompagnava il mio passo precipitoso e furtivo mentre andavo così pubblicando, puerilmente, i primi versi, non m’abbia più lasciato, che abbia anzi allora avuto origine, appunto gemello fastidioso e dolce del poetare: e l’un male forse non potrei cavarmi di dosso senza uccidere anche l’altro, che non ho deciso ancora se debba chiamar male, o no.”1

In questo senso la poesia non è solo la voce del poeta, ma la voce della vita del poeta, le tracce sul corpo lasciano profonde tracce sulla carta, e la carta torna ad incidere sul corpo, in circolo. Un bambino registra un ritmo cardiaco anomalo quando, solo con la penna in mano, tenta una poesia, la poesia assorbe la musicalità “malata” del cuore del poeta e la fa suonare, confermandola sulla carta. Un cardiogramma di parole.

“Lo dimostra la benedetta sospensione dell’extrasistole, nel verso come nel cuore: salutare avvertimento sul fatto che morte e perfezione sono una cosa.”2

Francesco Fanti Rovetta

[Immagini tratte da Google Images]

NOTE

1 La descrizione fu tanto precisa, che venne, curiosamente, ripresa anche dalla rivista “Federazione medica”, Bertolucci, Opere, Ed. Mondadori, Meridiani, pag 954.

2 Bertolucci, Opere, Ed. Mondadori, Meridiani, pag 957.

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