3 giugno 2014 Sara Roggi

Amartya Sen: il benessere oltre il PIL?

Lo scorso maggio l’università Cà Foscari di Venezia ha avuto l’onore di far conoscere ai suoi studenti il professore Amartya Sen, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1998 e considerato una delle figure fondamentali, nonché anello d’incastro, di alcuni campi di studio quali politica, economia e filosofia.

L’oggetto di alcuni suoi saggi, come Le disuguaglianze e Lo sviluppo è libertà, è il sempre più crescente bisogno di riorganizzare i nuovi sistemi economici in modo tale da realizzare un rapporto più equilibrato tra economia e politica che ristabilisca la centralià dell’essere umano.

Che rapporto esiste dunque tra il PIL e il benessere?

Il diciottesimo secolo, segnato dalla rivoluzione scientifica, ha fatto prevalere l’ésprit de géometrie pascaliano piuttosto che un ésprit de finesse; il benessere individuale viene fatto subordinare all’interesse collettivo e la verità inizia ad essere ricercata come qualcosa di calcolabile e misurabile.

Da questo momento in poi, l’economia diviene la scienza positiva del quantificabile.
Come scrisse Aristotele nelle Politica:

«Non si guadagna per vivere, ma si vive per guadagnare.»

Rovesciando i fini con i mezzi, tuttavia, si sono provocati i danni collaterali di una tragedia di cui oggi siamo spettatori.
Secondo la politica attuale, l’incremento del PIL pro capite, come unità di misiura fondamentale, è direttamente proporzionale all’aumento del benessere. Più un paese produce e guadagna, più saranno alte le probabilità di nuotare in un mare d’oro e di ricchezze.

Tutto ciò, se non fosse che i frutti del benessere economico non riescono ad essere assaporati dai più poveri, causando delle forti disuguaglianze non solo a livello locale, ma anche e soprattutto a livello mondiale.

È proprio allo scopo di realizzare una corretta distribuzione razionale delle ricchezze che Amartya Sen propone nelle sue politiche una nuova teoria delle capacità umane, che sia volta a rimettere al centro l’individuo, le sue qualità e potenzialità. A tal fine è però necessario sviluppare una politica pubblica che, partendo dal basso, dia l’opportunità ad ognuno di svilupparsi e autorealizzarsi come persona.

L’approccio delle capacità è quello che si propone più di tutti di migliorare la qualità della vita di ciascuno nell’obiettivo di lottare contro le ingiustizie e le disuguaglianze che si sono radicate in ogni società.
Riprendendo una delle massime kantiane, ogni individuo dovrebbe essere considerato come un fine, piuttosto che come un mezzo necessario all’incremento del benessere materiale di uno stato.

Ma che cosa intende Sen per capacità?

Le capacità non sono altro che una serie di libertà sostanziali, ovvero l’insieme delle opportunità che ogni individuo ha di scegliere,agire ed essere allo scopo di realizzare se stesso.
Per questa ragione questa teoria è strettamente connessa con la valorizzazione dei diritti umani. Affinché ognuno possa ritenersi libero di progettare la propria vita, la politica deve agire in modo tale da difendere l’uguaglianza collettiva, non frapponendo ostacoli ai diritti individuali e, di conseguenza, all’espressione della libertà di ciascuno.
Come sostiene Martha Nussbaum:

«Il fine dello sviluppo globale, proprio come il fine di una buona politica nazionale, è di mettere in grado le persone di vivere un’esistenza piena  e creativa, sviluppando il loro potenziale e organizzandosi una vita significativa e all’altezza della loro uguale dignità umana. In altre parole, il vero scopo dello sviluppo è lo sviluppo umano.»

Sara Roggi

[immagini tratte da Google Immagini]

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