18 luglio 2014 Giordana De Anna

“Ali spezzate”

È domenica mattina. Mi piace stare a letto a pensare, a ricordare. A casa ci siamo solo io e mio marito. I ragazzi ormai sono grandi, non abitano più con noi. Le lenzuola di seta. Mi è sempre piaciuto sentirle sulla pelle. Sono sempre stata una bella donna. Fin da giovane.  Capelli lunghi, biondi, ricci, folti. Occhi azzurri, grandi, espressivi. Bel fisico. Gambe lunghe e affusolate. Vita stretta al punto giusto. Mi piaceva guardarmi allo specchio. Stavo ore a fissarmi, a studiarmi. La bocca carnosa, scarlatta, a cuore. Un naso piccolo all’insù. Gli uomini impazzivano per me. Anziani, giovani, sposati, single, colti e meno colti. Erano tutti uguali. Chiunque fosse, appena mi vedeva, perdeva la testa. Io, naturalmente, mi lasciavo desiderare. Mi divertiva la cosa, per me era un gioco. Sentivo di poter far di loro ciò che volevo. Ancora oggi è così. Ancora oggi cammino per la strada sentendomi puntati gli occhi addosso. Sorrido sorniona. Testa alta. Cammino con un passo leggero ed elegante. Sono sempre stata molto elegante. Fin da giovane.

Avrei voluto fare la ballerina. Mi ricordo ancora il mio primo saggio. Ero in prima fila. Ero molto brava. Ero molto bella. Il body rosa mi donava, il rosa è sempre stato il mio colore. Non era uguale a quello delle altre bambine. No, il mio aveva dei ricami e delle perline. Era bellissimo. Tutte le altre bambine me lo invidiavano. Il tutù l’aveva fatto arrivare mamma direttamente da Mosca. Era professionale, come le scarpine. Non sbagliavo mai un passo, ero perfetta, impeccabile. Ho sempre avuto un fisico da ballerina. Mi piace mangiare sano. La mia pelle è lucente. È sempre stato così. Fin da giovane. E il mio viso. Dicevano che avevo una pelle di porcellana. Il mio viso non era mai stato invaso da uno solo di quei tanti ridicoli puntini chiamati brufoli. Anche adesso il mio viso è perfetto. Ho due figli meravigliosi. Il primo, il maggiore, è maschio. Mi somiglia molto. Ha i capelli color oro, gli occhi azzurri, grandi ed espressivi. La seconda invece è una femmina. Tutta suo padre. Capelli scuri, lunghi, lisci. Occhi verdi dal taglio orientale. Alta e longilinea. Tra loro hanno solo un anno di differenza. Sono molto uniti. I miei figli sono proprio come li avevo voluti, sono proprio come li avevo sempre immaginati. Mio marito e io siamo sempre stati molto innamorati. Lui giocava a calcio tutte le domeniche. Era il più bello. Era il più bravo. Eravamo destinati a stare insieme. Un gol. Un esulto. Uno sguardo inaspettato. L’amore. Da lì non ci siamo più lasciati. La nostra casa è bellissima. È classica, elegante, proprio come me. Proprio come noi. Abbiamo deciso insieme ogni cosa: i colori, i tessuti, i materiali.  Non siamo venuti ad abitarci fino al giorno in cui non ci siamo sposati. Oh, ricordo quel giorno.

Era un sabato di maggio, il sole scaldava quel tanto da non risultare fastidioso, nel cielo non c’era neanche una nuvola. Il mio vestito era bellissimo. Me l’ero fatto fare su misura da uno stilista. Sembravo una vera principessa. È stato definito il matrimonio più bello del secolo. A metà festa io e mio marito siamo scappati. L’aereo partiva. La destinazione mi era ignota; aveva organizzato tutto lui. Un piccolo regalo, aveva detto. Mi è venuta voglia di abbracciare mio marito. Tasto il letto. Non c’è nessuno. Sarà in bagno. Strano, non mi ero accorta che si fosse alzato. Vado a cercarlo, vado in bagno. C’è una donna di fronte a me. Una sconosciuta. È orribile. Mi fa paura. Chi è? Che ci fa in casa mia? Anche lei sembra spaventata e inorridita nel vedermi. Provo un senso di angoscia, di quelli profondi, di quelli che non ti spieghi. Mi porto una mano alla bocca. Lei fa lo stesso. All’improvviso è chiaro. Non ci sono capelli biondi, ricci e folti ma solo una matassa informe, sbiadita. Non ci sono occhi azzurri, grandi ed espressivi ma solo due buchi stanchi e vuoti. Il viso è scavato, smunto, segnato; il corpo è secco e fragile. Questa donna non ha mai avuto figli. Una volta ne aspettava uno ma suo marito, picchiandola, l’aveva fatta abortire. Non ne ha più potuti avere. Lei e suo marito non sono mai stati innamorati, o forse lo sono stati, fino a quando non si è trasformato in un mostro. Anzi, nel mostro. Quel mostro che beveva e la picchiava e che ormai non faceva neanche più lo sforzo per farsi perdonare.  È domenica mattina. Mio marito per fortuna non c’è, probabilmente è giù a cercare una birra. La prima della giornata. Sulla pelle sento la stoffa ruvida. Sento il corpo in fiamme, la testa pulsa. Vado in bagno e d’improvviso capisco ogni cosa. I sogni non durano molto, c’è sempre la realtà a cui rendere conto. E cado tutta d’un peso.

Si assiste, ormai quasi quotidianamente, a eventi tragici consumati in contesti familiari che vedono come vittime le donne. Ogni qualvolta che ciò accade ci si ferma a riflettere su come tale evento possa essere accaduto e se non si potesse evitare. E’ complesso darsi una risposta. Per estinguere il focolaio di tale tipo di violenza sarebbe indispensabile recuperare un linguaggio delle emozioni, con cui saper riconoscere e trattare i propri affetti, come base per relazioni adeguate e paritetiche.

Gli uomini che agiscono usando la violenza non sono in grado di vivere relazioni di reciprocità. Il loro bisogno è quello di dominare la donna, e lo fanno attraverso la sistematica demolizione di ogni sua sicurezza, annientandone la personalità, annientandone ogni anelito di vita. Ogni scambio comunicativo nella coppia sfocia in un conflitto che finisce per rendere la donna sconfitta e destabilizzata. Di fronte a tale situazione molte donne soccombono, muoiono giorno dopo giorno sempre un po’ di più fino a quando la resistenza e la capacità di opporsi e reagire vengono meno.La violenza psicologica e fisica subita nel contesto familiare è una ragnatela che viene tessuta gradualmente nel corso del tempo. Le donne vivono di paura che le immobilizza e impedisce di immaginare scenari diversi. Ritengo sia davvero importante riflettere sulla violenza poiché ne sono vittime molte donne, rinchiuse, nel loro dolore, tra mura che si fanno troppo spesse per riuscire a far passare il messaggio di sofferenza e la richiesta di aiuto, con le ali spezzate che impediscono di poter volare via.

Giordana De Anna

[immagini tratte da Google Immagini]

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