12 marzo 2018 Rossella Farnese

Al MAMbo l’arte incontra la rivoluzione

«Mosca ribolliva – del banchetto, del comizio, dello strillo degli editoriali: sulla primavera in ottobre e dell’ottobre in primavera; ribollivano i salotti; bruciavano di protesta anche i camini delle case; l’uomo al fronte alzò gli occhi: “Non si può vivere così […]”».

Queste parole tratte dal libro di memorie Tra due rivoluzioni (1934) di Andrej Belyj sono stampate su un pannello rosso in apertura della mostra Revolutja. Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky, visitabile al MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, fino al 13 maggio 2018.

In occasione della ricorrenza del Centenario della Rivoluzione Russa, Evgenia Petrova, Vice Direttore del Museo di Stato Russo, e Joseph Kiblitsky, hanno curato una mostra entusiasmante e irripetibile per ripercorrere quei giorni tumultuosi attraverso gli occhi di celebri artisti quali Kandinsky, Chagall, Malevich, Rodčenko, Serov, Filonov, Alt’man, Repin − autore della tela cover della mostra intitolata 17 ottobre 1905 −, foto d’epoca, video storici e i costumi di scena disegnati da Malevich per lo spettacolo teatrale Vittoria sul Sole, in cui comparve per la prima volta l’idea del celeberrimo Quadrato Nero, presente in mostra.

bologna-17-febbraio-2018-23-300x254Revolutja intende restituire il fermento culturale di quel periodo che, tra il 1910 e 1920, ha visto nascere a un ritmo incalzante associazioni di artisti e movimenti d’avanguardia, dal primitivismo della Venere di Michail Larionov (olio su tela 1912) al futurismo del Ciclista di Natal’ja Gončarova (olio su tela, 1913) o del Ritratto perfezionato di Ivan Kljun di Kazimir Malevich (olio su tela, 1923), fino al suprematismo del medesimo Malevich o di Ivan Kljun, amico e fedele seguace.

 

Il suprematismo, promosso da Malevich che nel 1916 organizzò l’associazione Supremus, si delinea come una nuovabologna-17-febbraio-2018-44-175x300 corrente dell’arte che permette senza narrazione di esprimere la propria interpretazione del mondo attraverso il ritmo e il colore e che distrugge il concetto di prospettiva, di “alto” e di “basso”, come si vede nella tela intitolata, appunto, Costruzione di colore n. 4 (1920) di Vladimir Stenberg o in Architettonica pittorica (1916) di Ljubov’ Popova, attratta dalle forme regolari da sovrapporre l’una all’altra per creare superfici pittoriche.

In Composizione non-oggettiva (Suprematismo) dipinto intorno al 1926 da Ol’ga Rozanova emerge una vera e propria “scrittura a colori”, termine adottato dalla pittrice stessa che si distingue sostanzialmente dal suprematismo di Malevich − legato a contenuti sacrali − per il suo caratteristico e irrinunciabile amore per il decorativismo.

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Nel lasciare l’ala dedicata al Suprematismo incontriamo le parole di Marc Chagall tratte da L’angelo sopra i tetti (1989): «La rivoluzione mi ha scosso con tutta la sua forza, impadronendosi della personalità, del singolo uomo, del suo essere, traboccando dai confini dell’immaginazione e irrompendo nel mondo sentimentale delle immagini, che diventano a loro volta parte della rivoluzione». Del sognante Chagall la mostra ospita un celeberrimo capolavoro, La passeggiata (1917), corredata dal verosimile commento di una singolare visitatrice, una bimba di otto anni di nome Elena: «È come l’amore: pensi di volare ma non stai volando. L’amore può cambiare tutte le cose. Si ama talmente tanto che cambia anche il mondo circostante. Nel quadro le cose hanno cambiato colore». Chagall tiene per mano la moglie Bella che si alza in volo come una sorta di angelo, a simboleggiare un amore che si libra al di sopra del trascendente verso una dimensione irrazionale. Nell’altra mano il pittore, che guarda sorridente verso gli spettatori, ha un uccellino a significare l’accordo del loro amore con la natura. Sullo sfondo un cavallo su un prato in un paesaggio placido, ai piedi dell’artista una tovaglia da pic-nic a fiori in un’atmosfera irreale e fiabesca.

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bologna-17-febbraio-2018-52-235x300Altro capolavoro della mostra è Sul bianco (1920) di Wassily Kandinsky, cui il bianco sembra simbolo dell’universo, di quel mondo da cui «non giunge alcun suono. Da lì proviene un grande silenzio […] Questo silenzio non è morto ma pieno di possibilità». Colori scuri, invece, e forme appuntite e aggressive dominano la tela astratta Crepuscolare (1917), che incarna il turbamento di Kandinsky per gli avvenimenti rivoluzionari, la paura e l’insicurezza per il futuro.

 

 

In uscita l’attenzione dello spettatore è catturata da un cartellone pubblicitario del film Partigiani Rossi realizzato da bologna-17-febbraio-2018-104-300x235Michail Veksler nel 1924: l’uso di forme geometrizzate non-oggettive, la composizione del testo con caratteri elaborati appositamente creano un tutt’uno che agisce sullo spettatore attraverso il colore e il ritmo. La Rivoluzione del 1917 era stata accolta come la possibilità di un rinnovamento non solo della struttura della società ma anche dell’arte che pullulava di nuovi movimenti artistici diametralmente opposti l’un l’altro: alla fioritura della Non Oggettività si contrapponeva un’arte subordinata alla realtà sociale e all’ideologia. Nacque così l’Istituto di decorazione che, nel considerare anacronistici i dipinti a cavalletto destinati all’interno delle case, si dedicava al cambiamento dell’ambiente che circonda l’uomo, elaborando schizzi per manifesti pubblicitari, vassoi, porcellane, stoffe e oggetti d’uso quotidiano con slogan, simbologia sovietica e testi di carattere ideologico. In occasione del primo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre Natan Alt’man e Vladimir Stenberg trasformarono la piazza del Palazzo con il Palazzo d’Inverno in uno spazio dipinto di rosso.

E in occasione del Centenario della Rivoluzione Revolutja nasce per raccontare tutto questo: «la fame, il freddo, il tifo, la mancanza del pane, del combustibile, dei vestiti», come si vede nelle tele algide e crude di Pavel Filonov, come Stacanovisti (1934-1935), come si legge dalle parole di Aleksandr Labas che in Ricordi (anni cinquanta del Novecento) continua: «La poesia e il romanticismo vivevano dentro noi stessi. Speravamo che sarebbe andata meglio e in tutto quello che ci circondava vedevamo i semi di questo futuro favoloso». Futuro favoloso che si intravede nel quadro di Il’ja Repin Che vastità! (1903) che avvolge lo spettatore in un’atmosfera alla Anna Karenina, futuro fiabesco e sognante nelle commoventi tele di Kandinsky e di Chagall.

 

Rossella Farnese

 

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