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Roald Dahl: Willy Wonka e la fabbrica del revisionismo

La fabbrica di cioccolato, Il GGG, Gli Sporcelli, Le streghe, Matilde, James e la pesca gigante: sono solo alcune delle storie che hanno accompagnato da ottant’anni a questa parte la crescita di milioni di bambini in tutto il mondo. L’autore è uno, Roald Dahl, scrittore indubbiamente eccentrico, dalla fantasia esuberante quanto la sua personalità.

La Roald Dahl Story Company, detentrice dei diritti dei romanzi, delle raccolte di racconti e di poesie e in generale di tutto il materiale mai prodotto da Dahl, è stata recentemente venduta dagli eredi dello scrittore a Netflix, il colosso delle piattaforme streaming on-demand in vena di espansione trans-mediale, e i risultati non hanno tardato a farsi notare. Non è di molto tempo fa la notizia che le prossime ristampe dei classici di Dahl saranno modificati da Puffin Books “per venire incontro alla sensibilità delle nuove generazioni”, con interventi mirati su termini considerati oggi esclusivi, offensivi, politicamente scorretti, che vanno dalla rimozione di aggettivi come “ciccione” e di sostantivi come “padre” e “madre” (sostituiti dal più neutro “genitori”) alla riscrittura di interi passaggi e all’aggiunta di nuovo materiale che addomestichi commenti troppo salaci o descrizioni irrispettose.

La questione non è certo trascurabile, e per più motivi: si pone intanto uno scomodissimo precedente nell’intervento sul lavoro di un autore scomparso, che non può certo dire la sua e che tra l’altro, a detta dell’amica e collaboratrice Amelia Foster, “avrebbe trovato ripugnante tutto ciò che oggi è politicamente corretto”. Secondo le leggi vigenti sul diritto d’autore, poi, l’opera di un autore è considerata un’estensione della sua persona, e la sua integrità va (teoricamente) tutelata come tale.

L’episodio tocca il cuore della cosiddetta cancel culture e ne evidenzia i suoi aspetti più problematici. Per quanto brutale, l’intervento è ben difeso da chi approva il modificare libri, ma anche film e testi musicali, per adattarli a un più avanzato e raffinato (?) senso morale, limando gli spigoli degli anni di origine, aprendo all’inclusività parole e concetti all’epoca non sufficientemente “evoluti”.

Opporsi a un’operazione di questo tipo, però, non è necessariamente un’istanza da conservatorismo fine a se stesso, casomai il contrario: saper riconoscere il bello nel diverso, il valore in ciò che ci è lontano per epoca, per geografia o per sensibilità, è la base di qualsiasi dialogo interculturale e di qualsiasi coabitazione “inclusiva” e “rispettosa”. Ci emozioniamo ancora con i versi dell’Iliade, anche se non viviamo più in una società guerriera come quella che ha ispirato i valori cardine dell’opera. Ci appassioniamo ai romanzi di Jane Austen, anche se le regole sociali sono fortunatamente cambiate. Possiamo immergerci nella lettura di Moby Dick anche se gli inserti “scientifici” sono al più risibili con le conoscenze di oggi, e seguiamo le avventure di Robinson Crusoe nonostante il notevole retrogusto colonialista.

C’è un episodio esemplificativo nel Mahabharata, testo sacro induista, che vede l’eroe Arjuna da solo nella foresta. A un tratto gli appare il mostro Navagunjara, una chimera composta da parti di animali diversi: spaventato, Arjuna solleva l’arco per colpirlo, ma nota poi che, tra le varie parti che lo compongono, Navagunjara ha una mano umana. Basta questo dettaglio per creare un ponte tra i due, terreno comune su cui ritrovarsi: l’eroe non uccide il mostro, che si rivela come una manifestazione di Vishnu, che lo stava mettendo alla prova.

L’incapacità di vedere il valore nell’altro-da-sé, di apprezzare il bello anche in sensibilità che ci sono distanti, di trovare un punto di incontro al di là di ciò che distingue, è un preoccupante segno dei tempi, segno del trionfo del narcisismo delle piccole differenze che frammentano la società in tanti microcosmi non comunicanti (con l’intento dichiarato, invece, di fare spazio a tutti). Cancellare il passato – o, peggio ancora, riscriverlo per far finta che la propria “illuminata sensibilità” sia sempre esistita – non è solo un’idea stupida e arrogante, è anche e soprattutto un colpo di mano totalitario e miope che impoverisce l’esperienza umana, che da sempre si arricchisce con il confronto e la compenetrazione delle differenze.

Di questo passo, si finisce solo con l’annientare quella stessa diversità che su carta si vorrebbe difendere.

 

[Photo credit Nick Sewing’s via Unsplash]

Giacomo Mininni

inquieto, contemplativo, curioso

Vivo da sempre a Firenze, non solo una città, ma un modo di essere. Sono filosofo morale, ma successivamente mi sono specializzato in filosofia delle religioni, e ho lavorato anni nell’ambito del dialogo interreligioso e dei progetti di collaborazione tra fedi e confessioni diverse. Sono felice padre di una bellissima bambina, che pur avendo poco […]

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