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Quando la genetica definisce dei limiti


Si chiama Patrick. Un’infanzia lasciata all’ombra di un padre violento e con una forte dipendenza per l’alcool. Prima l’orfanotrofio, poi dei genitori adottivi.

Lei invece è Susan e cresce con la madre fino a quando, all’età di diciassette anni, incontra quel fratello delle cui origini e della cui storia era sempre rimasta allo scuro.
Si incontrano, da sconosciuti. Niente li aveva veramente uniti; niente, fino al momento in cui Patrick, spinto dal desiderio soffocato di vent’anni di silenzio, decise di ricercare la donna che gli aveva dato la luce ma che, forse, non era stata capace di proteggerlo dalla violenza e dalle urla del dolore.
Sono passati vent’anni, vent’anni di domande prive di risposta. Vent’anni di un vuoto che nessuno avrebbe in alcun modo potuto colmare.
E poi, l’amore. Un amore nato all’improvviso, forse nemmeno da una luccichio di speranza.
Perchè, in fondo, è davvero strano in una società come la nostra poter anche solo pensare che un fratello e una sorella potrebbero innamorarsi l’uno dell’altra, passare il resto della loro vita insieme dopo il loro primo incontro, creare una famiglia come tutte le altre e avere perfino dei figli.

In una società come la nostra, tutto ciò potrebbe risultare scandaloso, una buona notizia da pubblicare in tutti i quotidiani, un buon motivo per incrementare l’audience e attirare l’attenzione di un pubblico povero che si accontenta con molta più facilità di rispondere a tabu come questi, piuttosto di reagire a quelli che sono i gravi problemi del mondo.

Patrick e Susan hanno stretto un legame indissolubile dopo la morte della madre e non si sono più lasciati. Hanno avuto quattro figli, due dei quali malati della sindrome di Dawn.
Dopo otto anni insieme, il loro amore è stato negato dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe che ha deciso per l’imprigionamento prima del fratello, poi di entrambi i coniugi perché il diritto penale tedesco condannerebbe a due anni di reclusione chi volontariamente, e quindi in modo consenziente, decide di avere un rapporto sessuale con il proprio fratello o la propria sorella.
Inoltre, i giudici si sarebbero appoggiati sui rischi di malformazione che i bambini nati da una relazione fondata sull’incesto potrebbero avere, dopo la nascita.

Ho avuto modo di approfondire questo caso durante il corso di filosofia morale e la mia reazione, come credo quella di molti lettori ed ascoltatori è stata l’incomprensione.
Come è possibile che un fratello ed una sorella, consapevoli del loro legame biologico, si siano innamorati e abbiamo anche deciso di avere dei figli, con tutti i rischi che ciò avrebbe potuto comportare?

Il vivere in una società che basa il quotidiano sul concetto di “normalità”, non potrà che far sorgere in noi domande come questa, costruite da un’inaccettazione di fondo che non permette né una risposta positiva, né una soluzione.
Anche perché in nome dell’amore non ci dovrebbero essere né soluzioni, né tanto meno reclusioni.
Troppo spesso confondiamo la biologia e la genetica, dove tutto torna, dove tutto è previsto e geometricamente calcolato, con i sentimenti, che nascono così, di punto in bianco, senza volerlo e senza controllarlo.
Lo sbaglio di questi due ragazzi è stato quello di lasciarsi andare e vivere quell’amore che l’infanzia gli aveva tolto, assaporare il significato della vita e il valore del vivere con l’altro.
Perché fino a quel momento avevano conosciuto solo il rumore della sofferenza e il bruciore di ferite ancora aperte.
Può essere un errore l’amore?Può essere considerato un tabu un legame nato tra due persone che nemmeno si erano mai conosciute fino ai vent’anni d’età?
Se non fosse per il mero dato biologico, la loro sarebbe stata una storia d’amore come tante altre, rispettate per ciò che sono riuscite a costruire, sorpassando ostacoli forse anche più alti.
Se non ci rinchiudessimo nella bolla nella “normalità”, potrebbe essere più semplice capire.
Capire che sia Susan che Patrick, prima di conoscersi, avevano vissuto due vite completamente diverse, così come lo sono state le amicizie, le scuole, le esperienze. Due vite che non avevano avuto nessun legame l’una con l’altra se non uno stesso cognome.
Un cognome che, secondo il diritto tedesco, gli impedirebbe di vivere il loro amore.
C’è chi si appella ai rischi di malformazioni che i bambini nati da una relazione nata tra membri di una stessa famiglia potrebbe provocare. Tralasciando tuttavia il fatto che le percentuali dimostrino che i bambini affetti dalla sindrome di Dawn e nati da relazioni incestuose siano basse e, trascurando il fatto che questi rischi possano esserci anche in rapporti classificati come “normali”.
Ma non stiamo forse mettendo in discussione il valore della dignità umana come diritto che ogni individuo, in quanto persona, dovrebbe avere? Stiamo forse sostenendo che gli affetti da una qualsiasi malformazione, hanno meno diritto di vivere di chi è in perfetta salute?
Sostenere la proibizione di una relazione incestuosa, basandosi unicamente sul principio di dignità, inevitabilmente provocherebbe l’apertura di dibattiti etici intricati.
Anche per questo sarebbe del tutto inutile focalizzare la nostra attenzione nella questione genetica e biologica.
Perché l’amore nasce malgrado la genetica e con i dati non ha proprio nulla a che vedere.

Roggi Sara

[Immagini tratte da Google Immagini]

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