Quando si parla di metafora si pensa immediatamente alla figura retorica, confinandone l’uso alla sfera letteraria. La metafora non riguarda la vita quotidiana. È per scrittori e poeti. Di certo non si usa al bar o nelle chiacchiere con gli amici. Eppure il nostro linguaggio ordinario è attraversato continuamente da metafore. Diciamo che il tempo vola, che ci troviamo a un bivio, che la verità viene alla luce. E quando lo facciamo non siamo mossi da scelte stilistiche o intenti poetici ma dal fatto che queste immagini metaforiche riescono ad esprimere ciò che il discorso puramente assertivo non sarebbe in grado di dire.
È proprio questo scarto tra l’uso effettivo della metafora nella quotidianità e l’immediato sospetto di astratta letterarietà che accompagna il suo solo essere nominata a costituire uno dei nodi centrali della riflessione filosofica novecentesca. La storia della metafora nel Novecento racconta infatti di questa evoluzione: da inutile e quasi dannoso orpello stilistico a chiave di volta essenziale per comprendere come costruiamo il senso del mondo.
Il Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein rappresenta forse il momento di massima esclusione filosofica della metafora. In nome dell’esigenza di un linguaggio che sia in grado di rispecchiare fedelmente la realtà, ogni immagine evocativa viene bandita e considerata come un difetto da eliminare. Il celebre invito finale – «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» (L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, Einaudi, Torino 2001, p. 305) – segna però un limite decisivo: esistono dimensioni fondamentali dell’esperienza (l’etica, l’estetica, il senso della vita) che sfuggono al linguaggio rigorosamente proposizionale. Ed è qui, in questo residuo irriducibile all’essere detto, che la metafora si annuncia già come necessaria.
È proprio a partire da questo limite che la riflessione wittgensteiniana cambia direzione. Nelle Ricerche filosofiche viene abbandonato, infatti, l’ideale di un linguaggio unico e perfettamente trasparente a favore del riconoscimento di una pluralità di giochi linguistici, vale a dire di modi diversi e legittimi di usare le parole in contesti differenti. Il significato emerge dall’uso concreto, non da una struttura logica prestabilita. Dire “sono a un bivio” dinnanzi ad una scelta esistenziale non è un errore logico quanto piuttosto un gioco linguistico che ci permette di pensare alla decisione come movimento, possibilità, direzione e scelta: tutto cose che il linguaggio puramente assertivo non catturerebbe.
Se Wittgenstein apre alla legittimità logica della metafora, è Hans Blumenberg a renderla un oggetto filosofico autonomo. In Paradigmi per una metaforologia, Blumenberg avanza una tesi dirompente: la metafora non è né un abbellimento retorico né un passaggio provvisorio verso la concettualizzazione pura, bensì una struttura originaria del pensiero. Alcune metafore non sono sostituibili con concetti precisi perché precedono il pensiero concettuale stesso. Blumenberg le chiama metafore assolute: la luce della verità, il mondo come libro, l’orizzonte come limite. Esse sono schemi originari di orientamento, risposte simboliche a domande che il pensiero razionale non può esaurire: che cos’è il mondo? Come si manifesta la verità? Dove stiamo andando? Prendiamo la metafora “luce della verità”. Non è possibile tradurla in un concetto puro senza perdere qualcosa di essenziale: l’idea che la verità si riveli illuminando all’improvviso ciò che era oscuro. Quando diciamo “mi si è accesa una lampadina” o “finalmente ho visto chiaro” per esprimere comprensione, oppure “sono rimasto all’oscuro” per indicarne l’assenza, stiamo usando metafore luminose che precedono ogni teoria della conoscenza, strutturando il nostro modo stesso di pensare.
La metaforologia non è dunque critica letteraria applicata alla filosofia ma indagine storica su come l’umanità ha costruito i propri orizzonti di senso attraverso schemi di orientamento che rispondono a bisogni antropologici fondamentali. Lì dove il pensiero non riesce ad esaurire il reale con le sue definizioni rigorose ecco che interviene la metafora con la sua capacità di aprire spazi di significato.
Dal rigore logico del Tractatus alle metafore assolute di Blumenberg si compie una trasformazione profonda: la metafora passa da problema epistemologico a risorsa cognitiva fondamentale, da ostacolo alla verità a condizione di possibilità del pensiero stesso. Questo cambiamento ha conseguenze concrete. Pensare non è solo definire con precisione, ma anche orientarsi attraverso immagini che strutturano le nostre esperienze. Le metafore non intervengono dopo, ad abbellire i discorsi sul mondo, ma prima, rendendolo pensabile e dicibile.
Ne deriva una duplice consapevolezza. Non tutto può essere detto con la precisione del linguaggio formale: la retorica della trasparenza assoluta è illusoria. Ma dobbiamo anche riconoscere che le metafore attraverso cui parliamo del mondo non sono mai neutre. Dire “il tempo è denaro” piuttosto che “il tempo scorre” non è indifferente: la scelta di una metafora orienta verso possibilità di senso che ne escludono altre. Il linguaggio non può scegliere tra rigore concettuale e ricchezza metaforica: ha bisogno di entrambi. Se il concetto definisce e delimita, la metafora apre e orienta. Tra questi due poli, tra il dire e il mostrare, si costruisce quello spazio in cui il mondo diventa accessibile al pensiero senza mai esaurirsi completamente in esso.
NOTE
[Photo credit Amador Loureiro]