È giugno. Gli ultimi raggi del sole accarezzano le gradinate millenarie del teatro antico di Siracusa. Io sono lì, sospesa tra terra e cielo. Davanti ai miei occhi rapiti prende forma l’Elettra di Sofocle. Non è solo uno spettacolo: è la vita stessa che si fa rappresentazione, parola incarnata. Nel gesto tragico, la sofferenza, la colpa, la vendetta non risuonano come echi di un passato mitico, si rivelano verità vive e presenti. Quelle figure scolpite nel dolore ci parlano ancora con voce potente.
Mi colpisce che il popolo che ha dato origine alla filosofia, che ha posto a fondamento della sua civiltà la misura, l’equilibrio, la ragione e l’ideale di bellezza, sia lo stesso che ha creato la tragedia, la forma d’arte che più di ogni altra dà voce all’irrazionale, al caos, all’eccesso, al dolore, alla fragilità umana. Riaffiorano, allora, le parole di Nietzsche, interprete di questa contraddizione. «Il greco conosceva e provava gli orrori e gli spaventi dell’esistenza: precisamente per poter vivere egli dovette porsi dinanzi la splendente creazione del sogno olimpico» (F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Rusconi Libri, Santarcangelo di Romagna 2010, p. 26).
La Grecia non è stata tutta ragione, armonia e bellezza. I Greci conoscevano l’orrore, il dolore, l’abisso dell’esistenza. Proprio per questo seppero creare una forma artistica capace di viverli e attraversarli sublimandoli. Anzi, è nell’apparente contrasto tra luce e tenebre, ordine e caos, lógos e páthos (ragione e passione) – rispettivamente manifestazioni dello Spirito Apollineo e dello Spirito Dionisiaco – che Nietzsche, in un certo periodo della sua produzione, individua la forza creativa capace di trasformare disordine, irrazionale e mostruoso, in forma, visione e bellezza.
La tragedia si genera lì dove l’ebbrezza dionisiaca, principio di caos, smarrimento e dissoluzione, incontra la luce apollinea, principio di ordine, armonia e compostezza, «al modo stesso con cui la procreazione viene dalla dualità dei sessi» (ivi, p. 18). Nessuna di queste due forze può esistere senza l’altra: il Dionisiaco, da solo, conduce alla rovina; l’Apollineo, isolato dal suo opposto, si inaridisce in forme prive di vita. L’arte tragica nasce dal loro confronto incessante, che dà forma all’oscurità, nobilita l’abisso attraverso la rappresentazione e restituisce senso e dignità al dolore umano. In questa tensione dialettica, la tragedia prende corpo come «miracolo» (ibidem) dell’anima greca, frutto di una civiltà che non ha negato il dolore, che ha scelto di guardare in faccia la verità, di contemplare orrore e disordine e di rispondervi, senza esserne travolta, trasformandoli in parola poetica, arte, rito, visione condivisa, credendo che «l’esistenza e il mondo sono giustificati in eterno solamente come fenomeni estetici» (ivi, p. 35).
Elettra è lacerata dal dolore per la morte del padre, ossessionata dalla sete di vendetta nei confronti della madre, piange, urla, prega, maledice. In lei si esprime un’emotività prorompente, un impulso caotico e passionale, la forza dionisiaca. Eppure, il dolore è incanalato, reso intelligibile dalla struttura della tragedia: la successione ordinata delle scene, l’alternarsi di episodi e stasimi, dialoghi e momenti corali, introducono la distanza, l’equilibrio, la misura. La rappresentazione trasforma il grido in canto, il dramma in rito, l’eccesso dionisiaco viene contenuto dall’ordine apollineo. Mediando l’impeto con la misura, la tragedia guida lo spettatore attraverso le tempeste emotive della narrazione, permettendogli di immedesimarsi nei personaggi, nelle loro passioni, di riconoscerle come proprie, elaborarle e comprenderle. Così, Elettra diventa specchio delle nostre contraddizioni. Il suo dolore si trasforma in esperienza collettiva. E quando il dramma raggiunge il suo apice nella catastrofe, il momento culminante della vendetta, lo spettatore, emotivamente coinvolto, sperimenta ciò che Aristotele definisce catarsi: un processo di purificazione interiore. Scosso dalla pietà per il dolore altrui e dal terrore nel riconoscere in quella sofferenza la possibilità di un destino comune, viene spinto a riflettere, metabolizza le passioni provate e, acquisendo una visione più consapevole della condizione umana, si libera della loro carica negativa.
Per questa capacità di presentare verità universali attraverso storie individuali, il teatro tragico possiede, ancora oggi, un valore educativo di straordinaria efficacia. Non si limita a raccontare miti, interpella, scuote, costringe a pensare. Mettendo in scena l’umano nella sua interezza, restituisce alle grandi domande esistenziali su destino, colpa, giustizia, libertà, la loro dimensione originaria e collettiva.
Mentre l’ultima luce del giorno cede lentamente all’oscurità della sera e gli applausi si diffondono come un’eco tra le rovine antiche, avverto chiaramente che nel tempo delle verità semplificate e delle emozioni consumate in fretta, la tragedia greca, pur non offrendo consolazione né soluzioni, ha il potere di mostrare. E nel mostrare, ci invita a sostare nella complessità, a guardare in profondità, perché solo riconoscendo il limite e l’ombra possiamo davvero abitare la nostra umanità. Forse non c’è gesto più urgente, oggi, di questo coraggioso confronto con la verità.
NOTE
[Photocredit Roger Lipera via Unsplash.com]