C’è una scena nel bel film del 2020 di Jasmila Zbanic, Quo vadis Aida?, nella quale in una recita di fine anno di una scuola elementare di Srebrenica i bambini danzano e cantano felici per poi tramutare pian piano questo allegro quadretto in un rito accusatorio, mimando i gesti delle tre scimmiette omertose – non vedo, non sento, non parlo – con facce serie e giudicanti. Il finger pointing che Zbanic mette in scena nella prima opera cinematografica dedicata al massacro di Srebrenica è il succo di tutta la vicenda, passata alla storia come un climax discendente verso gli inferi, mutando velocemente da eccidio a genocidio a pulizia etnica.
Avvenuto tra il 6 e il 25 luglio 1995 nella cittadina bosniaca sopra citata e nei suoi dintorni, il massacro di 8372 bosniaci musulmani messo in atto dai militari del VRS agli ordini del generale Ratko Mladic ha visto la partecipazione passiva dei caschi blu olandesi i quali, «per omissione di intervento in difesa dei civili», sono stati giudicati responsabili (anzi, co-responsabili) al pari dei soldati dell’esercito della repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina. La loro impasse, fatta di temporeggiamenti, ritardi nelle comunicazioni e scarsi approvvigionamenti in fatto di armi e munizioni, ha fatto in modo che il 9 luglio 1995 Srebrenica – zona protetta, è giusto ricordarlo – e il territorio circostante venissero attaccati dalle truppe di Mladic le quali, dopo una lunga offensiva durata quasi tre giorni, riuscì ad entrare in città. Qui, nella paura e nello sgomento totale, i maschi tra i 12 e i 77 anni furono separati dalle donne, dagli anziani e dai bambini per essere interrogati. O almeno così dissero i militari del VRS. Perché quello che successe in realtà ora, trent’anni dopo, lo sappiamo eccome.
Trucidati, massacrati e sepolti in fosse comuni, i resti degli 8372 furono trovati anche a decine di km distanza gli uni dagli altri, sparpagliati a raggio come se l’obiettivo non fosse stato semplicemente, per così dire, uccidere ma di far sparire dalla faccia della terra, rendendo sia i resti di tanti scomparsi, ancora oggi, introvabili sia, con un atteggiamento simile in tutto e per tutto al massacro degli ebrei della Shoah, a negare persino che un’azione tanto riprovevole sia stata anche solo pensata. Non ci sono prove? Mancano i corpi? Significa che non è mai successo.
La banalità del male brillantemente analizzata da Hannah Arendt trent’anni prima ha trovato nel massacro di Srebrenica un’altra drammatica espressione. Ma non solo. L’associazione Zaboravljena djeca rata, traducibile come I figli dimenticati della guerra, riunisce alcune delle vittime passive o secondarie della guerra dei balcani, ovvero i figli degli stupri perpetrati per ripulire la minoranza bosniaca. Il termine pulizia etnica, entrato di prepotenza in uso proprio negli anni ‘90 grazie ai media jugoslavi che così definirono la guerra – basata, come sappiamo, su ingerenze politico-religiose e aspirazioni di indipendenza mai sopite – e che di fatto sancì la divisione e la fine della Jugoslavia stessa, è diventato il sinonimo stesso del massacro di Srebrenica.
Nella spietata logica del carnefice, per cancellare la minoranza culturale considerata impura, i corpi dei maschi vengono smembrati e seppelliti in fosse comuni e quelli delle donne violati con stupri finalizzati alla pulizia genetica. Il tutto sotto gli occhi e le braccia impotenti dei caschi blu olandesi, veri e propri spettatori di una carneficina ai quali l’accusa dei bambini di Quo vadis Aida si rivolge. In questo delirio di razzie e repulisti generale, bystander inconsapevoli e carnefici hanno avuto lo stesso ruolo, pur con azioni e intenti diversi.
È da poco passato l’11 luglio, la Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica e quella di quest’anno ha segnato i primi 30 anni dal massacro. Mi è capitato di conoscere molti immigrati di seconda generazione nati nell’ex-Jugoslavia (serbi, croati, bosniaci e sloveni) e scappati con la famiglia per mettersi in salvo, cosí come tanti testimoni diretti che ora si sono rifatti una vita in giro per l’Europa e il mondo. Ho ascoltato le storie e i racconti di chi si è messo in salvo lasciandosi alle spalle tutta una vita e di chi ha cercato i resti dei propri cari per anni – proprio lì a Srebrenica – per poter chiudere un capitolo doloroso e andare avanti con la propria vita, con una consapevolezza diversa, ma comunque amara. E tutte queste testimonianze di vita vissuta sembrano chiedersi la stessa identica cosa che ci chiediamo anche noi: “ma com’è stato possibile tutto ciò”?
Che cosa resta, quindi, del massacro di Srebrenica, a trent’anni dal suo compimento? Tutto e niente. Certo, resta il ricordo, portato avanti da opere artistiche e soprattutto dalle testimonianze di chi c’era – l’associazione Zaboravljena djeca rata ne è un esempio – ma più di ogni altra cosa resta la paura. La paura di chi si è visto minacciato di morte da un vicino di casa, la paura di chi si è sentito messo in pericolo da “fratelli” e parenti e la paura degli altri, che temono come tutto questo sia perfettamente ripetibile ancora una volta e potenzialmente all’infinito, perché la dinamica carnefice e spettatori vs vittime è ancora più letale delle armi. E l’attualità ne è una triste conferma.
NOTE
[Photocredit snowcat via Unsplash.com]