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Sport, limiti e preconcetti: intervista a Paolo Tonon

Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di superare qualcosa: un limite, una paura, una fragilità, una sconfitta. Eppure raramente ci fermiamo a domandarci che cosa significhi davvero convivere con il limite, riconoscerlo e trasformarlo.

Nel contesto del Festival Biblico della diocesi di Vittorio Veneto, presso il Campus San Francesco di Conegliano, abbiamo incontrato due protagonisti dello sport italiano, apparentemente lontani ma accomunati da un elemento fondamentale: l’esperienza quotidiana del confronto con sé stessi, con il corpo, con lo sguardo degli altri e con le aspettative della società.

Abbiamo parlato assieme a Paolo Tonon, campione paralimpico capace di raggiungere i vertici mondiali del tiro con l’arco; oro europeo nel 2022 nella squadra mista, argento e oro mondiale nel 2023 rispettivamente nella competizione maschile e mista e soprattutto medaglia di bronzo ai recenti giochi paralimpici di Parigi 2024, sempre nella competizione a squadra mista della categoria W1. Appassionato di sport tra cui tennis, calcio, formula 1, pallavolo e sicuramente oltre uno sportivo a 360°.

Con loro abbiamo provato a riflettere non soltanto sullo sport e sulla performance, ma anche su ciò che spesso rimane fuori dal risultato: la pressione sociale, il pregiudizio, la gestione della vittoria e della sconfitta, il rapporto con il proprio corpo, il significato dell’inclusione e il modo in cui definiamo il successo.

Perché alcuni limiti sono visibili, altri invece abitano il linguaggio, le aspettative e lo sguardo con cui leggiamo gli altri, e noi stessi.

 

Andrea Niero – Tra le sue definizioni, troviamo quella di “atleta paralimpico”. Io, sinceramente, vedo prima di tutto un campione e anche questo rappresenta un limite: il non vedere l’essere umano prima dell’eccellenza sportiva. Quanto pesano le etichette nel modo in cui raccontiamo lo sport e le persone? Quanto ancora oggi questa etichetta (paralimpico/a) è più giudicante che descrittiva?

Paolo Tonon – Come prima cosa ci tengo a dire che non mi sento un campione, ma un atleta come tanti altri che fa del proprio meglio per raggiungere i propri obiettivi. Personalmente non sento la definizione di “atleta paralimpico” come un’etichetta, anzi a me piace anche perché non c’è nulla da nascondere e rappresenta la realtà dei fatti. Mi sento onorato ad essere un atleta paralimpico e di rappresentare la propria nazione in ambito mondiale.

 

AN – Pensa che oggi il pubblico riesca a riconoscere pienamente il valore sportivo del suo percorso, oppure c’è ancora la tendenza a leggerlo principalmente attraverso la categoria paralimpica o una certa forma di pietismo, mettendo in secondo piano lo sforzo e il lavoro necessari per arrivare a primeggiare a livello mondiale? E se sì, come cambiare questo sguardo?

PT – Purtroppo ci sono ancora molte persone che non danno il giusto valore sportivo a noi atleti paralimpici. Non credo sia un problema di “pietismo”, evidentemente non ci vedono come dei veri atleti professionistici, questo è il mio pensiero. A volte penso che ci sia addirittura dell’invidia nelle persone nel vederci raggiungere certi traguardi. Per cambiare questo sguardo credo sia importante parlare sempre di più dello sport paralimpico e renderlo normalità, soprattutto da parte dei media che hanno da parte loro un potente mezzo di comunicazione (social vari compresi). Non deve essere l’eccezione vista una volta ogni tanto ad esempio durante le paralimpiadi.

 

AN – La recente scomparsa di un’icona dello sport come Alex Zanardi mette infinita tristezza. Il Presidente Mattarella nella sua dichiarazione ha detto «… Divenuto campione paralimpico, è stato per tutti questi anni punto di riferimento di tutto lo sport, amato e ammirato anche per il coraggio, la resilienza e la capacità di trasmettere entusiasmo. La sua figura ha rappresentato punto di riferimento anche oltre il mondo dello sport e lo rimarrà nel ricordo degli italiani…». Viene da porre la domanda di quali siano i “limiti”, alcuni evidenti e concreti, altri invece invisibili come la paura, l’insicurezza, la sfiducia, i più difficili da affrontare?

PT – Beh chiaramente i “limiti invisibili” che un atleta paralimpico può provare possono essere molti. Ma credo che non ci sia molta differenza con quelli che può provare un atleta normodotato.
L’importante è avere al proprio fianco le persone giuste che ti diano il supporto necessario nei momenti “no” e che sanno come supportarti giorno dopo giorno nel proprio percorso sportivo e non.
Il valore umano viene prima dell’atleta e questo aspetto è molto importante per il benessere psico-fisico della persona stessa.

 

AN – Viviamo in una società che misura tutto: risultati, velocità, efficienza, successo. Lo sport conosce bene questa logica. Come si può inseguire l’eccellenza senza diventare prigionieri della performance e del risultato senza farsi affossare dalla sconfitta o dal non essere il primo? E come si gestisce la sconfitta per ripartire e affrontare il futuro?

PT – Questo è un argomento molto interessante e complicato sul quale personalmente ci sto lavorando pure io. A volte noi atleti diamo importanza solamente al risultato finale di una gara, dimenticandoci di goderci e dare la giusta importanza al percorso fatto a priori per arrivare fino a quell’evento. Le sconfitte vanno accettate ed è proprio da quelle che bisogna imparare qualcosa per uscirne più forti e motivati. A volte fanno male ma fanno parte dello sport.

 

AN – Quanto è facile oggi, per un ragazzo o una ragazza, avvicinarsi allo sport paralimpico? E cosa manca ancora perché sia davvero accessibile a tutti? Crede che oggi ci sia un problema di accessibilità dello sport anche più in generale?

PT – Avvicinarsi allo sport paralimpico al giorno d’oggi non credo sia così difficile, ovviamente molto dipende anche da una persona dove abita da un punto di vista logistico perché spesso il problema è trovare delle realtà vicine casa alle quali appoggiarsi o informarsi. Penso che da questo punto di vista i social possono avere un valore molto importante perché tramite la promozione dello sport paralimpico molti ragazzi e ragazze possono venire a conoscenza delle varie realtà sportive e trovare dentro sé stessi la voglia di provare e cimentarsi in qualche disciplina. Ovviamente le attività di promozione svolte nel territorio coinvolgendo in maniera diretta i ragazzi/e sono le più importanti e impattanti ma su questo credo ci sia ancora molto su cui lavorare.

 

AN – Che ruolo può avere lo sport, anche paralimpico, nell’educare i più giovani a uno sguardo diverso sull’altro?

PT – Su questo aspetto lo sport ha un valore importantissimo perché attraverso la disciplina, il sacrificio, il mettersi in gioco uscendo dalla propria zona di comfort ti mette a confronto in primis con te stesso ma anche con chi ti sta attorno, creando delle dinamiche di crescita personale molto forti ed importanti, facendo si che tu veda i tuoi compagni o i tuoi avversari con rispetto e stima.

 

Andrea Niero

Andrea Niero, cestista minors ed ex arbitro di C e D con la pallacanestro nelle vene. Impiegato per vivere, alla continua ricerca del perché di tutto ciò che accade, dai gesti alle scelte passando per le emozioni.

 

(Photo credits Filippo Andreatta)

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