Il gioco, nell’immaginario collettivo, richiama subito idee di leggerezza, innocenza e divertimento. Eppure, nel corso della storia il gioco è stato utilizzato in modi che tradiscono il suo autentico valore simbolico ed educativo. Giocare è, in principio, un processo attraverso cui un soggetto si relaziona con la realtà circostante, acquisendo cognizione dell’altro e di se stesso. È in questo senso che Ludwig Wittgenstein utilizza la metafora nell’analisi del linguaggio: «I giochi di linguaggio sono le forme del linguaggio con le quali un bambino comincia ad usare le parole» (L. Wittgenstein, Libro Blu, Einaudi, Torino 2000, p. 142). Il significato non è una componente metafisica, ma è inscritto nell’uso specifico e pratico delle parole e dunque rappresentativo del contesto socio-culturale in cui si sviluppa la comunicazione. In modo simile al gioco, per mezzo delle parole, le persone afferrano l’esistenza e ne concordano il significato, diventando consapevoli di sé stesse e del mondo circostante.
In virtù di questo intrinseco potere, durante l’imperialismo di età moderna il linguaggio è stato utilizzato come mezzo di sostituzione identitaria e di imposizione culturale. Se, infatti, «le lingue non sono qualcosa che gli esseri umani possiedono, ma piuttosto qualcosa di cui gli esseri umani sono fatti» (W. Mignolo, The Darker Side of the Renaissance, University of Michigan Press, Ann Arbor 2003, p. 452, trad. mia), allora, introducendo una lingua modellata su una società bianca, occidentale, cristiana e patriarcale, i colonizzatori hanno anche distrutto un intero universo culturale, imponendo un nuovo sistema di pensiero. Così facendo, hanno presupposto l’infanzia dei popoli indigeni, non intesa come capacità di attribuire significato tramite il gioco, ma piuttosto come immaturità cognitiva e culturale, che li avrebbe predisposti ad accogliere in modo acritico le imposizioni esterne. I nativi venivano percepiti come privi di autocoscienza – un vuoto identitario che l’occidente si proponeva di riempire con un intervento civilizzatore.
È in questo contesto che il regista etiope Haile Gerima sostiene che «per combattere questa forma di colonialismo culturale, il nostro primo campo di battaglia deve essere stabilire il modo per distruggere gli stessi giochi di mistificazione» (H. Gerima, Triangular Cinema, Breaking Toys, and Dinknesh vs Lucy, in J. Pines, Questions of Third Cinema, London 1989, p. 72, trad. mia). Distruggere i giochi nel senso di rompere gli strumenti di cui fanno uso perverso i colonizzatori. Se il linguaggio è uno di questi, allora significa anche spezzare i significanti di una cultura razzista, misogina, basata sul profitto e sull’autodeterminazione. Solo quando la grammatica bianca è stata smantellata, è allora possibile ricominciare a giocare, ovvero forgiare una lingua che esprima la propria cultura e la propria storia, dare voce a un’autocoscienza a lungo negata. Gerima si riferisce a sua volta all’asserzione di Hegel secondo cui «la cosa più razionale che i bambini possano fare con i loro giochi è distruggerli» (F. Hegel, EPM, §396 A, p. 57, trad. mia); l’interpretazione di Giovanna Luciano permette di comprendere il legame tra gioco, autocoscienza e logica imperialista. «In tale azione (nel distruggere i giochi, ndr), i bambini apprendono il proprio io come un ritorno dall’esteriorità» (G. Luciano, The Twofold Purposiveness of Philosophical Activity in L. Illetterati, G. Miolli, The Relevance Of Hegel’s Concept Of Philosophy, Bloomsbury 2022, p. 272 trad. mia). Nel distruggere un oggetto, il soggetto rompe figurativamente la propria inerzia, attivando se stesso e l’oggetto nell’azione. Se «pensare è fare» (Ibid.), allora agire su un oggetto, che si tratti di un gioco da distruggere o di un ente a cui dare un nome, partecipa alla costruzione della soggettività. Riflettendo sul linguaggio nel colonialismo, la drammaturga afroamericana Ntozake Shange lancia un appello che accoglie e supera l’atto negativo di rottura dei giochi, ovvero del linguaggio e dei suoi significati, in un atto positivo di forgiatura di una lingua nuova, che incarni ed esprima l’autocoscienza dei suoi soggetti.
«I have to fix my tool to my needs
I have to take it apart to the bone so that the malignancies
fall away
leaving us space to literally create our own image»
(«Devo adattare il mio strumento ai miei bisogni
devo smontarlo fino all’osso, così che le malignità
cadano via
lasciandoci lo spazio per creare letteralmente la nostra immagine»)
(S. Ntozake, My Pen is a Machete, in Lost in Language & Sound, St. Martin’s Press, US 2011, p. 19, trad. mia).
Alla violenza distruttiva dei colonizzatori si contrappone quella costruttiva dei nativi. Se la prima è sostitutiva, ovvero annienta l’oggetto su cui agisce, la seconda si forma invece proprio dalla ricomposizione del materiale che ha prima smembrato. La nuova lingua riconosce la storia, ovvero esprime l’autocoscienza di un popolo.
NOTE
[Photo credit Brett Jordan via unsplash.com]