C’è un grande equivoco, oggi, nella narrazione delle scelte personali, soprattutto rispetto a quanto riguarda i ragazzi e la loro sempre più precaria visione del futuro: l’idea che ogni decisione debba nascere da una passione, da un talento naturale, da un amore viscerale. Che ogni strada da percorrere debba essere giustificata con una spinta irrefrenabile verso il proprio destino da compiere e non invece da chiare condizioni socio-emotive1.
Il grande dibattito che anima gli adulti dell’Italia post-pandemica prende come oggetto d’esame la debolezza psico-emotiva degli adolescenti, confusi da un mondo categorizzante che spesso ragiona in base a fini materialistici e sopraffatti da una dimensione, quella di Internet, che funge da amplificatore. Guerre, salute mentale, ecologia, educazione sessuale: temi chiave per entrare con consapevolezza verso il mondo dei giovani adulti, ma anche elementi che mettono in discussione il proprio ruolo nel mondo. Ci si ritrova insomma nello stato in cui si ha la possibilità di divenire tutto, in cui si rischia di perdere occasioni di vita e in cui ci si approccia ai primi compromessi, i primi “contratti sociali”.
In un mondo in cui i giovani devono affaticarsi anche solo per rimanere al passo con il tempo presente, quello di coltivare un sogno, soprattutto se di natura culturale, sembra un’utopia, e il compiere una scelta che viri verso quella direzione non infonde senso di vitalità quanto la suggestione sconfortante di essersi condannati da soli, fuori da un mondo iper-competitivo. Ci scopriamo capaci di progettualità, ma non sappiamo cosa progettare della nostra vita.
Per Søren Kierkegaard l’essenza intima della persona è la possibilità intesa come ex-sistenza, ossia trascendere da se stessi per proiettarsi costantemente nel futuro, rivelando una tendenza alla progettualità. Nella permanenza in questa condizione si incorre in un rischio che genera angoscia. L’angoscia, che riguarda la nostra condizione nel mondo, è il puro sentimento della possibilità. «L’individuo ha la capacità di compiere una scelta, che rappresenta un volere e si concentra su una non-scelta che nella vita etica il filosofo adopera come un tipo di scelta» (S. Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia, Paravia, Torino 1988, p.85). Esso si trova dinanzi a scelte equivalenti ma radicalmente opposte, nel pieno pericolo di scegliere in maniera sbagliata, dal momento in cui si configura come una drammatica decisione tra termini assolutamente inconciliabili. Ma l’essere dell’individuo, oltre che dall’angoscia, è caratterizzato dalla disperazione. La persona può essere disperata in un duplice senso: quando non ci si accetta per ciò che si è, aspirando a qualcosa di meglio, o quando ci si accetta così come si è, considerandosi autosufficienti. In entrambi i casi la possibilità va incontro allo scacco, si rivela come “impossibilità”, in quanto l’essere umano non può uscire dal limite di sé nel caso in cui ne sia scontento, ma non può neanche tollerarsi così com’è in quanto è sede di finitezza e limite. Il godimento effimero, il conformismo e il salto verso la fede rappresentano le possibilità esistenziali dell’essere umano. La disperazione è la malattia mortale dell’io, tormentato dalla lacerazione tra finito e infinito2. Quella di Kierkegaard è una voce dissonante nell’entusiasmo della filosofia idealistica di metà Ottocento, ma non è sola: tante figure culturali colgono appieno i suoi temi esistenzialisti. Le fasi che l’essere umano attraversa divengono oggetto di riflessione: si veda l’opera di Edvard Munch, in cui nell’ansia della possibilità sembra quasi farsi strada l’idea che nulla della nostra condotta di vita sia davvero nelle nostre mani, e che sia nostro inesorabile destino lasciarci travolgere da una responsabilità che incombe su di noi.
Il mondo ci confonde proprio nel momento della vita in cui tutti ci dicono di tenerci forte e di avere le idee chiare, e sentendoci in difetto la paura ci paralizza. Preparandoci all’impatto con l’avvenire rimandiamo ciò che davvero ne costituisce le fondamenta; ci sentiamo sempre troppo deboli, poco concentrati, senza motivazione. Rimandiamo, e nel farlo posticipiamo senza accorgercene anche le soddisfazioni che potrebbero ripagare i nostri sforzi. La procrastinazione è il grande parassita della nostra vita, ma spesso è solo un meccanismo di difesa del corpo che ci chiede di metterci in una delle posizioni più pericolose: la posizione di ascolto.
Kierkegaard aiuta a capire che l’angoscia non è una trappola: è la vertigine della libertà che si manifesta quando comprendiamo che le nostre scelte ci definiscono. Accogliere questa vertigine permette di abbandonare la scia dei progetti che gli altri costruiscono su di noi e di iniziare un cammino non necessariamente più sicuro, ma finalmente nostro, riscosso e scelto.
NOTE
1. Cfr. l’indagine dell’Osservatorio IUSVE “Giovani e futuro” – IPSOS sui giovani italiani.
2. Cfr. D. Antiseri, Kierkegaard e la scuola dell’angoscia, Mimesis, Milano 2022.
[Photo credit Jon Tyson via unsplash.com]
Francesca Maggi
Nata nel 2006 a Taranto, dopo gli studi di Architettura presso il liceo artistico “Calò” ha intrapreso un nuovo cammino all’Unisalento, facoltà di Filosofia. Lettrice appassionata e amante della scrittura, desidera condividere pensieri e conoscenze con autenticità, nella speranza di offrire spunti di riflessione a chi la legge.