Che cosa oggi ha valore e potere formativi per l’essere umano? Quale ambiente consente ancora un’evasione totale dall’esigente e serrata quotidianità? In seguito ai molti titoli legati ai contesti montani, tragici alcuni, seccanti altri, letti nelle pagine dei quotidiani dall’inizio dell’estate, queste domande possono essere sorte spontaneamente agli amanti delle vette oppure a chi, pur frequentandole raramente, ne rispetta l’antica solennità. Tanto gli eventi fatali quanto, soprattutto, gli episodi che hanno destato scalpore e disappunto – l’interminabile fila per la seggiovia che ascende al Seceda ne sia esempio emblematico – si sono fatti testimoni insistenti di un problema di iperturismo – od overtourism, che dir si voglia – tanto impellente quanto complesso e hanno portato alla necessità di ripensare i luoghi alpini, il turismo correlato e l’enorme grado di accessibilità concesso.
È tuttavia possibile osservare questi fatti di cronaca con una lente diversa, problematizzante non solo in ottica economica, politica o ambientale, bensì anche filosofica; una lente quindi capace di cogliere la questione nei suoi tratti eziologici e di contestualizzarla all’interno di un quadro più esteso ed eclettico. Così facendo può sorgere una riflessione più ampia circa la miopia e la conseguente scarsa lungimiranza di una dilagante mentalità che predilige velocità e voracità e che, oramai permeante, si concretizza anche in episodi di questa natura, i quali non sono quindi direttamente il problema, ma ne sono sintomo tangibile. Quest’impostazione basata sul pensiero a breve termine e ad alto rendimento ha raggiunto e pervaso non solo il modo di ragionare e di vedere le attività lavorative quotidiane, il negotium, ma anche il modo di percepire e vivere l’otium, quel tempo di quiete più disteso e pacifico che ciascuno può riservare alla cura di sé e che oggigiorno, in molti casi, è dedicato a svago e villeggiatura, i quali si riducono talvolta a un uso-abuso veloce e vorace delle località montane, ma anche di quelle marittime e delle città d’arte.
Una prospettiva differente e interessante può essere ritrovata tra le pagine di un racconto molto denso e pregnante scritto da Primo Levi e pubblicato nel 1975 nella raccolta Il sistema periodico. Ferro – questo è il titolo del testo in questione – narra l’amicizia tra l’autore e il compagno Sandro Delmastro, un legame trasparente e leale nato tra i banchi universitari e coltivato poi tra le cime e le pareti rocciose delle montagne che insieme amavano sfidare. Estremamente interrogante circa le esperienze odierne è la narrazione di un particolare episodio che si rivelò per il giovane Levi altamente formativo: nonostante la preparazione fisica e lo studio del percorso, durante una delle loro scalate i due amici incontrarono non poche, ostili complicazioni; tuttavia, l’esperienza, le conoscenze tecniche e il buon senso consentirono loro di superarle e di completare la salita ridiscendendo poi a valle in autonomia. Nell’affrontare gli ostacoli con cosciente temerarietà e nel condividere poi con il locandiere l’esito positivo dell’ascesa alla cima, frutto non della fortuna, ma della comunione consapevole con l’ambiente, i giovani amici poterono assaggiare il gusto della cosiddetta «carne dell’orso» (P. Levi, Ferro in Tutti i racconti, Einaudi, Torino 2005, pp. 405-406), ovverosia percepirono «il sapore di essere forti e liberi […] e padroni anche del proprio destino» (ibidem). Dalle parole scelte dallo scrittore torinese per descrivere il rapporto intessuto con l’ambiente montano, poi, emergono due prospettive diverse, ma simbiotiche sulla montagna: da un lato questa rappresenta un luogo di formazione – non a caso viene definita «un’altra educatrice» (ivi, p. 400) –, dall’altro essa consente un’evasione dal quotidiano percepita dai due giovani come necessaria – «faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa» (ibidem).
Il confronto con l’oggi non può che essere automatico: in una contemporaneità in cui le scomode storture dell’alta quota sono state apparentemente spianate a suon di impianti di risalita e aperitivi in rifugio e la montagna è stata resa più accessibile e attrattiva, questa è ancora quell’educatrice che porta il camminatore-allievo a scontrarsi virtuosamente con i propri limiti? Se essa fosse ancora una soddisfazione da guadagnare con fatica e dedizione, talvolta solitarie, l’essere umano odierno ne sarebbe ancora attratto e interessato? Più ampiamente, in che cosa oggi l’individuo ritrova ancora questo sapore della carne dell’orso? Oppure – e la domanda si fa ancora più seria e disarmante – nella miope realtà di oggi è egli ancora disposto ad assaporare tale gusto e capace di trarne piacere e soddisfazione?
NOTE
[Photo credit Tim Stief via Unsplash.com]