Esistono alcuni libri tali da portare con sé grandi conoscenze e nuovi piccoli ingranaggi con i quali far muovere la macchina del pensiero e, assieme a essi, esistono poi anche testi capaci di arrestare suddetti meccanismi, sconvolgendoli radicalmente e costringendoli a funzionare in una maniera fortemente diversa e inaspettata. Appartiene probabilmente a questo secondo gruppo l’opera Essere e Tempo, pubblicata nel 1927 da Martin Heidegger (1889-1976), uno tra i più influenti, e controversi, pensatori del Novecento tedesco.
Particolarmente importante fu per la scena filosofica, contemporanea e successiva a Heidegger, il modo in cui il pensatore si confrontò con la tematica della morte, andando oltre la percezione comune di tale fenomeno e rintracciando in essa il nucleo dell’autenticità umana. Per l’autore, infatti, il morire non è, in maniera prioritaria, ciò che piomba addosso alla vita dell’individuo, impedendogli di continuare a stare al mondo, di sostanziare le sue relazioni con gli altri e di sviluppare i propri progetti, ma è in realtà proprio la condizione stessa di quei progetti umani e della possibilità di scelta propria di ogni soggetto. La coscienza dell’inevitabilità della morte porta certo con sé un sentimento di angosciante instabilità, di incertezza, di limitatezza, ma è solo tramite esse che l’umano può dirsi tale: la finitezza che la fine rende palese comunica, infatti, all’individuo il suo carattere di non necessità e di non determinatezza, annunciando la possibilità della sua libertà in un mondo in cui l’umano sembrerebbe non essere previsto.
Se la fine è necessaria, tutto il resto, dunque, non lo è: in tal senso, la morte costituisce la possibilità delle possibilità, in primo luogo perché essa è la possibilità che tutti gli individui, in tempi e spazi diversi, incontreranno, e in seconda istanza perché costituisce la condizione stessa delle altre possibilità, la prova evidente che nessun cammino per l’individuo è già stato tracciato, e che egli può dunque farsi strada da sé nel mondo. Nelle parole dell’autore, la morte è la possibilità «più propria, incondizionata e insuperabile» (M. Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi, Milano 2023, p. 301) e l’umano non può allora dirsi tale senza la necessità della sua fine.
Una riflessione di Hans-Georg Gadamer (1900-2002), allievo dello stesso Heidegger, sembra particolarmente efficace nel riassumere l’argomentazione heideggeriana, ed è allora possibile dire, controintuitivamente, che «la certezza interiore della caducità e della morte non è simile alla corda di un arco mortale la cui freccia dilania improvvisamente qualcuno, ma al contrario è ciò che mantiene in tensione la vita stessa» (H.G. Gadamer, Chi sono io, chi sei tu, Marietti, Genova 1989, p.51).
È importante sottolineare, però, che la consapevolezza dell’inevitabilità del morire non va intesa in maniera generale e astratta, come se la fine costituisse la mera possibilità comune a tutti e dunque non propria di nessuno. Questo allontanamento dell’individuo da sé stesso è ciò che per il pensatore accadrebbe in società e nell’anonimato dei meccanismi collettivi in cui tutti i soggetti sono pericolosamente immersi, spesso privi e privati della possibilità di costruire una propria identità. Per sostanziare tale critica, Heidegger si serve proprio della particella impersonale “si”, che sarebbe tipica del linguaggio comune e della società stessa, in cui si fa, si pensa, si parla come tutti sono soliti fare. Ed ecco allora che l’espressione “si muore”, tipica delle chiacchiere quotidiane, mostra di essere tanto diffusa quanto dannosa, portando gli individui a pensare la morte come una possibilità generale che appartiene un po’ a tutti, e dunque non specificamente al singolo, e che «non è ancora presente e quindi non ci minaccia» (M. Heidegger, Essere e Tempo, cit., p. 303). Dinanzi a questo scenario, è necessario che l’individuo trovi in sé la forza per allontanarsi dalla pervasività della chiacchiera, raggiungendo l’intima consapevolezza di una morte, e dunque di una vita, al singolare, da cui gli altri e la protezione illusoria del linguaggio comune non possono salvarlo.
Solo con tale presa di coscienza è possibile per l’autore di Essere e Tempo un raggiungimento da parte dell’umano della sua possibilità di essere autentico, distinto dai meccanismi comuni, capace di osservare lucidamente la propria condizione e di costruire, sia pure con fatica, i sentieri della propria vita: cammini che si incroceranno necessariamente con quelli degli altri, ma che solo al singolo, attraverso le sue scelte, spetterà di spianare. In questo senso, la riflessione heideggeriana si mostra capace di rovesciare la prospettiva comune sulla fine, illuminando anche quegli spazi creduti totalmente oscuri o indicibili: la morte cessa così di diventare il termine della vita, per assumere anche e soprattutto le fattezze della sua condizione di pensabilità e di autenticità.
NOTE
[Photo credit Aron Visuals via unsplash.com]