«Siamo tutti prigionieri di una rappresentazione maschile della guerra. Che nasce da percezioni prettamente maschili. Rese con parole maschili. Nel silenzio delle donne […]. Nelle narrazioni delle donne non c’è, o non c’è quasi mai, ciò che siamo abituati a sentire: gente che ammazza eroicamente altra gente e vince. O viene sconfitta […]. La guerra al femminile ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti. E anche parole sue. Dove non ci sono eroi e strabilianti imprese, ma persone reali impegnate nella più disumana delle occupazioni dell’uomo» (S. Aleksievič, La guerra non ha un volto di donna, Bompiani, Milano 2017, pp. 9-10).
Svetlana Aleksievič è premio Nobel per la letteratura del 2015: nata in Ucraina, patria della madre, ha vissuto in Bielorussia, patria del padre, ed è diventata persona attraverso la cultura russa, come lei stessa ha dichiarato in un’intervista rilasciata poco prima di ritirare il Nobel (cfr. W. Goldkorn, Svetlana Aleksievic. I miei demoni, in “La Repubblica”, 29 novembre 2015, p. 29). Con il libro La guerra non ha un volto di donna ha indagato il ruolo delle soldatesse russe durante la Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto ha dimostrato con un testo potentissimo come la narrazione femminile della guerra esista e sia molto diversa da quella maschile.
La teoria della costruzione sociale della realtà afferma che ciò che consideriamo reale non è qualcosa di oggettivo di per sé, ma il risultato di processi di costruzione sociale, in cui credenze, norme e significati vengono creati, mantenuti e modificati attraverso l’interazione umana1. In altre parole: ciò di cui parliamo, come lo diciamo, ma anche ciò di cui non diciamo nulla, contribuisce a creare l’idea che abbiamo della realtà e quindi la realtà stessa. L’importanza del raccontare al femminile le guerre che succedono sta tutta qui: solo le donne possono raccontare alcuni elementi dei conflitti in corso, frammenti importantissimi di narrazione che devono aggiungersi a tutti gli altri pezzi che contribuiscono a darci contezza di ciò che sta succedendo.
Come hanno ben spiegato Tiziana Ferrario, Cecilia Sala e Marta Serafini durante l’evento La guerra vista dalle donne – organizzato nell’ambito della manifestazione Un mare di libri 2022 a La Spezia – ci sono ancora zone del mondo in cui le donne riescono a raccontarsi solo ad altre donne. Succede in Afghanistan, ad esempio: senza il racconto femminile di cosa significhi per una donna vivere in un paese in perenne conflitto e sotto un regime autocratico e fondamentalista, non si sarebbe mai potuto affermare che lì sta avvenendo un vero e proprio apartheid di genere, concetto articolato per la prima volta proprio dalle difensore dei diritti umani di quel paese2. O si pensi al dramma degli stupri di guerra, e al suo programmatico utilizzo che avviene tutt’ora in qualsiasi parte del globo e a quanto sia difficile la raccolta delle denunce e la verifica dei fatti3.
Marte Høiby, ingegnera informatica norvegese con specializzazione nei media in guerra e conflitti, ha ribadito l’importanza di un focus di genere sulla narrazione bellica nel suo dossier Gender matters in war reporting scritto in collaborazione con Rune Ottose, professore di giornalismo all’università di Oslo. Il modo di raccontare i conflitti può addirittura portare a un rafforzamento degli stereotipi: raffigurando costantemente le donne come vittime passive e gli uomini come combattenti attivi o figure politiche, si contribuisce a oscurare il ruolo attivo che molte donne hanno nei conflitti. Distinguendo invece i diversi impatti della guerra sui diversi generi e garantendo che tutte le voci vengano ascoltate, i resoconti di guerra possono contribuire a una comprensione più complessiva e informata del conflitto e delle sue conseguenze.
Accogliere una narrazione femminile della guerra comporterebbe, inoltre, riconoscere finalmente il ruolo attivo delle donne anche nella resistenza e nella soluzione dei conflitti, fare spazio al potere negoziale delle donne in fase di chiusura di una guerra e nella costruzione di un futuro di pace, come ribadito dall’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile UN Women, e come in fondo già scriveva Virginia Wolf: «Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi» (V. Wolf, Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 2014, p. 147).
NOTE
1. Cfr. R.A. Walace, A. Wolf, La teoria sociologica contemporanea, Il Mulino, Bologna 2008.
2. Cfr. Afghanistan: il silenzio delle innocenti, pubblicazione in ISPIonline .
3. Cfr. ad esempio L. Cappellazzo, Il corpo delle donne come campo di battaglia .
[Photo credit Valentin Salsa via Unsplas.com]