L’epoca in cui viviamo è attraversata da enormi cambiamenti, da quello climatico a quello economico passando per le enormi trasformazioni in atto nella società, nel mondo del lavoro ma anche nella politica. Nel bel mezzo di questo caos sta cambiando, ovviamente, anche la nostra ricerca di benessere personale, di equilibrio e stabilità, che sembrerebbe sempre più difficile da raggiungere. Termini come burnout, esaurimento nervoso, iperattività ci sono ormai così familiari che possiamo ritrovarli anche nelle nostre conversazioni quotidiane, nella vita di tutti i giorni. Soprattutto burnout è una di quelle parole che, negli ultimi tempi, abbiamo letto e ascoltato più spesso. Nata negli anni ’70, in principio era usata per identificare una sindrome provocata da un alto tasso di stress lavorativo circoscritto alle professioni di ambito, soprattutto, sanitario e di cura ma che, oggi, non appartiene più solo a quel settore professionale, colpendo moltissimi lavoratori diversi tra loro per mansioni ed età. Parliamo quindi oggi di burnout, in estrema sintesi, quando una persona sperimenta sintomi fisici e mentali di grande malessere derivanti, appunto, da un lungo periodo di stress vissuto a lavoro.
A questo e ad altri fenomeni di disagio che sempre più si fanno largo ai nostri giorni sono dedicate le riflessioni e le pagine del filosofo sudcoreano Byung-chul Han nella raccolta di saggi La società della stanchezza, pubblicata in Italia da Nottetempo. Il libro si focalizza proprio sulla dilagante sensazione di stanchezza quotidiana che molti di noi, individui contemporanei, stiamo sperimentando. Questa colossale stanchezza coincide con un momento nel quale tutte le nostre giornate sembrerebbero dover essere caratterizzate, principalmente, dalla prestazione a tutti i costi e dall’azione quasi esasperata ma, soprattutto, dal venir meno della negatività. La nostra società, infatti, si svincola sempre più dai divieti proponendosi come società della libertà ma, a lungo andare, questo eccesso di positività porta a diverse conseguenze per la mente umana come una tolleranza minima per la noia e una tendenza all’iperattività e alla frenesia costante. Tutto ciò, lungi dall’aiutare il processo creativo dell’essere umano, sembra piuttosto consumarlo lentamente ma inesorabilmente. L’individuo, infatti, chiamato quotidianamente a sostenere dei ritmi sempre più veloci e iperproduttivi dà segni evidenti di grande malessere trasformandosi in quello che il filoso definisce un moderno Prometeo:
«Il mito di Prometeo si presta a essere interpretato anche come una rappresentazione dell’apparato psichico dell’odierno soggetto di prestazione, il quale usa violenza a se stesso, fa guerra a se stesso. Il soggetto di prestazione, che s’immagina libero, in realtà è incatenato come Prometeo. L’aquila, la quale si ciba del suo fegato che ogni volta ricresce, è il suo alter ego con cui egli è in guerra. Così inteso, il rapporto tra Prometeo e l’aquila è una relazione con il sé, un rapporto di autosfruttamento. Il dolore al fegato, di suo incapace di dolore, è la stanchezza. Prometeo viene colto così, come soggetto di autosfruttamento, da una stanchezza senza fine. Egli è l’archetipo della società della stanchezza» (B.C. Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2020, p. 9).
Così, i fenomeni prima accennati, sembrano rappresentare l’esito del mix letale tra autorealizzazione e autodistruzione. L’essere umano, infatti, affaticato da un carico eccessivo finisce per cedere sotto questo carico stesso, come un albero che ha troppi frutti: i frutti in eccesso lo danneggiano finendo col farlo ripiegare su se stesso. Questa immagine si accorda in maniera estremamente adatta alla situazione che molti di noi oggi possono provare in misura diversa. Anche noi, infatti, come un albero troppo carico di frutti, abbiamo una quantità infinita di stimoli a cui sentiamo, in qualche modo, di dover rispondere per non rischiare di essere tagliati fuori dalla società e, allo stesso tempo, milioni di possibilità di informarci, aggiornarci, essere “sul pezzo” velocemente, in tempo reale. Questo surplus, apparentemente, ci dona l’illusione di poter aver tutto subito amplificando enormemente le possibilità ma, in realtà, conduce a una stanchezza tale da portare ad un appiattimento delle nostre capacità, anche creative. Quando, però, riusciamo a renderci conto che qualcosa non funziona e che l’esistenza umana non può ridursi alla mera e infinita produzione, allora possiamo accogliere la stanchezza come una sentinella che viene in nostro soccorso. La stanchezza allora, finalmente ascoltata, può consigliarci di rallentare e prenderci il tempo necessario per curarci da quell’affanno quotidiano che ci vorrebbe perennemente attivi, accesi come le macchine che non siamo.
NOTE
[Photo credit I ch via Unsplash.com]