Dopo quasi sessanta anni torna al cinema un adattamento dell’opera letteraria più conosciuta dello scrittore e filosofo franco-algerino Albert Camus (1913-1960). Già nel 1967 Luchino Visconti aveva portato nelle sale la propria versione de Lo Straniero: una trasposizione attenta, forse fin troppo precisa, criticata da molti perché incapace di restituire la grandezza del romanzo di Camus e per l’interpretazione di Marcello Mastroianni nei panni di Meursault. Oggi il testimone passa al regista François Ozon e all’attore Benjamin Voisin in un adattamento per certi versi molto simile a quello precedente e per altri maggiormente sfaccettato e ambizioso.
Proprio come la prima trasposizione cinematografica del testo, il film di Ozon si rivela profondamente ancorato alla scrittura dell’autore nella fedeltà alle battute dei personaggi e nella scansione generale del racconto. La storia narrata è da questo punto di vista assai semplice: un impiegato di Algeri si reca al funerale della madre, morta in ospizio, mostrando ai presenti di non provare particolari emozioni per l’accaduto. Tornato alla propria vita, intraprende una relazione con Marie (Rebecca Marder) e va con lei al cinema a vedere un film comico: il tutto il giorno seguente al funerale. Avvicinatosi poi allo sfruttatore di donne Raymond (Pierre Lottin) si reca con lui, Marie e un’altra coppia al mare: qui Meursault, accecato dalla luce del sole riflessa sulla lama del coltello di un arabo, con il quale erano sorte tensioni, gli sparerà cinque colpi di pistola e lo ucciderà. Il romanzo e il film giungono così alla parte centrale della vicenda: il processo contro il protagonista condannato poi alla pena capitale non per l’omicidio commesso, ma per il suo modo di essere figlio.
Nonostante l’apprezzabile fedeltà al romanzo camusiano, si può in realtà sostenere che il vero nucleo del film di Ozon sia in qualche modo da rintracciare nelle scene non fedeli al racconto, in quelle poche ma significative aperture all’universo di Camus e di un Novecento chiaroscurale. In primo luogo è allora di straordinaria importanza l’attenzione al rapporto tra gli algerini e i colonizzatori francesi. Particolarmente emblematica è dunque la scena in cui si sceglie di far dialogare Marie e la sorella dell’uomo ucciso: quest’ultima nota, infatti, come l’intero processo non abbia nulla a che fare con la morte di suo fratello arabo, ma sia uno scontro tra francesi, e che tutti loro dovrebbero tornare nella loro patria. Quando poi Marie le fa notare che Meursault abita lì, la sorella accenna a una risata, aprendo così la narrazione a un problema sociale e politico di cui lo stesso Camus si occupò e che l’autore sperimentò nella propria condizione di pied-noir. Con tale scelta narrativa il regista spinge allora spettatori a spettatrici a dissociarsi, almeno in parte, dal proprio sguardo prettamente europeo e a dare un peso diverso al proprio corpo politico. La narrazione si fa perciò doppia e ci si accorge tristemente che, per buona parte del racconto, non si è seguito che un unico punto di vista, quello francese. È dunque possibile chiedersi, forse piuttosto retoricamente, se tale dinamica non si ritrovi oggi più generalmente nel modo spesso europeo di stare al mondo, e di concepire gli eventi dell’attualità e la loro rilevanza.
Un’altra scena è poi particolarmente significativa: Meursault sogna la madre e lei gli narra di quando suo padre, scegliendo di assistere a un’esecuzione pubblica, tornò poi a casa, sconvolto e in preda al vomito. La particolarità di questa scena risiede proprio nel fatto che essa accadde realmente: il protagonista era proprio il padre dello stesso filosofo, il quale scelse di aprire con il racconto di questa vicenda lo scritto intitolato Riflessioni sulla pena di morte (1957). Anche con quest’ultima scelta narrativa Ozon sembra sdoppiare le prospettive possibili sulla conclusione del romanzo: la domanda di chi visualizza la scena non riguarda allora unicamente la legittimità della condanna a morte di un uomo per i sentimenti che egli prova o non prova, ma la validità di un intero apparato statale che si arroga il potere di sancire quando la vita di un individuo può continuare e quando invece è bene spezzarla. È dunque ammissibile che uno Stato che condanni la violenza la adoperi metodicamente e sistematicamente per punire con una condanna eterna chi si macchia con essa?
Rievocando tutto ciò, il film esce perciò dalla totale fedeltà al romanzo e accenna in maniera brillante e utile alla complessità dell’universo camusiano, un universo in cui la constatazione dell’assurdità dell’esistenza si intreccia con problemi profondamente storici, politici, e per molti versi ancora tremendamente attuali: problemi europei e non europei che riguardano l’individuo ancor prima del suo essere cittadino, interrogandolo nel nucleo più profondo della sua umanità.
NOTE
[Photocredit Paul Garaizar via Unsplash]