Nel 2016 Donald Trump scriveva sui social: «Il mondo cosiddetto civilizzato deve cambiare modo di pensare»; oggi dichiara: «Non ho bisogno del diritto internazionale. La mia morale, la mia mente è l’unica cosa che può fermarmi». Pensieri che celano teorie di un tempo lontano, utilizzate oggigiorno in una nuova propaganda di odio e di disumanizzazione del diverso. La disumanizzazione dell’altro è un’attitudine senza tempo. Già i barbari delle fonti classiche venivano rappresentati come esseri rozzi e distruttivi, immagine poi revisionata dalla storia culturale che ha restituito loro l’identità di civiltà dei barbari (cfr. P. Burke, Storia culturale, Laterza, Roma-Bari 2008, p.52).
In epoca vittoriana la stessa antropologia e le scienze sociali erano permeate dall’idea che solo una parte dell’umanità potesse dirsi davvero civilizzata e che la civiltà coincidesse con un presunto primato morale. Le popolazioni lontane e spesso isolate venivano studiate come quasi non umane. Più ci si allontanava dall’Occidente, più, secondo questa visione, si poteva viaggiare indietro nel tempo, incontrando antenati fermi a uno stadio evolutivo inferiore. L’antropologo tedesco Johannes Fabian la definì negazione della contemporaneità, paradigma che collocava gli altri, i primitivi, fuori dal presente, dal tempo occidentale, ritenuto invece giusto ed evoluto (cfr. M. Engelke, Pensare come un antropologo, Torino, Einaudi 2017, p. 63). Non è difficile comprendere come la retorica evoluzionistica ottocentesca abbia poi contribuito a legittimare pratiche di razzismo nei confronti di chi non corrispondeva ai canoni occidentali. Dalla convinzione di una superiorità della civiltà occidentale all’imperialismo e al colonialismo il passo fu breve. Le stesse missioni umanitarie e religiose mascheravano in realtà obiettivi di sfruttamento e dominio, trasformandosi in missioni civilizzatrici. Jean e John Comaroff descrissero efficacemente questo processo come «un’opera di civilizzazione che procedeva parallelamente nel nome di Dio e del mercato» (ivi, p. 58).
Donald Trump sembra oggi uscire dai testi di Samuel Huntington che, nel 1993, in The Clash of Civilizations, profetizzava la fine dei conflitti ideologici e l’avvento di una nuova fase di guerre tra civiltà. Secondo Huntington, le civiltà differiscono non solo per elementi oggettivi come lingua, storia e cultura, ma anche per il modo in cui i popoli concepiscono la propria identità e autodeterminazione. Proprio queste differenze renderebbero lo scontro inevitabile, soprattutto tra Occidente e Islam (ivi, p. 61).
In questa prospettiva è possibile reinterpretare rispettivamente la guerra globale al terrore –che spinge tutt’oggi gli USA a bombardare di frequente e in ogni parte del globo sospette cellule terroristiche –, l’esportazione della democrazia – che legittima gli stessi Stati Uniti a invadere territori con lo scopo di esportare forme di governo ritenute più giuste – e per finire il continuo intervento militare nei confronti degli Stati latinoamericani, con la scusa della lotta al narcotraffico e della destituzione di capi di stato ritenuti immorali. Se morale e democrazia costituiscono alcuni dei presupposti di questa nuova superiorità evoluzionistica, un altro concetto chiave è la tecnologia. L’antropologo statunitense Leslie White concepiva la cultura come un sistema dinamico il cui elemento decisivo era proprio la tecnologia, fattore discriminante tra i gruppi umani (cfr. M. Aime, Il primo libro di antropologia, Torino, Einaudi 2008, p. 209). Se da un lato la tecnologia ha favorito lo sviluppo economico e industriale dell’Occidente, dall’altro il suo impiego più massiccio resta quello nell’industria bellica. Come osserva Jared Diamond: «la tecnologia, sotto forma di armi e mezzi di trasporto, è il mezzo più immediato grazie al quale alcuni popoli hanno soggiogato altri e ampliato i propri domini» (ivi, p.212).
Superiorità morale, forme di governo democratiche e tecnologia avanzata sono quindi gli elementi di una nuova retorica evoluzionistica che pone gli USA a idealtipo weberiano di Stato giusto d’Occidente. È in questo quadro che uno Stato come Israele, «fino a oggi protetto dall’Occidente ne diviene invece il cardine», secondo Balibar, «con pretese egemoniche, per mezzo di Gaza e delle altre operazioni che lo prolungano in tutta la regione: Libano, Siria, Iran, Penisola arabica» (cfr. E. Balibar, La filosofia di fronte al genocidio, intervista per Cronopio, Napoli 2025). Se oggi assistiamo a chi, in difesa dei crimini di guerra di Netanyahu, ci chiede di definire il concetto di bambino o a chi, in veste di Ministro della Repubblica italiana, ci dice che il diritto internazionale vale ma solo fino a un certo punto, lo dobbiamo a una nuova propaganda di superiorità della civiltà, che arma e difende chi, in nome di una fantomatica minaccia per l’Occidente, stermina e massacra un intero popolo ritenuto inferiore e fuori posto.
NOTE
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