Nati tra i primi anni ’40 e la fine degli anni ’60, sono i baby boomers1. I primi bambini ad aver avuto un’infanzia istituzionalmente riconosciuta, i primi giovani ad aver vissuto una relativa pace, gli adulti del boom economico, i genitori che per primi acquistarono il computer ai propri figli, ignari in quel momento dell’arrivo di una nuova era, un’epoca che li avrebbe di lì a poco esclusi, espulsi e marginalizzati. Oggi occupano la classe d’età dei prossimi anziani2, più longevi, meglio curati, più sani dei precedenti, ma non per questo agevolati nel vivere la quotidianità, che richiede sempre maggiori abilità e competenze digitali, a loro spesso precluse. Giovani nonni, ricchi di vissuto ma poveri del necessario capitale culturale, vittime di un crescente divario digitale, aiutati per quanto possibile da figli e nipoti (definiti al contrario nativi digitali per sottolineare una contemporaneità a loro più agevole). Nostalgici di un mondo passato, di un sistema di reti fatte di persone e da persone, di una comunità ricca di gesti di prossimità quali sportelli, piazze, parrocchie e farmacie, si ritrovano oggi immersi in una realtà apparentemente virtuale, cosparsa di tasti, passwords e identità digitali.
Pierre Bourdieu definisce il capitale sociale come «l’insieme delle risorse attuali o potenziali legate al possesso di una rete durevole di relazioni più o meno istituzionalizzate di conoscenza e riconoscimento reciproco» (P. Bourdieu, The forms of capital, in Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education, Greenwood Press, New York 1986, pp. 286-288). In altre parole, è il capitale costruito attraverso le relazioni sociali, la fiducia, la reciprocità e il riconoscimento che le generazioni passate vivevano nell’ambito delle loro appartenenze collettive: la famiglia, la comunità, il vicinato, le associazioni, i luoghi di incontro. Evidente appare quindi lo sgretolarsi di questa forma di capitale nella società contemporanea, dominata da logiche digitali e da relazioni mediate da macchine, che ha profondamente trasformato le modalità di costruzione e mantenimento delle reti sociali. Secondo la prospettiva bourdieusiana, il digital divide non rappresenta soltanto una barriera tecnologica, ma un meccanismo di riproduzione della disuguaglianza sociale (cfr. ivi, p. 286-288), dove chi non possiede un adeguato capitale culturale digitale viene escluso dai circuiti di riconoscimento e reciprocità, perdendo potere, influenza e appartenenza. Ricchi di connessioni ma poveri di relazioni, segno per Bourdieu di una società in cui il capitale sociale tende a trasformarsi in mera connessione strumentale, privata di profondità e di valore collettivo. In questo contesto, gli anziani non solo risultano marginalizzati, ma diventano i testimoni viventi della crisi del legame sociale, di quel tessuto relazionale che costituiva, in passato, una vera forma di ricchezza condivisa.
Dove la relazione produceva senso, ora la connessione sembra isolare e spingere a un individualismo sempre più marcato, con la promessa della velocità e dell’immediatezza, sintomo di una società accelerata e performante, noncurante di chi non riesce, di chi non ci si riconosce. In questa continua espulsione da una forma di vita collettiva si consuma l’esodo digitale di un’intera generazione. Se da un lato l’anziano sembra vittima di solo analfabetismo digitale, è altresì evidente che ciò contro cui inconsciamente lotta è quindi un sistema che ha spostato il valore relazionale, non più risorsa collettiva, ma oramai un dato individuale, fragile e reversibile.
Nonostante oggi si cerchi di ovviare all’isolamento informatico di queste generazioni con piattaforme e iniziative di facilitazione digitale, sembra restare inascoltato il loro bisogno di comunità. A mancare è un’etica della cura, di una cura nel digitale che non si limiti a trasferire conoscenze tecniche, ma anche e soprattutto un sapere relazionale, mantenendo vive le relazioni nonostante la mediazione delle macchine. Tornando a Bourdieu, la rete di relazioni è per lui il risultato di strategie di investimento, individuali o collettive, volte a stabilire o riprodurre relazioni sociali, ossia a trasformare relazioni contingenti, come quelle di vicinato, lavoro o di parentela, in relazioni necessarie ed elettive, vissute soggettivamente con gratitudine, rispetto e amicizia (cfr. ibidem). Perché non si faccia di un deserto una comunità, è auspicabile che, a ridosso di una società iperconnessa e in vista di generazioni completamente digitalizzate, si apporti un ripensamento di una rete che rallenti a un passo più umano, capace di ospitare, ascoltare e restituire la bellezza che soltanto un gesto umano può apportare in una società pur sempre, e nonostante tutto, fatta di persone.
NOTE
1. Definizione Treccani: Nati tra il 46 e il 64, negli anni del baby boom. Oggi hanno tre i 55 e i 65 anni.
2. Soglia tra i 65 e i 75 anni. Persona che abbia compiuto il sessantacinquesimo anno di vita.
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