La notte del 14 aprile 1912 un gruppo di otto musicisti suonò una melodia. Non vi era una sala da ballo ad accogliere la piccola orchestra, bensì il ponte di una nave che stava affondando. Il Titanic appena inaugurato con 1500 passeggeri a bordo, dopo qualche giorno di navigazione urtò un iceberg che provocò squarci nella fiancata. In pochi minuti le acque gelide dell’Oceano Atlantico cominceranno a penetrare all’interno dello scafo allagando le cabine. Il panico si diffuse in poco tempo. Eppure, tra la folla spaventata, sul ponte che iniziava ad inclinarsi pericolosamente, otto uomini suonarono una melodia. Qualche minuto più tardi Wallace Henry Hartley, il violinista del gruppo, pronuncerà la celebre frase: «Signori, è stato un onore suonare con voi stasera» (Titanic, James Cameron, Stati Uniti, 1998), abbraccerà il suo violino e se ne andrà. Hartley verrà ritrovato abbracciato al suo strumento musicale che in quella gelida sera rappresentò il suo atto di resistenza all’inferno che stava accadendo attorno a lui.
Potremmo leggere questo gesto come superficialità o disinteresse rispetto a ciò che stava accadendo; dopotutto la nave inevitabilmente sarebbe affondata in due ore. Eppure quegli otto esseri umani avevano deciso, insieme, di vivere quel momento di orrore dandogli un senso altro che non fosse la dominante paura della morte, pur consapevoli che sarebbe arrivata anche per loro.
Possiamo altresì rileggere questo momento attraverso le parole di Hannah Arendt:
«Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che ci giungerà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante e spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze, diffondendola sull’arco di tempo che fu loro concesso di trascorrere sulla terra» (H. Arendt, Men in the Dark Times, Harocourt, Brace & World, New York, 1958, prefazione, p. IX, trad. mia).
Il pensiero di Arendt è la narrazione di un’esperienza, personale certo, in continuo contatto con la dinamicità e drammaticità della vita; tuttavia è anche un monito che può valere per i diversi e complessi tempi bui che ogni essere umano si trova a vivere. C’è un postulato fondamentale che sorregge l’intero edificio di pensiero di Arendt e che ritroviamo nella piccola orchestra del Titanic: la condivisione. Possiamo scegliere di muoverci singolarmente, di andare controcorrente attraverso un movimento inverso e spesso troppo faticoso; oppure possiamo scegliere di rimanere in quell’esperienza, viverla senza tradurla, “suonare mentre tutto affonda”, ma farlo insieme.
Cosa succede quando l’ignoto prende il sopravvento? Condividere un momento illogico non è un’esperienza naturale per l’essere umano poiché la ricerca di coerenza e di una logica condivisibile è l’esercizio più immediato che come esseri umani mettiamo in atto quando viviamo qualcosa, in particolare quando quell’esperienza irrompe nel nostro quotidiano. Tuttavia, esattamente come ci appaiono gli otto musicisti sul ponte del Titanic, che anziché correre verso le scialuppe per salvarsi decidono di rimanere a suonare una melodia, è possibile scegliere di vivere l’illogico non senza paura o difficoltà, ma dando ad esso un senso nuovo e diverso che permetta a chi vive quell’istante di osservarne anche i flebili bagliori che ancora una volta possono illuminare il tempo buio.
Il 1° febbraio 1975 Pier Paolo Pasolini scrisse una lettera al Corriere della Sera riguardo alla situazione storica, politica e culturale dell’Italia. Il titolo ufficiale dell’articolo fu Il vuoto del potere in Italia ma è ripreso ancora oggi come L’articolo delle lucciole. Nell’articolo Pasolini descrive una sera d’estate a Bologna, in campagna, accolto da un gruppo di giovani amici; ne racconta la gioia, le mille voci entusiaste che esplodono dai loro racconti. Quella gioia che esplode da una compagnia di amici illumina gli anni di piombo. Sono momenti di eccezioni, di canti poetici che co-esistono e resistono all’inferno attorno. Il filosofo Georges Didi-Huberman riprende questo pensiero e lo disegna attraverso l’immagine delle lucciole: «Anche se c’è poco da vedere – perché le lucciole emettono un bagliore leggero e intermittente – ci vogliono quasi cinquemila lucciole per produrre una luce pari a quella di una sola candela» (G. Didi-Huberman, Come le lucciole, Bollati Boringhieri, Torino 2010, p.33).
Così in ogni tempo buio, di ogni epoca e di ogni esperienza umana, possiamo osservare una leggera costellazione di lucciole che come un principio di speranza dà forma ad un Adesso che potremmo non comprendere né controllare, ma che è inevitabilmente già rivolto al Futuro.