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Duras

La paura del verbo con Marguerite Duras

Scrivere, soprattutto iniziare a scrivere, spaventa. Tutti ricordiamo il panico davanti alla traccia del tema, da sviluppare e consegnare entro tre ore. Spesso, due di quelle tre ore consistevano nel fissare un foglio terribilmente bianco e sentirsi la persona meno capace dell’universo. Finito il percorso di formazione, la maggior parte delle persone lascia da parte la scrittura, che nell’immaginario collettivo è percepita come un talento raro.

«Il terrore è sempre, ovunque, presso tutti i popoli, lo scritto. Dove non c’è niente c’è un foglio. È il cominciamento del mondo. Non c’è niente, è bianco. Poi, due ore dopo, è pieno. Fa concorrenza a Dio. Qualcuno osa creare qualcosa. Scrive. È contro la creazione che scrive. Fa questa cosa. È terribile, veramente» (M. Duras, Il nero Atlantico, Mondadori, Milano 1998, p. 71).

Il niente di cui parla Duras è ciò che Sant’Agostino analizza nel libro XI delle Confessioni: quando Dio creò ex nihilo (dal nulla), non riempì un vuoto preesistente, ma diede inizio all’esistenza stessa. Questo, dice Duras, è esattamente ciò che fa una persona che scrive. È proprio questa impossibilità di orientarsi, di definire, di circoscrivere nelle categorie umane di spazio, tempo e causa, che essa deve affrontare. Questo confronto provoca terrore.  

La Bibbia si apre con Genesi, ovvero la storia della Creazione. È evidente, quindi, come la capacità di creare sia un attributo divino fondamentale. La religione cattolica, così come la mitologia classica, mostra la necessità di trovare un significato nell’esistenza, un punto di partenza a cui fare riferimento. Allo stesso tempo, però, gli esseri umani stessi emergono come creature, la loro soggettività non gioca alcun ruolo. Questo è il motivo per cui fare concorrenza a Dio, osare creare qualcosa ovunque, presso tutti i popoli, provoca ancora terrore.  

Teogonia apre con l’incontro tra Esiodo e le Muse sul monte Elicona, dove queste lo rendono poeta. Diversamente da Duras, quindi, l’autore non compete con Dio, ma rispetta la gerarchia e obbedisce alla missione: «Celebrate le cose che saranno e le cose che furono un tempo; […] cantate la stirpe dei beati dei che sono eterni, ma sempre cantate di loro [degli dei!]» (Esiodo, Teogonia, Einaudi, Torino 2023, vv. 32-34). Duras, scrivendo, deve affrontare il vuoto, e questo provoca terrore. Tuttavia, essa osa investirsi del potere divino di creare. Esiodo, d’altra parte, viene svuotato della propria umanità ed è estatico per il dono di essere la voce attraverso cui parlano le divinità. Egli è percepito, in modo simile ma opposto a Duras, come un dio. L’autore prega angosciosamente le Muse affinché raccontino a lui e all’umanità la genesi e la ragione della realtà. Modellando queste ultime attorno alla volontà degli dèi, ai loro poteri, interessi e relazioni, nel prosieguo del poema Esiodo silenzia il terrore di un vuoto ancestrale, così come quello di non conoscerne la ragione.

In Metamorfosi, Ovidio riempie con una storia mitica il vuoto di un prima-dell’esistenza e la mancanza di spiegazioni per i fenomeni. Duras, invece, si confronta con un vuoto della pagina che è l’equivalente tangibile di una mancanza di spiegazione, di una potenzialità troppo ampia, di un’esistenza troppo complessa per essere racchiusa in una grammatica. Invece di pregare gli dèi per essere ispirata, scrivendo l’autrice «fa concorrenza» a Dio. Essa diventa demiurgo; crea da sé, in modo indipendente, commettendo consapevolmente ὕβρις (Hybris, tracotanza). L’essere terribile non deriva dalla paura della punizione. Al contrario, deriva dall’improvvisa forza di osar creare, dal riconoscere la propria capacità di competere con Dio.

La struttura concettuale alla base dei casi considerati finora è espressa al meglio ne Lessenza del cristianesimo di Ludwig Feuerbach. Qui, l’autore sostiene che, a causa della loro limitatezza quali individui terreni, gli esseri umani proiettino un’immagine idealizzata di sé stessi in un Dio assoluto. Di fronte a tale perfezione divina, essi si sentiranno per sempre infinitamente subalterni. Ciò che non riconoscono, però, è che quel Dio è proprio la raccolta delle qualità che appartengono a loro stessi. L’essere umano è divino. Duras, nel fare questa cosa e nel mettere il soggetto Tu al centro, risponde quindi all’appello di Feuerbach. Un appello per una determinazione del soggetto che non provenga da nessun altro luogo che dal soggetto stesso. Nella scrittura, l’autrice plasma sé stessa e la propria realtà. La scrittrice è divina. Da Marguerite Duras possiamo allora imparare ad abbracciare il vuoto abissale, ad assorbire il terrore che è impresso in ogni goccia di sudore che cala dalla nostra fronte prima della scrittura, e a trasformarlo in creazione nostra, divina.

 

NOTE
[Photo credit Ilartsy via Unsplash.com]

 

Diletta Caregnato
Diletta Caregnato, classe 2000, si è formata tra i prati giganti di Marcesina e la vivida Bologna, dove ha studiato Filosofia. Attualmente rielabora ispirazioni e interessi legati all’ecologia e alle religioni nel Master in Cross Disciplinary Strategies presso l’Università di Arti Applicate di Vienna.

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