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La Monaco del Terzo Reich: gioventù dell’obbedienza e gioventù della resistenza

Camminare per Monaco di Baviera è come addentrarsi in un theatrum historiae della Germania nazista. È un’esperienza che non ammette neutralità. I luoghi, qui, non sono custodi silenziosi del passato: parlano ancora, interrogano le coscienze e costringono a scegliere da che parte stare. Durante il percorso della memoria, vissuto a dicembre con i miei studenti, la città, avvolta nel freddo pungente dell’inverno bavarese, con la testimonianza dei suoi monumenti, ci ha rivelato l’esistenza, al tempo del Terzo Reich, di una contrapposizione netta tra due gioventù: da un lato, i giovani plasmati e sedotti dal progetto totalitario, dall’altro, i giovani che al nazismo si opposero con la forza del pensiero, pagando il prezzo più alto.

A Monaco nacque, si strutturò e mise in scena la propria potenza simbolica il nazionalsocialismo. Nelle birrerie come l’Hofbräuhaus e il Bürgerbräukeller Hitler arringò le folle, trasformando il malcontento in ideologia di rivincita, l’umiliazione in odio organizzato. Qui fu annunciato il programma del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi; prese forma il mito del Führer; avvenne il fallito Putsch, che diede visibilità a un movimento destinato a conquistare il potere.

Le piazze monumentali, come la Königsplatz, divennero il teatro delle adunate: spazi pensati per creare identificazione, addestrare il corpo, prima della mente, alla cieca obbedienza, alla disciplina militare, alla fedeltà assoluta. In questo contesto nacque la Hitlerjugend, la Gioventù hitleriana: non una semplice organizzazione giovanile, ma un vero e proprio progetto pedagogico totalitario, pensato per trasformare i giovani in strumenti del potere, formandoli all’ideologia omologante, privandoli dell’autonomia morale, abituandoli a eseguire ordini senza vagliarli con la ragione, a individuare nei nemici – l’ebreo complottista, l’intellettuale corruttore, il dissidente traditore – la sola causa della crisi della nazione, legittimando la violenza e annullando la responsabilità individuale. Il rogo dei libri del 10 maggio 1933, rappresenta il culmine di questa educazione alla distruzione del pensiero critico. Furono studenti, giovani come quelli che oggi frequentano le università europee, a gettare nel fuoco, sulla Königsplatz, in nome dell’ortodossia del pensiero, le opere “degenerate”, “contrarie allo spirito tedesco” di autori ebrei, marxisti, pacifisti, liberali o semplicemente scomodi, come Heine, Freud, Einstein, Mann, Brecht. 

Eppure, in questa stessa città, in quelle stesse aule dell’Università Ludwig-Maximilian dove si formavano i funzionari del Reich, un’altra gioventù stava compiendo il percorso inverso. Una gioventù minoritaria, fragile solo in apparenza: era la Rosa Bianca di Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, studenti poco più che ventenni. Non erano politici di mestiere, ma filosofi per vocazione: educati al pensiero di Aristotele, Laozi, Goethe e Schiller, rifiutarono di abdicare alla coscienza e scelsero la resistenza morale, ultimo baluardo contro il totalitarismo. Il 22 febbraio 1943, la ghigliottina del carcere di Stadelheim stroncò le vite dei fratelli Scholl e di Christoph Probst. Poi toccò agli altri e a Kurt Huber, il professore di filosofia che li aveva ispirati. La loro colpa fu di avere usato inchiostro e carta come armi, affidando alla parola scritta il dovere della verità e l’impegno alla resistenza. Sul selciato grigio della Geschwister-Scholl-Platz, davanti all’Università di Monaco, la memoria degli studenti della Rosa Bianca non è affidata a un monumento, giace sotto i piedi di chi passa. Le loro parole sono incise su lastre di bronzo lucente, incastonate nella pavimentazione di pietra, come un invito ai passanti a chinarsi, leggere e misurarsi con il coraggio di quei giovani e con l’eco di un pericolo antico: 

«Non c’è nulla di più indegno per un popolo civile che lasciarsi “governare” senza alcuna resistenza.»

«Chi di noi immagina la vergogna che ci coprirà quando un giorno cadrà il velo dai nostri occhi?»

«Libertà e onore!»

«Noi non tacciamo, siamo la vostra cattiva coscienza!»

Sono stralci dei flugblätter, i volantini clandestini che i giovani della Rosa Bianca battevano a macchina e facevano circolare negli atenei della Germania nazista e che oggi continuano a risuonare, impressi sul memoriale calpestabile della DenkStätte Weiße Rose. Denunciano la complicità e la decadenza morale del popolo tedesco. Prefigurano l’ondata di vergogna per gli orrori commessi che avrebbe travolto la Germania. Rivolgono l’appello alla responsabilità individuale, al dovere di difendere libertà e onore. Un monito che ancora interpella chiunque si soffermi a leggere. In un’Europa di nuovo attraversata da venti nazionalistici, da attacchi allo Stato di diritto, il lascito della Rosa Bianca è un richiamo alla vigilanza permanente: la democrazia non è garantita una volta per tutte, i diritti non sono acquisizioni irreversibili, la libertà di pensiero può essere erosa lentamente, normalizzando il linguaggio dell’odio, delegittimando la cultura, imbavagliando il dissenso.

Possiamo onorare la Rosa Bianca e celebrarne l’eroismo, esercitando consapevolezza e responsabilità civica, chiedendoci se siamo disposti a essere, oggi, sentinelle vigili dei diritti, custodi attivi dell’umanità.

 

NOTE
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Immagine dell’autrice]

Marilena Buonadonna

Marilena Buonadonna

Solare, determinata, poliedrica

Mi chiamo Maria Buonadonna, anche se per tutti sono Marilena. Ho studiato musica fino a quando sono stata folgorata dalla filosofia, la passione della mia vita, che mi ha condotta a laurearmi con lode a 21 anni, con la tesi dal titolo Filosofie della natura ed etica ambientale. Dal 2005 insegno filosofia e storia a […]

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