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In viaggio verso la collina: una (vitale) accettazione della morte

Non è paradossale che il tempo non ci risparmi nemmeno nel bel mentre che riflettiamo su di esso? Il tempo continua a scorrere, a passarci davanti senza neanche salutarci perfino mentre stiamo parlando bene di lui; anche quando – convinti di star facendo del nostro meglio per comprenderlo – cerchiamo di analizzarlo scrupolosamente, in realtà non stiamo facendo altro che “perderci” l’ennesimo primo e ultimo istante tanto irripetibile quanto, forse, inafferrabile della nostra vita. Nessuno mai, o quasi, sa quanti “primi e ultimi” istanti ha ancora a disposizione prima di far la fine che tutti faremo, ma una cosa è certa: chiunque, fin dal momento in cui nasce, è gettato nel tempo ed è destinato a vivere e morire.

Esiste forse una preparazione alla propria morte? Mentre Socrate, oltre ad apprestarsi a gustare l’ultimo “aperitivo” della vita bevendo il suo bicchierino di cicuta, prova persino a consolare i propri seguaci affermando che la filosofia «non è nient’altro che un esercitarsi al morire e all’essere morti» (Platone, Fedone, Feltrinelli, Milano 2017, p. 73), Vladimir Jankélévitch sostiene invece l’impossibilità di pensare la propria morte e di fornire una spiegazione veramente plausibile di questo mistero universalmente personale. Ci è possibile comprendere l’irrimediabile precarietà che caratterizza l’essere umano soltanto attraverso la «morte alla seconda persona», considerata un’esperienza filosofica privilegiata in quanto «è quella che più assomiglia alla mia, senza essere la mia» (V. Jankélévitch, Pensare la morte?, Raffaello Cortina, Milano 1995, p. 28). La filosofia dovrebbe forse limitarsi ad accettare il paradosso di questo evento, sforzandosi di non ridurre la “tragedia assoluta” a un banale fenomeno relativo e tentando di puntualizzare che anche se l’essere muore, il fatto di “essere-stato” e di aver vissuto rimane un qualcosa di ineliminabile.

L’aspetto relativo alla maniera, autentica ed unica, attraverso la quale ogni individuo modella la propria esistenza è riscontrabile nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, in cui sono raccolti 243 epitaffi che, diversamente dai classici epitaffi che osannano la memoria nei confronti del defunto, rappresentano il mezzo attraverso il quale gli ormai defunti abitanti della cittadina rilasciano – senza nessun tipo di autocensura (dato che essi non dovranno più far fronte alle questioni passionali della vita) – la loro ultima “confessione”. In questi lasciti postumi risulta particolarmente tangibile l’irripetibile autenticità di ogni esistenza; emblematico, a tal riguardo, è il primo componimento introduttivo, intitolato La collina, in cui spicca l’accostamento ossimorico tra la diversità dei vissuti appartenenti ai vari personaggi e la medesima condizione mortale che oramai li accomuna, visto che alla fine tutti «dormono, dormono, dormono sulla collina» (E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, Einaudi, Torino 2014, p. 3).

Un’unica e inevitabile meta, identica per ognuno di noi. Finiremo tutti sulla collina, e farà lo stesso la nostra coscienza, quella sorta di album fotografico in continuo aggiornamento nel quale, volenti o nolenti, gli individui conservano irrimediabilmente i loro ricordi; quel luogo invisibile in cui ognuno di noi soggiorna istante dopo istante, arredato da belle esperienze e disavventure che una volta posizionate su uno qualsiasi dei suoi scaffali rimarranno lì anche a costo di impolverarsi un bel po’. La coscienza umana, insomma, simile a un’isola che non c’è, sarà sommersa dalle acque profondissime soltanto quando il corpo verrà seppellito e ricoperto di terra.

Di fronte al certissimo e insuperabile traguardo finale della morte, l’individuo si accorge tuttavia che, almeno in una certa misura, è libero di percorrere il tragitto che meglio crede per giungere a tale meta. Ovviamente egli non sa di preciso dove si trova il traguardo, né quanto carburante rimane all’interno del suo serbatoio, ma, finché può, continua a viaggiare nel corso del tempo, in maniera spedita o lenta che sia, con le sue valigie cariche di esperienze che continuano a cumularsi e che lo plasmano nel bel mentre ch’egli si gode il paesaggio che la vita gli offre. Pur non sapendo fin dove si potrà spingere, né per quanto tempo egli dovrà proseguire, l’individuo rimane libero di scegliere con chi viaggiare, dove svoltare e perfino se rallentare o sostare per qualche periodo. Una volta imboccata una strada, però, egli lascerà in essa la sua impronta, le sue orme e tutte quelle irreplicabili tracce indelebili del suo passaggio. L’accettazione relativa al “non-senso” della fine assoluta – per concludere – può far comprendere che il modo in cui arrivare alla morte è, grossomodo, nelle nostre mani e, dunque, che ognuno di noi può forgiare la propria vita come meglio crede.

 

NOTE
[Photo credit Granth Whitty via unsplash.com]

 

Dario Rivo
Laureato in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Catania con una tesi su Thomas Reid, il suo interesse di ricerca si concentra su ciò che appare più ovvio: il senso comune, di cui diffida quanto basta. Tra teoria e vita quotidiana, coltiva l’ambizione di collezionare momenti in cui ciò che diamo per scontato smette, all’improvviso, di esserlo.

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