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Il rivoluzionario gesto del leggere

Il rapporto dell’essere umano con i libri e con la lettura viene magistralmente descritto da Jorge Luis Borges «io, che mi figuravo il Paradiso/sotto la specie di una biblioteca» (J.L. Borges, L’artefice, in Borges tutte le opere, Milano, Meridiani Mondadori, 2004, vol. I, p 1171). Questa potente e limpida immagine non è l’ennesimo sfoggio di erudizione poetica: è una metafisica dichiarazione  di amore per la lettura. La biblioteca non è un semplice deposito di volumi, ma uno spazio mentale in cui tempo, identità e possibilità si intrecciano: i testi, con il loro reticolo di rimandi e corrispondenze, moltiplicano le proprie storie e offrono alle persone, nel fugace gesto del leggere, la possibilità di abitare un frammento di infinito.

Viene qui rivelato un un pensiero fondamentale: leggere non è una attività tra le altre bensì uno stato dell’essere. Non si legge per ottenere questo o per fare quest’altro ma per poter abitare un mondo più vasto di quello che l’esperienza immediata e quotidiana ci offre. In questa intuizione, intrinsecamente borgesiana, possiamo trovare anche il punto di raccordo di due autori, fra loro diversissimi, Harold Bloom e Daniel Pennac, che da differenti punti di vista e con linguaggi diversi hanno riflettuto sul significato della lettura e sul perché i libri siano stati e continuino a essere necessari. 

Harold Bloom, nel suo Come si legge un libro e perché (Rizzoli 2010), propone una difesa appassionata della lettura come gesto eminentemente individuale. In un’epoca che chiede ai libri di essere utili, formativi, socialmente rilevanti, Bloom si ostina a ribadire una tesi controcorrente: non si legge per diventare cittadini migliori, né per acquisire competenze, ma per non essere ridotti all’orizzonte angusto della propria quotidianità. La grande letteratura custodisce una forza di rivelazione che permette all’individuo di ascoltare parti di sé che altrimenti resterebbero mute. Ogni lettore diventa in questa prospettiva l’erede di una tradizione fatta non di programmi ma di incontri interiori: Shakespeare, Cervantes, Whitman, Dickinson sono conversatori silenziosi che offrono strumenti per comprendere la propria complessità. 

Questa idea della lettura come esperienza di profondità dialoga con Borges, che nei libri cercava la pluralità dell’io, e prepara il terreno per l’altra voce, quella di Daniel Pennac, che in Come un romanzo ( Feltrinelli 2013) si concentra non sulla salvezza individuale, ma sulla libertà del lettore. Pennac sa che molti hanno conosciuto i libri attraverso l’obbligo scolastico, e che questo obbligo ha spesso spento anziché accendere il desiderio della lettura. Di fronte alle richieste di prestazione, scolastica e sociale, egli propone un manifesto leggero ma fondamentale: il diritto di non leggere, di saltare le pagine, di non finire un libro, di rileggere. Ed è proprio difendendo il diritto a non leggere che Pennac, paradossalmente ma non troppo, difende in modo ancora più radicale la lettura. Perché un libro, per toccare veramente, deve essere scelto, non imposto. Nel diritto di non leggere si riafferma quell’emozione che il sistema culturale spesso tende a soffocare: la gioia della lettura. Non la gioia superficiale dell’intrattenimento, ma quella più profonda dell’incontro tra un lettore e un testo che gli parla inaspettatamente, come un amico ritrovato o un segreto appena rivelato. 

Se si considerano insieme queste tre voci, Borges, Bloom e Pennac, emerge un’immagine sorprendentemente coerente del libro. Per Borges esso è la metafisica del possibile, lo spazio dove l’identità si frammenta e si ricompone; per Bloom è il luogo della resistenza interiore, un baluardo contro la deriva uniforme del presente; per Pennac è la celebrazione della libertà, un atto di scelta e di affetto. Queste prospettive, pur diverse, convergono su un punto decisivo: i libri sono spazi di umanità. Non strumenti, non prodotti culturali, ma luoghi nei quali è ancora possibile fare esperienza di sé, degli altri e del mondo senza il filtro dell’urgenza o della semplificazione. In un’epoca in cui la velocità sembra essere la regola universale, leggere un libro è un gesto controcorrente: richiede lentezza, attenzione, disponibilità a lasciarsi trasformare. Leggere è pertanto uno degli atti più radicali che possiamo compiere. 

E qui ritorna con tutta la sua forza evocativa l’immagine del poeta argentino: il Paradiso immaginato come una biblioteca per rappresentare la condizione in cui il lettore, aprendo un libro, accetta di abbandonare per un momento i confini della propria vita e di entrare in quella zona di chiaroscuro dove il possibile e il reale si toccano. Perché leggere non ci sottrae al mondo ma ce lo riconsegna ampliato.

 

NOTE
[Photocredits Jaredd Craig via unsplash.com]

Francesca Pesacane

Francesca Pesacane

appassionata, ironica, gentile

Abito in Basilicata, a Rionero in Vulture, alle pendici del monte da cui il paese prende il nome. Dopo aver studiato filosofia a Napoli vi ho fatto ritorno, portando con me domande e inquietudini da intrecciare a questi luoghi poco noti che invitano alla riflessione. Insegno filosofia, storia e, quando riesco, meraviglia: per me educare […]

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