Il 23 aprile, l’UNESCO celebra la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, riconoscendo il potere dei libri come ponte tra generazioni e culture. La capitale mondiale del libro quest’anno è Rabat, in Marocco, scelta per essere crocevia culturale in cui i libri contribuiscono a trasmettere la conoscenza e le arti in tutta la loro diversità.
Ma perché leggiamo? Cosa cerchiamo in un libro? Perché nell’era del digitale e dell’AI, ci ostiniamo a setacciare parole, immagini e pensieri, tra righe di inchiostro tracciate su fogli di carta?
Uno studio dell’Università del Texas, afferma che siamo ciò che leggiamo poiché sembra che le persone cerchino forme di intrattenimento che riflettano e rafforzino aspetti della loro personalità. Ci sono anche molti gli studi che attribuiscono alla lettura delle caratteristiche benefiche per la salute mentale e spirituale delle persone, secondo l’Università del Sussex (UK) leggere riduce lo stress, aumenta la creatività e l’empatia, allena il cervello contrastandone l’invecchiamento e migliorandone il riposo durante il sonno, aiuta persino nei legami sociali ed affettivi.
Però, in fondo, perché si legge? Di certo non pensiamo a tutti i benefici appena elencati o alla nostra tipologia di personalità, quando passeggiamo tra gli scaffali di una libreria, sfiorando con gli occhi copertine, titoli e nomi di autori. E perché, per esempio, qualcuno sceglierebbe di leggere Wild, di Cheryl Strayed? Forse perché cerca un romanzo che racconta di un trekking nella natura selvaggia della California, che descrive il famoso Pacific Crest Trail da una prospettiva interna, che fa sperimentare pagina dopo pagina la fatica e il coraggio che servono per percorrere migliaia di chilometri impiegandoci dei mesi.
«Guardai verso nord; il solo pensiero di quel ponte era per me come un faro. Guardai verso sud, da dove venivo, il territorio selvaggio che mi aveva temprata e bruciata, e considerai le opzioni. Ce n’era una sola, lo sapevo. Ce n’era sempre una sola. Continuare a camminare» (C. Strayed, Wild, Pickwick, Milano 2016, p.11).
Oppure si sceglie di leggerlo se si è alle prese con un fatto personale grave, come un lutto improvviso (nel caso di Cheryl, la madre) e si sta cercando un modo per riempire un vuoto.
«Era sbagliato. Era così irrimediabilmente spaventoso che mia madre mi fosse stata portata via. Non potevo nemmeno odiarla come si deve. La sua morte aveva distrutto tutto. Mi aveva dato il colpo di grazia nel bel mezzo della mia arroganza giovanile. Lei sarebbe sempre stata lo spazio vuoto che nessuno avrebbe potuto colmare. Avrei dovuto riempirlo da sola di nuovo e di continuo» (ivi, p.344-345).
Si leggere Wild se ci si sente dei fallimenti completi, per aver rovinato e sporcato le nostre relazioni intime, per aver cercato di silenziare la disperazione attraverso delle dipendenze o se ci si considera delle persone incapaci di costruire qualcosa di buono.
«Tra tutte le cose che mi avevano indotta a non aver paura durante quel cammino, tra tutte le cose che mi avevano fatto credere di poter percorrere il PCT, la morte di mia madre era stata decisiva nel formare la profonda convinzione che sarei stata al sicuro: non poteva succedermi niente di brutto, pensavo. La cosa peggiore mi era già successa.» (ivi, p. 79).
Percorrere le pagine di Wild, è come camminare passo dopo passo sul sentiero delle Creste del Pacifico. È ammettere che a volte le domande non hanno risposte e che la scelta giusta è stancare il corpo, piegarlo, costringerlo a fare una piccola cosa alla volta che ci permetta di continuare a vivere.
«Avevo progettato di risolvere le mie domande mentre camminavo sul sentiero. Avevo immaginato infinite meditazioni al tramonto o mentre guardavo incontaminati laghi di montagna. Avevo pensato di asciugarmi lacrime di dolore catartico e di gioia corroborante ogni giorno del viaggio. E invece non facevo che gemere, e non perché mi facesse male il cuore, ma perché mi facevano male i piedi, la schiena, le ferite aperte sui fianchi» (ivi, p.111).
È vedersi come una parte di un tutto selvaggio ed essere semplicemente grati di appartenervi: «Ero un sasso. Ero una foglia. Ero il ramo spinoso di un albero. Non ero niente per loro e loro erano tutto per me» (ivi, p.110).
È riuscire ad ammettere che si possa comprendere il significato, senza essere in grado di dire precisamente quale sia.
NOTE
[Photo credit Gülfer ERGIN via unsplash.com]