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Cuore di tenebra

Il nostro “Cuore di Tenebra”: l’eco dell’ “Orrore” di Kurtz, oggi

Un viaggio di lavoro che diventa un itinerario tra gli angoli più tenebrosi dell’animo umano: Cuore di tenebra di Joseph Conrad non è solo un grande romanzo di fine ‘800 ma una riflessione sulla natura umana oggi più attuale che mai.
Il marinaio Marlow racconta la discesa lungo il fiume Congo che diventa sin da subito metafora di una navigazione tra emozioni, pensieri e abissi umani: una riflessione sull’imperialismo che non è solo quello coloniale e territoriale ma è anche e soprattutto quello ideologico e tecnologico. Il racconto di Marlow, infatti, presenta un costante parallelismo tra il Congo, da intendersi come luogo lontano e non civilizzato in cui le forze coloniali stanno compiendo un’opera di civilizzazione, e Londra, che rappresenta invece la luce del progresso seppur con angoli oscuri. 

Con gli occhi di una persona di questo secolo, però, è possibile tracciare un ulteriore parallelismo che ci conduce direttamente al presente in cui viviamo oggi: nelle riflessioni del protagonista riecheggiano gli orrori su cui il mondo occidentale ha costruito la sua modernità. In questo dualismo tra passato e presente, tra civilizzazione e dominio, il commerciante d’avorio Kurtz è la rappresentazione del “Cuore di tenebra”, ciò che si nasconde negli angoli più reconditi dell’animo umano e fuoriesce quando non si riconoscono più limiti: «“La mia fidanzata, il mio avorio, la mia stazione, il mio fiume, il mio …; tutto gli apparteneva. […] La cosa che importava era sapere a che cosa lui apparteneva, quante fossero le potenze della tenebra che ne reclamavano la proprietà» (J. Conrad, Cuore di Tenebra, BUR Rizzoli, Milano 2011, p. 75).

L’idea di ossessivo possesso, il senso di onnipotenza su cose, luoghi e persone, fanno di Kurtz un essere mostruoso, che sembra non appartenere né alla civiltà né tantomeno a un’epoca come la nostra, eppure non è così lontano. Come racconta Marlow ciò che riscatta non solo le azioni più turpi ma anche la perdita di senso «è soltanto l’idea; non una finzione sentimentale, ma un’idea, una fede disinteressata nell’idea; qualcosa che si possa innalzare, davanti a cui inchinarci, a cui offrire un sacrificio…» (ivi, p. 11). Secondo Marlow, quello che ci salva di fronte all’orrore, alla tenebra è «l’efficienza, la dedizione all’efficienza» (ibid.).
La lingua di Marlow è tagliente e il suo sarcasmo circa la modalità operativa della civiltà occidentale era chiaro sin dalle prime battute del suo racconto: «non so neppure cosa ne sia stato della galline. In ogni caso, sono propenso a credere che se le sarà prese la causa del progresso» (ivi, p. 16).

Efficienza, progresso, ottimizzazione: sono questi gli ideali che ancora oggi guidano l’umanità verso il futuro, eppure sono gli stessi che hanno condotto Kurtz, e non solo quello del racconto, verso l’orrore. “Orrore” sarà proprio l’ultima parola di Kurtz arrivato in punto di morte in una condizione ormai disumana, lontanissimo dall’idea non solo di civiltà ma proprio di umanità. E di fronte a questo triste e oscuro spettacolo, la reazione di Marlow non è di shock o di sorpresa, bensì di fascino, quasi una rivelazione:

«In quel momento supremo di totale conoscenza rivisse forse la sua vita in ogni particolare animati da desideri, tentazioni e rinunce? […] Che cosa buffa è la vita, questo misterioso espediente della logica spietata per ottenere un futile scopo. Il massimo che ci si possa attendere da essa è una certa conoscenza di se stessi, che arriva troppo tardi, una messe di inestinguibili rimpianti» (ivi, pp. 106-107).

Quello di Marlow è un viaggio in cui ancora oggi siamo imbarcati, dove al posto di Kurtz che commercia avorio abbiamo a livello globale un ecosistema socio-tecnologico che che applica la stessa logica perversa di dominio in nome di un’ottimizzazione perenne e pervasiva. Il romanzo diventa così una potente critica alla società contemporanea, che, come quella coloniale, ha edificato sé stessa su valori fittizi e sui miseri resti delle sue carneficine. L’orrore di Kurtz è quello per gli orrori nascosti su cui si regge ancora oggi l’economia e il benessere della nostra “società civilizzata”. Il colonialismo materiale del libro, infatti, ha lasciato il posto a una forma più subdola e profonda di dominio e appropriazione, un colonialismo culturale e ideologico che permea la società e la mentalità contemporanea.
Dall’epoca della colonizzazione fino all’era del progresso tecnologico, la domanda che continua a restare senza risposta è rimasta la stessa: quanto e cosa ancora siamo disposti a sacrificare sull’altare dell’efficienza?

 

NOTE
[Photo credit Shahabudin Ibragimov via unsplash.com]

Chiarabini Alessandro

Alessandro Chiarabini

Romantico, ironico, versatile

Nato a Rimini nel 1996, dopo il liceo mi sono trasferito a Venezia per seguire la mia passione verso la filosofia. A Ca’ Foscari ho conseguito la triennale in Filosofia prima di virare verso l’ambito semiotico e comunicativo, con una laurea magistrale a Siena in Teorie e Tecniche della comunicazione. Dopo una breve esperienza a […]

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