Il Rapporto annuale Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ha confermato il costante aumento dei consumi di antidepressivi e ansiolitici nel nostro Paese: negli ultimi cinque anni il loro utilizzo è aumentato del 4,2%. La percentuale di popolazione adulta che ha fatto uso di ansiolitici nel corso della propria vita oscilla tra il 15 e il 20%, mentre nella fascia d’età giovanile, circa 440mila studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione. È cresciuto anche l’uso di psicofarmaci pediatrici (+9%), per disturbi dell’attenzione, del sonno e dell’umore. L’Italia che va in farmacia sembra essere dunque un Paese che dorme poco, pensa troppo e si sente schiacciato dallo stress.
Una rassegna pubblicata su Frontiers in Psychiatry ha illustrato come la pandemia e i conflitti armati abbiano agito in sinergia, aumentando stress e ansia e creando un terreno fertile per la paura generalizzata del futuro. Sempre più persone oggi avvertono un’ansia sottile che si insinua nelle giornate già dal risveglio; alcuni si sentono sopraffatti dalle informazioni che arrivano da ogni parte del mondo e ne provano angoscia. A differenza del passato, infatti, si è incessantemente raggiunti da notizie: i media, i social network, le immagini forti e i video che circolano senza filtri producono un impatto enorme sulla nostra percezione della realtà e possono generare un senso costante di pericolo e stress da conflitto globale, perché il nostro cervello, programmato per la sopravvivenza, di fronte a minacce percepite (anche se lontane) produce pensieri catastrofici. Se però la paura di ciò che potrebbe accadere diventa persistente e porta a vivere nell’aspettativa costante del peggio, allora si parla di ansia anticipatoria o ansia cronica, uno stato mentale che può spiegare in parte l’aumento dell’uso di ansiolitici e antidepressivi.
Che spazio occupa il Natale in tutto ciò? Non proprio positivo sembrerebbe. Ormai è comprovato a livello clinico che nel periodo delle festività Natalizie, c’è un aumento tra la popolazione di stati emotivi negativi quali malinconia, tristezza o ansia. Questo fenomeno descritto in ambito clinico e psicologico – ma che, va precisato, non è una categoria diagnostica ufficiale – viene chiamato “Christmas blues” (depressione natalizia) e si caratterizza per un insieme di emozioni come malinconia, irritabilità, solitudine o ansia legate allo stress dei preparativi, alle aspettative elevate e a situazioni personali difficili (come lutti o problemi familiari). Purtroppo, per chi soffre di questa tipologia di depressione, le cose si sono complicate a partire dagli anni Ottanta, perché da lì è iniziato il “Christmas creep“, la strisciante anticipazione del Natale, un allungamento graduale della stagione natalizia, con esposizione sempre più precoce di luci, corone e alberi decorati, pubblicità insistenti di vendite e il suono familiare e incalzante di canzoni natalizie commerciali che tutti ormai conoscono. Questo fenomeno gioca su logiche di mercato ben precise, che ormai non si applicano alle sole vendite dei negozi, ma anche alle prenotazioni di viaggi o alla decisione di vivere una determinata esperienza.
«Su Instagram e TikTok sono sempre più numerosi i video dei mercatini di Natale in giro per l’Europa, aperti da metà novembre fino ai primi di gennaio, pieni di giostre, stand, cioccolata calda e vin brûlé e soprattutto spettacoli di luce, che agiscono come una scintilla che accende il desiderio delle persone di prenotare il primo volo per partire e vivere quelle esperienze che i video rendono così attrattive» (A. Miccichè, “Christmas creep” e l’arrivo sempre più anticipato del Natale, in “La Discussione”, 16 novembre 2025).
Nel palmo della nostra mano, sugli schermi dei nostri smartphone, si vengono quindi ad alternare video di addobbi luccicanti con quelli fangosi e drammatici che ci raggiungono da Gaza; video ricette di cinnamon rolls, si mescolano a foto dal Sudan dove è in corso la più grave crisi umanitaria al mondo; coreografie danzanti sotto l’albero sfoggiando improbabili maglioni natalizi, si alternano a video amatoriali dei soldati ucraini che addestrano ratti per cercare le mine antiuomo; fuochi d’artificio sulla neve assomigliano sgradevolmente alle esplosioni in cielo di droni bellici.
Come reagisce il nostro cervello e il nostro cuore (dato che siamo a Natale ci concediamo di nominarlo) a tutto questo? Andando in cortocircuito e cercando una nuova droga che li possano calmare. Ed ecco che il Natale commerciale, sempre più anticipato, sempre più mercificato, cosificato e globalizzato diventa l’ansiolitico di massa ideale: un medicinale dai pesanti effetti collaterali, di cui però abbiamo un disperato bisogno, in un loop di dipendenza perfetta che crea il malessere e anche il suo antidoto.
NOTE
[Photo credit Tessa Rampersad via unsplash.com]