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“Il mito di Sisifo” di Camus: assurdo e felicità

Il mito di Sisifo (1942) è uno dei più noti tra i capolavori letterari e filosofici di Albert Camus, filosofo e letterato del Novecento, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1957 e teorico del pensiero dell’assurdo. Densa di confronti con una vasta gamma di autori, da Kierkegaard ad Heidegger, fino a giungere ad Husserl e al contemporaneo Sartre, l’opera si pone l’obiettivo di rispondere a una sola e ingombrante domanda: la vita vale o non vale la pena di essere vissuta? In altre parole, constatata l’assurdità dell’esistenza umana, l’individuo è necessariamente chiamato a sottrarsi al proprio vivere?

Camus è categorico nell’affermare che la via del suicidio non può essere percorribile, e sostanzia tale tesi al di là di ogni sentimentalismo, mettendo piuttosto in luce l’impossibilità di evadere dall’assurdo con qualsivoglia tipologia di strategia. Tale impossibilità segue infatti dalla stessa “definizione” di assurdità che il filosofo traccia: l’assurdo scaturisce infatti «dal confronto tra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo» (A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 2021, p. 27). Sulla base di tale caratterizzazione è dunque possibile affermare che l’assurdo non riguarda separatamente l’umano e la realtà a cui esso appartiene, ma è più precisamente il farsi del loro stesso rapporto: il sentimento dell’assurdità emerge dunque nell’individuo ogni qualvolta esso chieda al reale un senso e un ordine preciso, ricevendo in risposta un pesante silenzio e la constatazione del disordine e dell’insensatezza del proprio vivere. Assurdo è dunque constare che la presenza umana nel mondo non è necessaria e non segue da logiche precise, che gli eventi della vita si susseguono senza ordine e motivi definiti e che, in ultima analisi, l’umano è forzato a dover morire e ad abbandonare la propria terra.

Nonostante la gravità di ciò che l’assurdo porta con sé, la posizione del suicida non è però per Camus accettabile: l’individuo che si sottrae dalla vita si illude infatti di poter fuggire dalla sua assurdità, ma in realtà, così facendo, finisce per sottrarsi unicamente al confronto con l’assurdo, non ottenendo nulla per sé e per gli altri condannati. In altre parole, il suicida crede che fare a meno della propria vita voglia dire rivoltarsi contro le dure condizioni che l’esistenza gli detta; per essere definita tale, in realtà, la rivolta deve però essere mantenuta: rivoltoso non è dunque colui che fugge dal confronto con l’assurdo, ma colui che è capace di non sottrarsi e di vivere in esso.

Così facendo, Albert Camus giunge a sostenere il rovescio della posizione espressa dalla domanda iniziale: non solo l’insensatezza dell’esistenza non può portare al suicidio, ma la vita va proprio vissuta in quanto insensata e limitata, e solo così può dirsi felice. Felicità ed assurdo sono infatti «figli della stessa terra e sono [dunque] inseparabili» (ivi, p. 120). Emblematica e complessa è da tale punto di vista la figura mitologica di Sisifo, costretto dagli dei a far rotolare in eterno un imponente masso verso la cima di una montagna: in prossimità della cima ecco però che il masso si rivela incessantemente destinato a rotolare nuovamente giù, rendendo di fatto vana l’intera opera del protagonista. La figura mitologica di Sisifo viene allora adoperata da Camus per descrivere l’assurdità dell’esistenza umana, costretta a non potersi dire soddisfatta e caratterizzata da azioni impossibilitate a trovare un senso ultimo. Quello che sembrerebbe essere un paragone puramente negativo cela in realtà in sé un rovescio controintuitivo e sorprendente: il protagonista del racconto mitologico è infatti caratterizzato come modello di vita nell’assurdo non unicamente per la propria condanna, ma anche e soprattutto per ciò che fa a partire da essa. Sisifo si dimostra infatti superiore al proprio masso e a ciò che apparentemente lo schiaccia e sceglie di portare il proprio fardello con sé: se la meta finale è quindi unica e prestabilita, egli è in realtà libero nel proprio cammino e aperto dunque alle esperienze che esso può offrire. Per quanto assurda, l’esistenza non è dunque completamente riassumibile nel proprio negativo: «Una volta saputo che l’unica cosa che concede all’uomo di essere, camminare, udire, amare, annusare, soffrire, pensare, assaggiare è la stessa vita che si constata assurda, tragica nel suo costituirsi di Bellezza e limite, passione e indifferenza, possibilità e non controllo, il destino assurdo appartiene [infatti] all’uomo, il macigno diventa cosa sua» (M. Scaratti, Albert Camus: una introduzione, Clinamen, Firenze 2017, p. 34).

Felicità è dunque assaporare totalmente le possibilità di una vita assurda vissuta fina in fondo: solo sulla scia di questi passi è possibile, dunque, immaginare Sisifo felice.

 

NOTE
[Photo credit Matias Ilizarbe via Unsplash.com]

Gabriele Iacono

Gabriele Iacono

Curioso, Ambizioso, Volenteroso

Mi chiamo Gabriele, ho venti anni e vengo da Ragusa. Mi sono trasferito a Pisa per intraprendere lo studio della Filosofia, materia che mi ha sempre incuriosito e stimolato e che ancora oggi mi fa sorgere tanti nuovi interrogativi. Sono interessato soprattutto agli esistenzialismi, al tema del senso (e dei sensi) e al concetto di […]

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