L’idea della meritocrazia parte dal sogno americano del self made man, un signor nessuno che mattone dopo mattone costruisce dal nulla il suo impero, per diffondersi nell’intero Occidente democratico, per cui diventa uno dei presupposti indispensabili per l’equità sociale, e si rende protagonista del dibattito politico. E’ talmente convincente che dal 2022 la scuola, il luogo in cui più di ogni altro si tutelano i «capaci e meritevoli» (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 34) è stata affidata al Ministero dell’Istruzione e del Merito, proprio a voler sottolineare come la nostra società, mentre forma i suoi cittadini, voglia premiare chi più degli altri si impegna, studia, raggiunge risultati eccellenti. Il mito del merito quindi è più vivo che mai e la nostra è una società sempre più basata sulla meritocrazia. L’etimologia del termine svela la sua natura profondamente democratica e liberale, che sta ad indicare il potere (kratos) del guadagno (meritus).
In una società meritocratica come la nostra gli status ascritti, come ad esempio i titoli nobiliari, che in epoca premoderna erano l’unica modalità di accesso ad una vita privilegiata, sono largamente in disuso, e sono invece socialmente approvati e ritenuti desiderabili gli status acquisiti, come i titoli di studio o il fatturato di un’impresa1. Questo non significa che la nostra società postmoderna non abbia una struttura piramidale, ma rispetto al passato le porte dell’ascensore sociale si aprono non tanto grazie al diritto di nascita o a un matrimonio vantaggioso, ma perlopiù grazie alla determinazione, alla fatica, all’impegno; al merito, insomma. E questa è sicuramente una conquista della modernità meritocratica.
Ma siamo sicuri che i risultati ottenuti siano davvero farina del nostro sacco? Che i privilegi determinati dalle nostre origini siano davvero stati eliminati a favore di un più equa raccolta dei frutti delle nostre fatiche?
Il concetto di capitale culturale elaborato da Pierre Bourdieu nell’opera La distinzione sembra utile per rispondere a queste domande. Secondo questa idea le risorse come l’istruzione, le conoscenze, le reti sociali, il gusto, il linguaggio, andrebbero a costituire un vantaggio sociale non indifferente, che insieme a quello economico viene trasmesso da una generazione all’altra perpetuando di fatto gli equilibri (o disequilibri) sociali costituiti. Per il sociologo francese anche la scuola, che oggi più che mai celebra il merito, dovrebbe fornire agli studenti eguali opportunità, ma in realtà trasmette la cultura delle classi dominanti, premiando coloro che dimostrano capacità e impegno, che guarda caso sarebbero proprio quelli già in possesso del necessario capitale culturale che consente loro di meritare i voti più alti, e forse le carriere più promettenti, e di conseguenza le vite migliori2.
Un concetto simile era stato espresso da Mary Wallstonecraft già nel 1792 a proposito della condizione femminile: le donne non sarebbero biologicamente inferiori all’uomo ma lo diventerebbero a causa di una mancata considerazione all’interno della società3. Insomma «donne non si nasce, lo si diventa» (S. De Beauvoir, Il Secondo Sesso, Il Saggiatore, Milano 1979, Vol. 2, p. 15), le farà eco due secoli dopo Simone De Beauvoir, ribadendo che la condizione di svantaggio del genere femminile è proprio una questione sociale e che i rapporti di potere vengono ancora oggi socialmente costruiti. Se così non fosse leggeremo sui libri di storia i nomi di condottiere, inventrici, politiche, rivoluzionarie, che invece nel migliore dei casi hanno lavorato in sordina, lasciando la gloria e il merito agli uomini che hanno mandato avanti.
Ma l’idea di merito ha anche un’altra faccia della medaglia: il demerito. Porta con se l’idea, infatti, che se chi riesce ad arrivare, a farcela, ad arricchirsi, ha avuto non la buona sorte, ma la buona volontà, chi invece rimane impantanato in una vita di scarsi successi, fatica economica o umiltà lavorativa abbia la colpa di non essersi impegnato abbastanza, di non aver avuto le giuste idee, o una sufficiente voglia di rivalsa, di competizione. Per questi motivi suona ancora attuale la critica ironica di Micheal Young, che nel suo romanzo distopico The Rise of Meritocracy del 1958 (ma ambientato nel 2033!) ci metteva in guardia su questo valore all’apparenza egualitario ma subdolo nella sua realizzazione, che sempre più affascina l’Occidente democratico, e quindi tutti noi che abbiamo il “merito” di essere nati dalla parte giusta del mondo.
NOTE
1. Cfr. T. Parsons, Il Sistema sociale, Edizioni di Comunità, Roma 1965, pp. 104-128.
2. Cfr. P. Bourdieu, La Distinzione, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 337-340.
3. Cfr. M. Wallstonecraft, Sui Diritti delle Donne, RCS Libri, Milano 2010, pp. 45-46.
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