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Hegel e i social media: tra riconoscimento e surrogato

Nel panorama filosofico Hegel emerge tra i filosofi che, a prima lettura, risultano oscuri e di difficile comprensione. Eppure, molte delle sue osservazioni possono essere rilevanti ancora oggi, come dimostra la centralità che assume il riconoscimento nella sua riflessione. Secondo il filosofo jenese, infatti, il riconoscimento è un elemento fondamentale dell’umanità: per essere qualcuno, occorre che qualcun altro mi confermi nella mia persona. Infatti scrive: 

«L’autocoscienza è in sé e per sé solo quando e in quanto è in sé e per sé per un’altra autocoscienza, cioè solo quando è qualcosa di riconosciuto» (G.W.F. Hegel, Fenomenologia della Spirito, Bompiani, Milano 2017, p. 275).

Seguendo tale ragionamento, primo passo per favorire ciò è evitare di porsi al centro dell’attenzione, in quanto farsi da parte e ascoltare la voce altrui è fondamentale: il solo modo di essere riconosciuti è riconoscere.

In un certo senso, internet potrebbe essere considerato una concretizzazione della teoria hegeliana. Nonostante sia nato per scopi militari, nel tempo ha permesso agli individui, tramite il formato del blog, di condividere, e conoscere, informazioni altrui. Ciò ha avviato la costruzione di una grande agorà virtuale in cui tutti, potenzialmente, partecipano al gioco del riconoscimento in numero crescente.
Eppure, non sembra essere proprio così. Cercando di arrivare al maggior numero di persone, l’utente viene condotto a un crescente isolamento tramite l’evoluzione dei primi blog: i social media. Scopo di queste piattaforme sarebbe quello di facilitare tali processi di riconoscimento, ma proprio il loro funzionamento ha portato all’esatto opposto. Infatti, tramite il proprio profilo personale, la vita dell’utente viene vetrinizzata, tanto che ogni momento vissuto non è assaporato nella sua peculiarità, divenendo una macchina per accumulare like. Più si pubblica, più ci si mostra e più gli altri interagiscono con l’utente, simulando un riconoscimento: se quello autentico prevedeva un decentramento del soggetto, questo comporta un suo accentramento.

Questo rapporto virtuale comporta una continua ricerca di dopamina derivante da ogni interazione, consentendo un rapporto minimo tra soggetti: senza attriti derivabili da un confronto reale tra persone, ci si limita a quegli elementi comuni di cui è scontato l’accordo. Contrariamente a ciò, Hegel sottolinea che è proprio la lotta per la vita e la morte, e quindi l’attrito, che è fondamentale per il riconoscimento: 

«La necessità di questa lotta risiede nel fatto che ciascuna autocoscienza deve elevare a verità, nell’altra e in sé stessa, la propria certezza di essere per sé. […] Solo così si dimostra che l’essenza dell’autocoscienza non è l’essere, né la modalità immediata in cui l’autocoscienza stessa entra in scena, né, infine, la sua immersione nell’espansione della vita: così si dimostra che in e per l’autocoscienza sono dati unicamente dei momenti dileguanti, e che essa è soltanto essere-per-sé» (ivi, p. 281).

Per soddisfare il proprio desiderio di riconoscimento, occorre che l’altro mi affermi nella mia totalità, definito essere-per-sé, e non soltanto in alcuni frammenti che decido di rendere pubblico con i quali so che troverò sintonia. Ovviamente, la ricostruzione evocata da Hegel tramite questa lotta non conduce alla morte di una delle due autocoscienze, quanto solo alla sottomissione di una all’altra. Altrimenti, la vincitrice si ritroverebbe da sola senza una controparte riconoscente. Il filosofo, precede così, un padrone e un servo: 

«Adesso sono un’autocoscienza pura e una coscienza che non è puramente per sé, ma è per un altro, una coscienza, cioè, meramente essente, che ha la figura della cosalità. […] Uno è il signore, l’altro è il servo» (ivi, p. 283).

La figura servo-signore può essere vista come un’esemplificazione opposta rispetto a quanto offerto dai social media: una reciprocità da cui emerge una vera soggettività. Quello che avviene nel mondo virtuale è invece un riconoscimento senza relazione, un’identità senza conflitto, una visibilità senza esposizione che non soddisfa il più intimo desiderio dell’essere umano. Di fronte a ciò, una via di uscita non è certamente un abbandono dei social media, quanto un loro ripensamento. Tale cambiamento non giungerà mai dall’alto, perché i magnati del Big Tech sono interessati a una permanenza della ricerca di dopamina da parte degli utenti, essendo fonte di guadagno. Di conseguenza, tocca a noi impegnarci per favorire un ambiente meno tossico: l’esigenza di essere più autentici inizia da chi usufruisce del prodotto. Laddove i social sono divenuti specchi, dunque, occorre cercare finestre: quando si interagisce, cercare di andare oltre il like. Dovremmo imparare a usare lo spazio dei commenti o dei messaggi per un’interazione che sfidi l’immersione nella “espansione della vita” per affermare l’essere-per-sé.
In conclusione, quello che la teoria hegeliana ci suggerisce ha a che fare con l’importanza di seguire anche chi non ha le nostre stesse idee: anziché circondarsi solo di nostri simili, dovremmo imparare ad ascoltare anche chi la pensa diversamente.

 

NOTE
[Photo credit Mariia Shalabaieva via unsplash.com]

Tommaso Donati

Tommaso Donati

Preciso, Ambizioso, Studioso

Sono nato a Busto Arsizio il 04/05/2002, e tutt’oggi vivo nei paraggi di questa città. Seguendo la passione per la filosofia, ho deciso di continuare gli studi presso la medesima facoltà dell’Università degli Studi di Milano che tutt’ora frequento. Mi piace leggere tematiche di vario tipo dalla filosofia alla letteratura alla scienza: ogni occasione è […]

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