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Guardando le nuvole, con Kant e Husserl

È estate, il cielo è azzurro, fa caldo, è tempo di vacanze. Sdraiati su un prato, galleggiando sull’acqua o dondolando su un’amaca, è bello alzare lo sguardo alle nuvole e fantasticare su quali figure volino sopra di noi. Lo si fa da bambini e lo si continua a fare, a volte involontariamente, anche quando si cresce. Questa attività suggerisce anche qualcosa sul nostro sistema di pensiero, sulle umane modalità gnoseologiche. La ricerca e il riconoscimento di una figura nelle nuvole sono qui interpretati secondo diverse prospettive, in dialogo con Kant e Husserl. Per entrambi gli autori, il soggetto ha a che fare con un fenomeno, ovvero con l’apparire delle nuvole in diverse forme. Mentre in Kant il fenomeno è un limite gnoseologico, poiché è il noumeno la cosa in se’ della nuvola, in Husserl lo scibile della nuvola risiede nelle molteplici sfaccettature del fenomeno, che vengono ridotte alla loro essenza. 

Nel racchiudere il vapore acqueo condensato in cielo all’interno di linee definite, con l’intenzione di riconoscere in queste delle figure, il soggetto classifica la realtà all’interno di categorie. La conoscenza, secondo la prospettiva kantiana, non consiste nel raccogliere passivamente i dati sensibili, quanto piuttosto nel decifrarli secondo le funzioni trascendentali del tempo, dello spazio e delle categorie, connaturate alla mente umana. Se la nuvola ha una forma rotonda, il pensiero la inserirà nella classe Rotondità. Se il cerchio è non uniforme, il soggetto sarà più propenso ad associare la forma della nuvola a quella, per esempio, del Sole; se presenta due buchi, egli vi può scorgere degli occhi su un viso e così via. Secondo questa lettura, si instaura una gerarchia tra soggetto e oggetto: mentre il primo è agente, appropriandosi del secondo tramite un processo conoscitivo di cui lui solo è capace e padrone, l’oggetto è passiva preda dei lazi della ragione. 

Sebbene l’approccio fenomenologico di Edmund Husserl, focalizzandosi sulla coscienza umana, non stabilisca un’equipollenza tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, esso apre almeno una possibilità di interazione con una materia che non è inerte. Attuando l’epochè, il filosofo rifiuta un’ingenua accettazione della realtà per come essa si presenta ai nostri sensi. La mente umana conosce invece il mondo nel suo divenire, come un prisma di fenomeni. Questa lettura è allora più consonante con la mutabilità delle nuvole nel cielo, che si manifestano all’osservatore in una molteplicità di forme, colori e consistenze. Ispirato dall’apertura fenomenologica, il New Materialism concepirà più tardi la materia come vibrante. Superata la distinzione cartesiana tra Res Cogitans agente e Res Extensa passiva, alla realtà materiale è riconosciuta vitalità, ovvero «la capacità delle cose – alimenti, prodotti, tempeste, metalli – non solo di ostacolare o bloccare il volere e i progetti degli esseri umani, ma anche di agire come quasi dei soggetti o delle forze con traiettorie, propensioni o tendenze proprie» (J. Bennett, Vibrant Matter, Duke University Press, London 2010,  p. VIII, trad. mia).

Le nuvole, nella loro non staticità, nel loro mutare repentino di forma, direzione e dimensione, suggeriscono i limiti di un sistema di pensiero rigido, costruito su categorie che vogliono classificare la realtà intera. Le nuvole invitano a smussare i contorni delle forme, a superare la necessità del pensiero razionale e a lasciare spazio di espressione all’altro, che esiste anche oltre il proprio volere e sapere individuale. In I see a face. Do you see a face. l’artista Flaka Haliti disegna dei visi su fotografie di nuvole, con un tratto che suggerisce l’immediatezza di un’intuizione eidetica. Il titolo dell’opera è particolarmente interessante nella presente argomentazione. Da una parte, le due proposizioni puntate suggeriscono la tendenza dei soggetti ad imporre il proprio punto di vista, quindi i propri schemi conoscitivi, sulla realtà. Dall’altra, la prospettiva individuale si interessa al You, all’altro, ampliando dunque lo spettro delle potenzialità di conoscenza. Sospendendo la domanda, lascia spazio alla creatività. La nuvola è un Sole per me e un viso per un altro osservatore; in un paio di minuti, potrebbe diventare un fiore per entrambi, o forse no. Sciogliendosi, rompendosi, mescolandosi, le nuvole ci spingono a immaginare e a meravigliarsi, concedendoci al non sapere, alla non necessità, al non riconoscibile. È in fondo dalla meraviglia, dice Aristotele, che ha inizio la filosofia.

Ebbene sì, Aristofane, dopo più di duemila anni la filosofia guarda ancora alle nuvole1!

 

NOTE
1. Riferimento alla commedia Le nuvole di Aristofane, uno dei principali esponenti della Commedia antica, andata in scena per la prima volta ad Atene nel 423 a.C. (ndr).
[Photo credit Wolf Zimmermann via unsplash.com]

Diletta Caregnato

frizzante, confusamente timida, attenta

Sono cresciuta correndo tra i prati giganti di Marcesina e le vie strette di paese, dove ho imparato cosa significa osservare ed essere osservati, aspettare, essere assordati – non sempre dal rumore. A Bologna ho conosciuto il chiasso e scritto una tesi in Filosofia che, ispirandosi a e superando l’umanesimo di Feuerbach, immagina una nuova […]

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