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Francisco Goya (Fuendetodos, 30 marzo 1746 – Bordeaux, 16 aprile 1828)

Darò una prova per dimostrare coi fatti che non ci sono regole in pittura.

Francisco Goya

Uomo colto e artista originale, Francisco Goya con le sue opere e il suo stile anticipò molte tendenze artistiche di fine Ottocento. Fu pittore di corte, favorito del re Carlo III, e successivamente pittore di camera di Carlo IV. Frequentava nobili e autorevoli committenti, molti dei quali animati da idee politiche liberali e aderenti ai principi del movimento Illuminista. Autore di celebri ritratti di gusto già realista, della produzione di Goya fanno parte anche scene fantastiche, ispirate ai sogni e al mondo soprannaturale. Fu, inoltre, un abile incisore: proprio la produzione grafica, con la sua ampia circolazione, contribuì a diffonderne la fama. È considerato il più grande pittore spagnolo dell’Illuminismo, la sua arte infatti costituisce il superamento dello stile neoclassico e propone un’originale apertura verso il Romanticismo e il Realismo.

Amante dei piaceri della vita e avvezzo alle amicizie raffinate, Goya è un artista libero, pieno di immaginazione, sensibile verso la sua epoca, che ha saputo esprimersi in modo autonomo e originale.

Una gravissima e misteriosa malattia colpì Goya nel 1792, causandogli una permanente sordità. Eseguì poco dopo alcuni fantasiosi dipinti di piccolo formato in cui, per sua stessa ammissione, il capriccio e l’invenzione non hanno limiti: immagini in cui l’interesse per la realtà quotidiana si associa al desiderio di esprimere i suoi lati più oscuri.

Il 1808 fu un anno critico per la storia spagnola: Napoleone invase il paese con le sue truppe e venne imposto un sovrano francese. Negli ultimi anni della sua vita Goya si allontanò dalla corte reale. Disegnò e incise, lavorò a ciò che più corrispondeva ai suoi interessi personali. Nonostante l’età avanzata era ancora un uomo pieno di desideri, fantasie, entusiasmo e inquietudini creative. Si spense a Bordeaux, in Francia, intento a lavorare fino agli ultimi giorni.

IL GIARDINO DEI PAZZI

(Corral de Locos, olio su lastra di ferro, 1794, 43,8 × 32,7 cm, Meadows Museum, Dallas, Texas)

Il giardino dei pazzi

Noi chiamiamo follia quella malattia degli organi del cervello che impedisce di necessità ad un uomo di pensare e di agire come gli altri. Non potendo amministrare i suoi beni, quest’uomo viene interdetto; non potendo avere idee consone alla vita sociale, ne viene escluso; se è pericoloso, lo si rinchiude; se è furioso, gli si mette la camicia di forza. Qualche volta si riesce anche a guarirlo, con docce, o salassi, o diete appropriate.

Voltaire, Dizionario filosofico

Il giardino dei pazzi è un’opera di piccolo formato che Goya dipinse basandosi su scene a cui lui stesso ha assistito. Era diventato sordo da un paio d’anni e ammise che questo lavoro, seguito da una serie, lo creò per riflettere sulla propria insicurezza e paura di diventare pazzo.

Il dipinto segna un punto di rottura nella carriera dell’artista; usando le parole dello storico dell’arte Arthur Danto, Goya si trasferisce da

un mondo in cui non ci sono ombre a quello in cui non c’è luce

mostrando a pieno la sua visione cupa e spietata dell’umanità. Ci sono varie ipotesi di contemporanei che provano a spiegare la malattia di Goya ma unica cosa certa è che visse nella paura della follia e proiettò questo sentimento di disperazione nel suo lavoro.

In questa immagine di forte impatto l’artista mostra i detenuti incatenati, che stupidamente combattono o, al contrario, si stringono in preda alla disperazione, il tutto circondato da una luce opprimente. L’opera si pone come una visione terribile di solitudine, di paura e di alienazione sociale.

Uno degli obiettivi essenziali dell’Illuminismo era quello di riformare le prigioni e i manicomi, testimonianza trovata negli scritti di Voltaire e di altri, condannando la brutalità con cui erano trattati sia i criminali che i pazzi. Questo movimento gettò le basi per gli importantissimi passi fatti nei secoli successivi nel campo psichiatrico, come la completa cancellazione del preconcetto che identificava il malato mentale con il posseduto dal demonio. Ma bisogna arrivare alla Legge Basaglia del 1978 per avere un cambiamento radicale: la chiusura dei manicomi.

Umberto Galimberti, in un’intervista del 2009, sostenne

La condizione dei cosiddetti matti oggi è precaria. Temo che prima o poi si riapriranno i manicomi, che sono nati più per difesa del sociale dal matto che per la cura. Siccome oggi le istanze di sicurezza sono eminenti rispetto alla cura dell’altro, ho paura che prima o poi queste persone verranno di nuovo recluse come peraltro riteneva Basaglia un anno prima di morire nelle sue Conferenze brasiliane. Perciò la conquista della chiusura dei manicomi va difesa.

Purtroppo i “matti” fanno paura alla gente, che tiene le distanze da questi e li emargina.

La speranza è sempre quella di avanzare, di rendere questo Paese migliore non commettendo le stesse brutalità, ma spesso l’uomo anziché imparare dagli errori del passato, li ripete.

Ilaria Berto

[Immagini tratte da Wikipedia]

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