Grazie al velocissimo sviluppo tecnologico contemporaneo, così come alla larga diffusione degli smartphone, fotografare è diventata una pratica quotidiana. Se, in origine, la fotografia era appannaggio di esperti e richiedeva conoscenze tecniche e materiali voluminosi, oggigiorno con un click sullo schermo si può catturare, in un processo largamente automatizzato, il visibile che ci circonda. Al vantaggio dell’accresciuta accessibilità si contrappone tuttavia il rischio di offuscare il significato del processo. Nell’immediatezza dello scatto si cela infatti una molteplicità di incontri e di rimescolamenti di soggettività, temporalità e agire. Forse in risposta a questo richiamo, si assiste ad un risveglio della fotografia analogica e ad uno sviluppo di alternative sostenibili. L’uso della pellicola, di materiali palpabili come carta, piante, acqua e luce solare, così come il lavoro in camera oscura, richiedono infatti consapevolezza dei soggetti coinvolti, attesa paziente, immaginazione e apertura all’imprevisto.
Nello scatto della macchina fotografica si condensa quello che Walter Benjamin, in un’analisi storico-culturale del XIX secolo, definisce «dialettica in condizione di arresto», ovvero una visione radicale del passato, del presente e del futuro (cfr. W. Benjamin, Opere Complete, Einaudi, Torino 2000, vol. IX, p. 948). Con questo concetto, il filosofo invitava a fermare l’automatismo del tempo lineare, per prendere coscienza, nell’immediatezza del presente, delle contraddizioni intrinseche nella storia e proiettarle in modo rivoluzionario nell’avvenire. Sebbene utilizzata originariamente in senso polemico verso lo sviluppo accelerato del capitalismo alienante, applicata alla fotografia l’immagine ne evidenzia il valore semantico. Nella pellicola vi è una cristallizzazione di diverse temporalità: è catturato ciò che succede nel presente, che diventerà passato una volta sviluppato, che è futuro nell’attesa del presente. In questo senso, prestare attenzione a ciò che si condensa in uno scatto, permette di rompere l’automatismo e accorgersi di una nuova concezione del tempo e delle soggettività. Lo stesso Benjamin riconobbe nella fotografia, su cui ritorna spesso nei suoi scritti, «il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui, nell’essere in un certo modo di quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tale eloquenza che noi, guardandoci indietro, riusciamo a scoprirlo» (W. Benjamin, Fotografia e Cinema, in Aura e Choc, Einaudi, Torino 2012, p. 229).
Il filosofo parla, a proposito, di costellazione: «Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione» (ivi, p. 414). Sebbene le costellazioni, viste dalla terra, sembrino strutture spaziali piane, le stelle che le formano si trovano invece a diverse distanze e dunque in diversi tempi. In questo senso, nelle costellazioni vi è una compresenza non solo di spazialità, ma anche di temporalità. Se alla nozione di tempo come un continuo susseguirsi di momenti vuoti si sostituisce quella di coesistenza e plasmarsi reciproco e continuo, allora cade anche la necessità della contiguità causa-effetto, cosicché i fenomeni accadono in modo dialettico, in un incontrarsi emergente e non necessario di soggetti agenti. In quest’ottica, nello scatto della fotografia non vi è più meramente un soggetto umano che, attraverso la tecnica, si appropria di un oggetto altro inerte. In quel lampo si forma una costellazione: l’interesse umano incontra soggetti che si manifestano tramite la luce e la pellicola ne è testimone; insieme, proiettano nel futuro il fascino del presente che diventerà passato.
In una dimensione che non presuppone la necessità causale, ma vive di intrecci non lineari, si apre allora spazio all’errore, alla sorpresa, alla possibilità. Questi non sono più concepiti come divergenti dal risultato cercato, ma sono il risultato stesso – sempre nuovo, sempre bello in quanto comunione. Lo scatto della macchina fotografica è, allora, un microcosmo che riflette l’immensità spazio-temporale delle galassie, in cui soggetti e oggetti si fondono, stati e temporalità coesistono e la causalità non è sempre necessaria. L’immediatezza del click equivale alla lunga impostazione della macchina (o a un’improvvisa ispirazione), al lungo processo di sviluppo, al susseguirsi delle generazioni che riguarderanno a quel momento passato o alla sufficienza con cui verrà scartato. Allo stesso modo, la camera oscura e i suoi processi lenti e attenti invitano a guardare alla realtà non con frenesia e abitudine, ma con cura per gli altri soggetti, con eccitazione per ciò che emerge dalla liquidità che tutto impregna, con fantasia per ciò che potrebbe essere e ciò che non è. La fotografia è, dunque, una preziosa opportunità di esplorare l’universo da una diversa prospettiva.
NOTE
[Photo credit Denise Jans via unsplash.com]