Il recente convegno di Psicologia Analitica Eros e le sue Ombre – tenutosi a Catania nell’ottobre 2025 – ha riportato al centro una domanda urgente: come comprendere oggi l’eros? Nel dibattito contemporaneo l’amore oscilla tra polarità opposte: da un lato è mercificato o sentimentalizzato, dall’altro resta prigioniero di ruoli rigidi che alimentano asimmetrie e fraintendimenti. Sotto la superficie dell’uguaglianza formale continuano a operare narrazioni implicite: chi idealizza e chi è idealizzato, chi salva e chi deve essere salvato. È in questo scenario che eros appare, più che impoverito, smarrito.
Per comprendere davvero i fenomeni dell’amore contemporaneo è utile riprendere il contributo della psicoanalisi. In Freud, l’Eros — la libido — non è mai energia innocente, ma forza duplice, insieme corpo e anima, luce e ombra, tensione sensuale e slancio mistico. Il suo carattere perturbante è proprio ciò che lo rende iniziatico: una soglia attraverso cui l’individuo si confronta con la propria interiorità e con il mistero della vita stessa. Fin dagli scritti giovanili, Eros è ciò che spinge l’apparato psichico a investire il mondo, a creare connessioni, a trasformare la tensione somatica in forma e significato. È il principio che, attraverso continui spostamenti e condensazioni, permette al soggetto di costruire relazioni, immagini, affetti. Il suo carattere perturbante nasce proprio da questa natura duplice: Eros è attrazione verso il piacere, ma anche soglia che espone l’individuo alla propria verità inconscia. Ogni esperienza d’amore diventa così un punto di passaggio, dove ciò che era rimasto rimosso affiora, e il conflitto interno si rende percepibile.
Jung amplia questa prospettiva: sposta l’attenzione dal segno al simbolo, tramite un traghettamento dell’anima dall’ambito filosofico a oggetto di studio psicologico, per il suo valore nel processo di individuazione in una complexio oppositorum1 con il Logos. L’eros diventa spazio di malinconia e rivelazione, un tragico atto tra bellezza inebriante del creato e limite invalicabile dell’Io desiderante. In quello scarto tra desiderio e limite si apre la tragedia umana della tensione degli opposti, quindi in ultimo la possibilità di un senso, di una coscienza che trasforma il dolore in esperienza di pienezza. Lacan ci ricorda che l’amore erotico è promessa e ferita insieme. Non è mai pura riparazione, né fusione totale: è mancanza d’oggetto, illusione necessaria del soggetto. Vive solo laddove si dà un minimo di incomprensione nel registro del Reale, perché solo nello scarto della non-coincidenza, esso può esistere come esperienza viva e non più sola costruzione ideale. Nessuna forma di eros è “genitale” o compiuta, in vane costruzioni gerarchiche: ogni relazione resta parziale, imperfetta, intrisa di narcisismo, ma anche capace — proprio in quella incompletezza — di una trasformazione autentica.
Il pensiero di Spielrein aggiunge a questo quadro una profondità radicale. L’eros, per la psicoanalista, nasce da una forza più originaria: l’istinto di morte. Ma non quello teorizzato da Freud nel 1920 come pulsione opposta alla libido. Spielrein non accetta dualismi pulsionali: per lei esiste un’unica spinta primaria, una tendenza all’“annientamento” creativo, alla distruzione di forme psichiche ormai inadeguate per permettere la nascita di qualcosa di nuovo. Questo istinto di morte non è patologico: regola l’omeostasi psichica, cioè il delicato equilibrio che consente alla vita psichica di mantenersi entro confini vitali e trasformativi. È, dunque, distruttività al servizio della vita. Da questa dinamica generativa nasce l’eros. Non come sentimento individuale, ma come forza trans-personale che spinge verso la creazione: un figlio, un progetto, un’opera, un’ideale. L’eros è il “terzo” che emerge quando una forma psichica si lascia trasformare. Anche la pulsione sessuale, parte di questa forza più ampia, è ambivalente: contiene piacere e minacce, possibilità di espansione e timore di annullamento nell’altro. Solo un apparato psichico capace di tollerare tale ambivalenza può vivere l’esperienza erotica come crescita e non come pericolo. In questo punto Jung e Spielrein si incontrano: l’eros non è mai innocuo. È una soglia. In ogni incontro significativo qualcosa è chiamato a morire — una difesa, un’immagine di sé, un ruolo — affinché qualcosa possa nascere.
Questa chiave di lettura è preziosa per comprendere l’eros contemporaneo. In una cultura segnata da individualismo competitivo e performatività emotiva e sessuale, il legame viene percepito spesso come rischio o intralcio. Ci si protegge dietro idealizzazioni o fughe, si cercano connessioni rapide, definite da nuove forme di anglicismi importati, narrazioni rassicuranti che evitano il confronto con la vulnerabilità. Eppure, proprio nella sua fragilità l’eros mantiene una forza resistente: riporta l’individuo davanti alle proprie contraddizioni e ai propri desideri più profondi.
Se c’è un mito da superare, oggi, è quello dell’amore privo di contraddizioni. L’eros, nella lettura di questi psicoanalisti, vive di chiaroscuri: non elimina l’ambivalenza, la attraversa. È un processo, non uno stato; una trasformazione, non un possesso. Ed è proprio in questo movimento che conserva la sua capacità più feconda: generare senso. Non un senso definitivo, ma vivo, quello che nasce dal confronto tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare.
NOTE
1. Comprensione, unione degli opposti (ndr).
[Photo credit Boston Public Library via unsplash.com]
Giulia Masiero
È psicologa clinica, psicoterapeuta in formazione. Si è formata presso l’Università degli Studi di Padova conseguendo due lauree magistrali in Psicologia Clinico-Dinamica e in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica. I suoi interessi di studio e ricerca si collocano all’intersezione tra psicologia dinamica, neuroscienze e forme attuali del disagio psichico nella cultura contemporanea.