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oggettificazione

“El Empleo”: note sull’oggettificazione

El Empleo (The Employment) è un cortometraggio d’animazione del 2008 scritto da Patricio Plaza e diretto da Santiago Grasso. La narrazione, composta da scene mute e da colori desaturati, segue la giornata lavorativa di un individuo comune che, come tanti al mattino, esita nell’alzarsi dal letto, accende una lampada per orientarsi meglio, esce dalla propria stanza e si reca al bagno per radersi. Se la sequenza di azioni ha un andamento estremamente ordinario, lo spettatore è però fin da subito sorpreso e scosso dalle immagini che si succedono ai suoi occhi: le lancette della sveglia sono le braccia di una figura dalle sembianze umane, la lampada a terra è in realtà un individuo con il volto coperto da un paralume, e lo specchio è sorretto da un altro personaggio, il cui viso è nascosto da quello dell’apparente protagonista. Dello stesso tono sono le scene successive: l’uomo fa colazione a un tavolo sorretto dalla schiena di figure umane, afferra il cappotto e le chiavi da una donna-attaccapanni, si fa trasportare al lavoro da un taxi-umano. 

Con la successione lenta di sequenze abitate da ibridi simili, lo spettatore si trova allora inserito, o riportato, in un universo di pura oggettificazione, nel quale gli umani cessano di essere considerati tali e assumono le vesti dell’utilità: individui posti in alto a sostituire i semafori, uomini obesi usati per far salire e scendere gli ascensori, come ingranaggi di carne condannati a dover funzionare in eterno. Sembra che tutta l’umanità reciti una parte per permettere al personaggio di svolgere la propria attività: la camicia e la cravatta potrebbero dunque essere segni di un’importante posizione lavorativa, il fatto che egli si serva di un taxi-umano per recarsi in ufficio potrebbe far pensare a una vita agiata, e infine la valigia afferrata nelle scene iniziali sembrerebbe la pennellata finale data al quadro di un uomo distinto.

Nulla di tutto questo, in realtà: nella scena finale il protagonista avanza verso la porta di un ufficio e non entra; piuttosto, si adagia completamente a terra fino a quando qualcuno non sale sulla sua schiena, si pulisce energicamente le scarpe sulla sua camicia e richiude la porta dietro di sé. Quello che sembrava essere il soggetto principale, attorno al quale il mondo si disponeva, non è allora che un semplice zerbino, uno strumento tra tanti di un sistema in cui gli individui si servono gli uni degli altri. Solo il sospiro finale dell’uomo, segno di una vita che scorre ancora nella macchina umana, rompe il silenzio di una narrazione fatta soprattutto del suono dei passi; per il resto, nessuna parola e nessuna forma di comunicazione, a riprova del fatto che la tragicità del discorso è duplice, perché non è solo il Potere a percepire i sottoposti come ingranaggi, ma sono anche e soprattutto i simili a relazionarsi in virtù della logica dell’utilità reciproca. In tale contesto, l’individuo si interfaccia con gli altri solo nella misura in cui essi possono rivelarsi utili, rapportandosi a essi come a lampade da accendere e spegnere, o come a specchi nei quali vedere unicamente la propria immagine riflessa. 

Il filosofo Georges Bataille esprimeva chiaramente le caratteristiche del processo di oggettificazione, scrivendo che con il lavoro «il coltivatore non è un uomo: è l’aratro di chi mangia il pane» (G. Bataille, Teoria della religione, SE, Milano 2002, p. 39). L’altro ha allora una pallida ragione di esistere solo nella misura in cui aiuta il soddisfacimento dei bisogni del singolo. La logica dell’utilità non è però unicamente relegabile ai contesti lavorativi; essa giunge in realtà anche e soprattutto nelle sfere più familiari, intime e relazionali: il protagonista riconosce infatti quelli che presumibilmente sono membri della propria famiglia solo come oggetti funzionanti di cui servirsi, allo stesso modo in cui la famiglia considerava Gregor Samsa ne La metamorfosi.

Il lavoro di Plaza e Grasso ha perciò il grande merito di condensare in appena sei minuti la tragica potenza di una macchina lavorativa che si riversa sulle folle e che è trainata dagli individui stessi; eppure, la forza del cortometraggio risiede anche e soprattutto nel duplice messaggio di riscatto lanciato alla fine. Da un lato, la speranza è allora veicolata dal sospiro del personaggio, un sospiro che evidenzia come l’uomo non percepisca come assolutamente normale e soddisfacente la propria condizione, e dall’altro ancora più esplicita è la scena successiva ai titoli di coda: l’uomo-lampada, incontrato nelle prime fasi del racconto, estrae dalla propria testa il paralume, rivela il suo volto e scaglia via l’oggetto. L’invito degli autori è dunque estremamente chiaro: tornare a dar respiro all’ingranaggio umano, emanciparsi, per quanto possibile, dall’oggettificazione, ritrovare un’umanità in crisi.

 

NOTE
[Photocredit Wd toro MC via unsplash.com]

Gabriele Iacono

Gabriele Iacono

Curioso, Ambizioso, Volenteroso

Mi chiamo Gabriele, ho venti anni e vengo da Ragusa. Mi sono trasferito a Pisa per intraprendere lo studio della Filosofia, materia che mi ha sempre incuriosito e stimolato e che ancora oggi mi fa sorgere tanti nuovi interrogativi. Sono interessato soprattutto agli esistenzialismi, al tema del senso (e dei sensi) e al concetto di […]

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