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Dei suicidi in carcere e della loro supposta inevitabilità

Nel canto XIII della Divina Commedia, nel secondo girone del settimo cerchio dell’inferno, Dante ha posto i violenti contro sé stessi, distinguendoli in scialacquatori e in suicidi. Uno di questi si capisce essere Pier della Vigna, politico e letterato vissuto nel 1200. La sua storia è quella di un valido maestro dell’ars dictandi caduto in disgrazia per colpa di accuse di tradimento probabilmente false, forse vittima di una congiura, sicuramente carnefice di sé stesso. Imprigionato e accecato con un ferro incandescente, morì suicida sbattendo in maniera violenta il capo contro la parete della cella. All’epoca fece molto scalpore. La sua anima, secondo la rappresentazione di Dante, è quella di una pianta con spine velenose, separata dal corpo carnale. Dopo il giudizio universale, spiega Pier della Vigna, ogni anima potrà appenderlo al proprio tronco, senza potersi con esso riunire, perché non è giusto poter riavere ciò che ci si è tolto in maniera volontaria. Parliamo di 700 anni fa, ma leggere di un suicidio in carcere in condizioni pietose e disumane è, purtroppo, ancora stretta attualità.

Aggiornati al 29 marzo, i dati del Garante nazionale dei diritti parlano di ben 22 detenuti che si sono suicidati dietro le sbarre nei soli primi tre mesi del 2025. Di questi, 9 con una pena inferiore a tre anni. Numeri sconcertanti che aprono un baratro dietro agli interrogativi di chi resta. Come intervenire? Sempre secondo il Garante, «l’assenza di prospettive future e le carenze della rete esterna di supporto potrebbero influire sul fenomeno». Contemplare quindi misure alternative al carcere, specie nell’ultimo periodo detentivo, potrebbe essere il giusto viatico per costruire un progetto di vita fuori solido e duraturo. Oltre che a migliorare le condizioni della detenzione stessa. Sembra ovvio, ma non è mai stato così. 

Quello tra individuo e carcere è infatti, da sempre, un rapporto controverso e un tema divisivo. Dalla pena capitale all’assenza totale di strutture detentive, lo spettro delle diverse soluzioni alternative e ibride si spreca. Tutto lecito, ma a mio avviso non si dovrebbe trascendere dalla funzione rieducativa e di recupero della persona in quanto tale. Anche in ambito filosofico e letterario, la grandezza e la complessità del tema la si può evincere dal suo essere uno dei topoi più impegnativi di sempre. Basti pensare all’esperienza in prima persona di Dostoevskij, raccontata in Memorie da una casa di morti e sublimata in maniera romanzata attraverso il condannato Raskolnikov in Delitto e castigo con l’obiettivo di proporre una riforma che possa favorire la reintegrazione sociale dell’individuo, pur colpevole che sia. Sociale che ritorna anche nel saggio Le suicide di Émile Durkheim, il quale analizza il fenomeno del suicidio dal punto di vista sociologico, descrivendolo come determinato anche da cause, appunto, sociali, oltre che intime e psicologiche. Egoistico o altruistico che sia, secondo il sociologo francese, è un fenomeno normale, regolarmente presente in tanti tipi di società. Soprattutto in quella carceraria, aggiungerei io, considerando le dinamiche speciali che si vengano a creare in un ambiente isolato e isolante, che sembra far di tutto per non voler nessuno al suo interno. Sanità, educazione, istruzione: la detenzione non dovrebbe essere un’umiliazione ed un continuo calpestare etico e morale di diritti; oggi come allora, quando a provarlo sulla propria pelle è stato lo stesso esistenzialista russo. Il sistema va ripensato, perché è ancora ben lontano dall’essere definitivo. 

Ed è proprio qua che l’inesorabilità della spirale autodistruttiva, dentro alla quale il detenuto rischia di scivolare, si snoda attraverso una linea temporale che richiama all’urgenza di intervenire. Passato (il crimine), presente (la detenzione), futuro (zero prospettive): il problema abbraccia un ampio lasso di tempo e sembra non conoscere limiti. Di una lezione di sociologia della devianza di qualche anno fa mi è rimasto il ricordo di questa frase: «chi è determinato a farla finita, prima o poi ci riuscirà»1. E questo vale soprattutto per il carcere – dove il tempo scorre lentamente e tutto assume la dimensione di un gigantesco ergastolo senza termini e senza confini – e il tempo per farlo non manca di certo. L’intervento deve essere quindi fatto nel qui ed ora ma con un occhio rivolto al futuro. Formazione dei dipendenti, sostegno e garanzia di benessere ai carcerati e la certezza che una volta usciti ci siano i panni di una nuova vita pronti per essere indossati e riempiti, per evitare che gli arbusti infernali e il contrappasso di Pier della Vigna continuino a rappresentare, tristemente, la realtà. 

 

NOTE
1. Cfr. L. Baccaro, F. Morelli, In carcere: del suicidio ed altre fughe, Logos Edizioni, Padova 2009.
[Photocredit Hasan Almasi via Unsplash.com]

Milo Salso

Milo Salso

Acqua, odore dei libri, Sehnsucht

Sono molto curioso: leggo, ascolto e guardo tutto quello che mi capita e stare fermo è la cosa che sopporto di meno. Dopo essermi laureato a Padova in psicologia sociale e del lavoro mi sono trasferito in Austria, nel 2015. Qui, tra bici, hiking e musei, tento di rendere meno amara la nostalgia del mare con frequenti uscite sul […]

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