In una celebre lettera del suo epistolario indirizzata alla principessa Elisabetta di Boemia (28 giugno 1643) Cartesio spiega quale sia il modo migliore con cui è possibile pervenire alla conoscenza di queste tre entità: l’anima, il corpo e il fatto della loro unione. Relativamente a quest’ultima egli afferma che «è nella frequentazione soltanto della vita e delle conversazioni ordinarie, astenendosi dalle meditazioni e dagli studi che allenano l’immaginazione, che si impara a concepire [la loro] unione». Poco più avanti poi, temendo che la principessa non lo prenda sul serio, afferma di aver sempre impiegato «davvero poche ore all’anno ai pensieri che occupano l’intelletto solo» (si intendano qui le meditazioni su questioni puramente metafisiche, quali l’esistenza di Dio e la natura dell’anima e del mondo), e di aver «dedicato tutto il resto del [proprio] tempo al rilassamento dei sensi ed al riposo dello spirito» (R. Descartes, Œuvres et lettres, La Pléiade, Francia, 2022, pp. 1158-1159).
Queste parole spiazzano il lettore quando le legge. Possibile, viene da chiedersi, che uno come Cartesio dedicasse soltanto qualche ora ogni anno alla riflessione? Beninteso, non che non ne avesse il tempo: egli dice esplicitamente esser questa una sua scelta; d’altro canto, per quanto esiguo possa sembrare questo ammontare di tempo (soprattutto per uno dei più grandi geni filosofici di tutti i tempi) viene da chiedersi questo: noi, oggi, riusciamo ancora a dedicare qualche momento alla riflessione?
Certo, se da un lato possiamo affermare con Cartesio che «sarebbe davvero nocivo occupare spesso il proprio intelletto a meditare i principi della metafisica» (ivi, pag. 1160), d’altro canto è pur vero che una riflessione di questo tipo va fatta, magari una volta per tutte, magari ogni tanto, e che non possiamo esimercene pena l’esser completamente assorbiti e determinati dalle circostanze, che hanno certo un peso su di noi, ma questo non è mai, in sé, totalizzante. Perché, pur all’interno del contesto in cui siamo inseriti, pur nei limiti delle nostre forze e possibilità, la questione è per noi sempre questa: come possiamo vivere al meglio delle nostre potenzialità? Che in ultima analisi significa vivere conformemente alla nostra natura. Ognuno di noi è chiamato a determinare quali siano i principi e i valori che per lui devono stare alla base della propria esistenza, che devono costituirne l’anima e la struttura, e a rivolgersi questa domanda: “Che tipo di persona voglio essere?” Non che cosa voglio fare, ma essere. Ecco, questo è il solo e vero problema metafisico che dobbiamo porci, ma che spesso dimentichiamo.
Anche noi come Cartesio siamo assorbiti dalla nostra vita quotidiana, dalle abitudini, dal lavoro e in generale dalle responsabilità. Tuttavia Cartesio (a differenza nostra e forse meglio di qualsiasi altro pensatore) aveva capito che darsi una direzione è fondamentale, perché senza di essa siamo, letteralmente, persi: senza una direzione brancoliamo. Oggi brancolare significa essere fagocitati dalle incombenze: le cose ci piombano addosso e sono talmente tante e talmente sconnesse tra loro che il rischio è di essere in contraddizione con noi stessi, trascinati in cento direzioni diverse e per questo frammentati al nostro interno. Darsi una direzione significa innanzitutto, per così dire, separare il buon grano dalla crusca. Significa saper stabilire delle priorità. Questo potrebbe essere il primo passo per avviare una vera riflessione su di noi, su ciò che siamo e che vigliamo essere, sulla direzione che abbiamo preso finora e che vogliamo prendere. Questa, in quanto si interroga sul senso del nostro agire nel mondo, è una riflessione metafisica.
Siamo oggi consapevoli della direzione che stiamo prendendo, o per lo meno ci poniamo questo problema?
Se i nostri impegni mondani ci chiamano costantemente, questo non significa che non rimanga per noi la possibilità di dare spazio a una riflessione sul come e sul perché stiamo facendo quello che facciamo. Cartesio non dedicava che qualche ora all’anno a questa questione, noi neanche più quelle.
L’invito che possiamo trarre dalla lettura di questa lettera – ma in generale di molte altre opere di Cartesio – è di fermarci di tanto in tanto e, per così dire, alzare la testa dall’acqua, fermarci un secondo e fare il punto su dove stiamo andando. Il rischio è di non farlo mai e di vivere una vita per inerzia, seguendo direzioni lungo le quali siamo stati posti da altri. Il rischio c’è, ma c’è anche il rimedio e sta a noi saperlo cogliere. Gira e rigira, con la filosofia si finisce sempre lì: per quale rotta dobbiamo condurre la nostra barca?
NOTE
[Photo credit Kazi Mizan via unsplash.com]