Il 7 novembre 1913 nasceva a Mondovi una delle figure più peculiari del panorama culturale contemporaneo: filosofo che non amava definirsi tale, scrittore, giornalista, autore di teatro, premio Nobel per la letteratura nel 1957, francese e algerino. Per darne, infine, un nome: Albert Camus. La vita dell’autore non fu affatto semplice e, a voler richiamare un accostamento ormai piuttosto noto, potremmo dunque definirla assurda, proprio come dell’assurdo fu il suo pensiero, sempre teso a evidenziare i paradossi dell’esistenza. Lo scrittore infatti fu orfano di padre ad appena un anno, soffrì fin dalla gioventù di tubercolosi e morì a causa di un incidente stradale, dopo aver scelto di non prendere un treno per il proprio viaggio: la sua vita fu dunque tragica e felice, e così la sua opera.
La riflessione di Albert Camus ruota attorno ad alcuni concetti fondamentali – l’assurdo, la morte, gli altri, il mondo, la politica – ed è allora analizzabile secondo molteplici sfaccettature e differenti punti di vista. Uno in particolare, però, potrebbe permetterci di collegare le varie dimensioni del suo pensiero e di tenerle tutte presenti: il concetto di limite, centrale nel parlare di assurdo e al tempo stesso necessario per trattare di libertà e politica. L’esposizione più efficace di tale concetto è contenuta ne Il mito di Sisifo (1942), testo in cui Camus afferma chiaramente che: «l’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo» (A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 2021, p. 27). L’assurdità dell’esistenza è dunque data per l’autore dalla limitatezza della conoscenza umana che, perennemente disposta a domandare, si dimostra spesso incapace di ottenere risposte ai propri interrogativi. L’individuo può infatti conoscere scientificamente la realtà, sapere cosa sono gli atomi, comprendere le leggi della natura, ma eternamente prive di soluzioni saranno per lui le domande che riguardano il perché della sua presenza al mondo, le motivazioni della necessità del suo morire, la logica degli eventi della sua esistenza che sembrerebbero accadere senza un perché.
L’umano è dunque per l’autore radicalmente distinto dalla realtà in cui è collocato e naturalmente portato a interrogarsi su di essa, insistendo così sulla propria differenza e continuando a esercitare un pensiero che mai potrà dirsi soddisfatto. In tale contesto, l’individuo appare del tutto impossibilitato a trovare un ordine ultimo in sé stesso e nella realtà che lo circonda, divenendo dunque lontano tanto da ciò che si trova fuori nel mondo quanto da ciò che, come un pensiero o un sentimento, dovrebbe risiedere proprio in lui. Ne Il mito di Sisifo, l’autore si chiede «di chi e di che cosa, infatti, posso dire: “io lo conosco!”?» (Ivi, pp. 19-20) e, reduce di tale domanda, non è dunque un caso che la sua più importante opera letteraria abbia per protagonista uno straniero (Lo straniero, 1942). I limiti a cui il pensiero umano è necessariamente vincolato non devono e non possono però, per Camus, portare a un ritiro dell’interrogazione, a un’interruzione della parola che chiede spiegazioni e pretende senso. Se una verità ultima e in grado di afferrare il mondo non è dunque possibile, una che sia fedele alla realtà e rispetti la sua impossibilità di darsi chiaramente è però probabile e auspicabile. Scrive infatti l’autore in una lettera: «Ho più fiducia in un pensiero che lascia il suo avvenire nell’incertezza, anche a rischio che non sfrutti tutta la sua intuizione. È […] il mio modo di essere solidale con un mondo che è alla ricerca di una verità ma non la conosce: e forse la verità sta proprio nell’avanzare in questa ignoranza» (André Nicolas, Camus: la vita, il pensiero, i testi esemplari, Sansoni, Milano 1971, p. 174).
In altre parole, se abbandonare la spinta a interrogarsi appare impossibile – in tal caso, si abbandonerebbe infatti anche ciò che è più umano nell’umano – lasciarsi alle spalle la pretesa di una verità forte è necessario, specialmente se ci si vuole mostrare fedeli al mondo e alla sua crescente complessità. Il vero cessa allora di essere ciò che è posseduto per diventare ciò che è ricercato, in un continuo procedere nell’umana ignoranza che si slancia verso il futuro, e che non può non far parte del presente.
A più di cento anni di distanza le parole dell’autore si annunciano come attuali: ancora irrisolte sono, e saranno, le nostre domande esistenziali, e maschere ancora più complesse assume il nostro mondo, negli eventi che scaglia alla nostra vita e nelle sue dinamiche politiche e umane. Il pensiero di Camus costituisce dunque una forma necessaria di educazione al pensiero, un monito all’importanza della limitatezza e un invito a vivere e a interrogarsi per suo tramite. In ogni caso, ciò che ci viene ricordato è che la partita dell’esistenza si gioca proprio sul terreno dei limiti: quelli impossibili da vincere, quelli con cui scendere a patti e, ancora, quelli che dovremmo imporre a noi stessi per un bene condiviso.
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