3 aprile 2016 Giorgia Favero

Zaha Hadid e la fluidità della forma

Quando ero allo scuola di architettura, tra noi ragazzi di Zaha Hadid citavamo più spesso queste parole significative: «L’architetto è una professione terribile, esigente, dolorosa. Ma anche entusiasmante e gratificante». Nelle infinite e buie ore notturne alle prese con i nostri progetti era più semplice sposare la prima parte della frase, guardando tuttavia con ammirazione il faro di luce impersonato da quella figura, l’immagine di una persona come noi che ce l’ha fatta.

Non voglio soffermarmi molto su ciò che invece in questi giorni (ma in realtà sempre) su di lei è stato sottolineato: un architetto donna. L’associazione di queste due parole può risultare certamente di gran conforto a tutti gli aspiranti architetti donne (la maggior parte, nelle scuole di architettura) e alle donne in generale, e il messaggio è: si può abbattere l’idea del “mestiere da uomo”. Lei l’ha fatto nel 2004 vincendo l’ambitissimo premio Pritzker (il massimo riconoscimento per un architetto) e molti altri sono stati i premi ed i riconoscimenti, risultando sia per Forbes che per Time nella classifica delle donne più influenti del mondo. Tutto questo è importante, ma a mio giudizio relativamente importante.

Bisogna soltanto guardare il suo lavoro. Hadid è nata in una fortunata famiglia di Baghdad (Iraq) nel 1950 e la sua prima laurea è stata in Matematica: dettaglio ben poco marginale dato che ha fatto di questa disciplina fondamento per la sua architettura. Con il suo trasferimento a Londra nel 1972 inizia la sua avventura nel mondo dell’architettura e sotto l’ala di un maestro come Rem Koolhaas una carriera dirompente, come architetto ma anche come designer: nel corso degli anni ha progettato sedute, vasi, lampadari, ha collaborato con firme come Adidas, Karl Lagerfeld, Swarovski. La sua poetica artistica trae ispirazione dall’avanguardia storica del costruttivismo russo per la sua voglia di infrangere i canoni della composizione classica: da qui il movimento architettonico di cui Hadid (insieme, in particolare, a Koolhaas, Gehry e Libeskind) è rappresentante ai massimi livelli e che risalta la plasticità dei volumi. Plasticità dunque che coinvolge ogni sue produzione artistica, design compreso, come stile proprio: si tratta di guizzanti forme fluide, scultoree, armoniose, curvilinee, vitali – chi ha visitato l’arsenale della Biennale nel 2012 potrebbe ricordarsele. La stessa armonia la ritroviamo nella sua architettura: indimenticabile il London Acquatics Center progettato per le Olimpiadi 2012, nulla di meglio dell’acqua per raccontare un’intera poetica artistica.

Mettendo d’accordo stimatori e critici, non si può non notare la sua capacità di sposare il nostro tempo, di cui è stata magistrale interprete. La ricercatezza e la cura per i materiali utilizzati riflettono il dominio odierno della tecnica mentre l’inseguimento della grandezza e dello stupore negli altri sono necessari in questo secolo in cui difficilmente ci si stupisce ancora di qualcosa. Basti osservare l’accattivante aspetto avanguardistico del Galaxy SOHO, centro polifunzionale attualmente in costruzione a Pechino, oppure quello della Central Bank of Iraq, un enorme vaso vetrato su di un gigantesco podio, anch’esso ancora in costruzione.

Fluidi slanci impossibili verso il cielo, morbidi strascichi di forma al suolo. Bianco, cristallo, stilettate d’acciaio che cadono armonicamente storte e disordinate nel terreno. Qui da noi si direbbe uno stile che non attecchisce facilmente: come lo stesso architetto ha sottolineato, l’Italia sembra spaventata dal cambiamento e dal nuovo e per questo “lo allontana”. Eppure città italiane come Salerno, Milano, Jesolo, Napoli, Roma, Reggio Calabria e Cagliari sono state dunque più coraggiose; solo per citarne alcune, a Milano possiamo ammirare più o meno da lontano i lussuosissimi complessi residenziali di City Life e il cantiere della torre “avvitata” che un giorno sarà completa, mentre nella capitale potrete immergervi nell’architettura del MAXXI (Museo d’Arte del XXI secolo), ennesimo moderno esempio del museo celebrativo di se stesso in cui possiamo vivere lo stile morbido e violentemente bianco di Hadid, quello spazio che ci avvolge e ci trascina, gli improvvisi contrasti creati dalle scalinate d’inchiostro, le inattese vetrate che ci proiettano nel vuoto.

In definitiva, il vero ingrediente per essere un bravo architetto donna è lo stesso ingrediente che serve per essere un bravo architetto e in generale un bravo (qualsiasi) professionista: credere in se stessi. Ma anche essere degli incrollabili ottimisti. «I really believe in the idea of the future»: una grande lezione per tutti quanti.

Giorgia Favero

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