18 dicembre 2015 Alessandro Storchi

X Factor: the sound of silence

Premessa: guardo X-Factor, e mi piace. Ricordo di aver visto la prima stagione su Rai 2, un po’ delle successive stagioni, e poi quasi tutte le puntate da quando è una produzione Sky – Freemantle Media. Lo guardo perché mi diverte, è un prodotto curato, ben confezionato – e soprattutto: avvincente, estremamente avvincente.
Tuttavia, non parliamo di musica. La musica è un elemento talmente marginale in questo programma da risultare quasi un elemento accidentale, superfluo. Come di fatto è. Il modello del “Talent Show” è tale da potersi plasmare a qualsiasi prodotto commerciale in grado fare audience: canto, ballo, moda, scrittura, tutto. Perché di questo si tratta – di un prodotto perfetto e convincente della più grande macchina da soldi che il mondo dell’intrattenimento abbia mai visto: l’industria dello ShowBusiness.
La musica commerciale non è necessariamente “la musica che vende”: non direi che The dark side of the moon dei Pink Floyd sia un album commerciale, nonostante i 50 milioni di copie vendute (è il terzo album più venduto di sempre). La musica commerciale è piuttosto la musica “fatta per vendere”, e cioè la musica inizialmente concepita come prodotto commerciale, e non artistico. Oggi (ma possiamo dire da trent’anni a questa parte) il mondo della musica è stato permeato e soppiantato dall’industria dello ShowBusiness, e diventando una delle tante “componenti” del mercato, non è più essenzialmente un mondo artistico. Non a caso si parla di “producers”: si producono canzoni e album, come si producono maglie, piastrelle o qualsiasi altro bene di consumo. Canzoni scritte con lo stampino, da alcuni bravi manager che sanno cosa vende e cosa no, perfettamente impacchettate per essere trasmesse dalle radio e dalle emittenti un tempo musicali e oggi più interessate a problemi di peso e ragazze madri, ed affidate alle star del momento. Per trovare qualcosa di artistico bisogna cercare tra le etichette indipendenti e sparuti casi di artisti prestati allo ShowBusiness – e qui si può trovare del bello e dell’originale, solo che molto spesso, per dirlo alla scolastica: ciò che è bello non è originale, ciò che è originale non è bello.
Ma allora perché da anni si sente dire che l’industria discografica è in crisi? Semplicemente perché, per dirla con una proporzione matematica, le case discografiche stanno allo ShowBusiness come le botteghe dei falegnami stanno all’Ikea. Oggi non si guadagna più sui dischi venduti: si guadagna con le visualizzazioni su Vevo o su Youtube, con il merchandising, con i download di iTunes dei singoli, con le pubblicità, con le comparizioni in TV, eccetera. Non è un caso che le tre più grandi “etichette” del momento (Sony, Warner Bros. e Universal) facciano parte di multinazionali che si occupano di elettronica, telefonia, cinema, videogame, televisione.
In tutto ciò, uno dei migliori modelli commerciali all’interno dello ShowBusiness è il Talent Show, grazie alla sua presa mediatica che coinvolge TV, Social Network, radio, etichette, insomma tutte le componenti dell’industria, le mette in moto e le fa fruttare. La mossa geniale di questo format è la spudorata autodenuncia che viene messa in luce ed esaltata ad opera degli stessi produttori. Potremmo descriverla così: io, multinazionale dell’entertainment, dimostro che sono talmente interessato alla componente artistica da andare a scovare giovani talenti genuini, farli competere e produrre un album al migliore di tutti, facendogli saltare la famosa gavetta. Se non che, in questo modo metto in luce che il successo o l’insuccesso di un talento oggi è interamente deciso non dalla qualità della sua arte bensì da un investimento o un non investimento economico o mediatico da parte dell’industria. E così, in trasmissioni di più di tre ore di diretta, il totale delle esibizioni musicali non supera la mezz’ora, i veri protagonisti sono i giudici, il presentatore, le coreografie, gli ospiti internazionali che vengono a promuovere le nuove uscite di proprietà degli stessi produttori della trasmissione, e così via. Al pubblico piacciono i siparietti, piace vedere cosa fanno i concorrenti durante la settimana, piace scoprire chi vince e chi perde. E questi talenti, che fino al mese prima suonavano nei bar o alle feste di paese, portando i propri pezzi, senza coreografie, soli con la propria autenticità, questi talenti dicevo sono un perfetto esercito di penny stock per i Jordan Belfort dello ShowBusiness, che con un investimento pari a zero possono sfruttarli finché fan comodo, magari produrre anche un paio di canzoni, venderli finché vendono, e cambiarli ogni anno, prima che il pubblico si annoi. Quello che resta, anno dopo anno, è la grande macchina, il grande show. Va tutto benissimo, ma non parlatemi di musica.
PS. Il motivetto pubblicitario della appena conclusa edizione di X-Factor Italia era un adattamento (orribile) di una delle più belle canzoni mai scritte: The sound of silence di Simon and Garfunkel. E’ talmente superflua la componente artistica in questi talent che i produttori forse non hanno neanche letto il testo della canzone. Voglio riportare qui una strofa particolarmente significativa.

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share…
And no one dare
Disturb the sound of silence

Alessandro Storchi

[immagine tratta da Google immagini]

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