1 giugno 2018 Giacomo Mininni

Un’Europa senza europei. Imparare da Fichte

Era il 1807 quando Johann Gottlieb Fichte, di fronte all’occupazione da parte delle forze napoleoniche della città di Berlino, scrisse i suoi celebri Discorsi alla nazione tedesca, passati alla storia per aver ribadito la superiorità culturale della Germania e aver spronato il paese alla rivalsa contro i francesi. Sebbene individuati e circoscritti in un momento storico preciso e particolarissimo, però, i Discorsi conservano ancora un messaggio attualissimo e universale, applicabile senza troppe variazioni anche alla situazione sociopolitica contemporanea: per costruire una Nazione, prima di costruire una Nazione, è necessario “costruire” moralmente un popolo. Un gruppo inizialmente eterogeneo di persone portato a riconoscere basi culturali, valoriali, storiche, religiose o linguistiche comuni, che trova un’identità di popolo condivisa, darà spontaneamente alla luce una Nazione che lo rappresenti.

Il concetto, da italiani abituati all’iconico “Abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani” di Massimo d’Azeglio, non è così autoevidente, specie adesso che si prospetta una svolta storica per un’altra grande macro-nazione vicina al collasso per le spinte localiste e indipendentiste nate proprio dal suo aver trascurato la formazione di un’identità di popolo. Regno Unito, Ungheria, Polonia, Austria, Spagna, Grecia, Italia, Francia, e ora perfino Germania e Belgio, stanno facendo esperienza di movimenti nazionalisti spiccatamente anti-europeisti, realtà che si fanno portavoce di scontenti e sofferenze tragicamente reali, e capaci di indirizzare questi contro un unico bersaglio: un’Europa dipinta come l’origine di ogni male, come una forza esterna e tirannica che impone regole senza tener conto dell’autonomia e della sovranità dei singoli stati.

Al netto di menzogne più o meno spudorate vendute da questo o quel movimento populista, bisognerebbe essere degli ingenui per negare all’Unione Europea qualsiasi responsabilità di un collasso culturale che rischia sempre di più di farsi politico. Il processo di costruzione europeo è andato in direzione diametralmente opposta di quello auspicato da Fichte: si è cioè creata un’unione finanziario-monetaria senza alcun vincolo politico, stilando poi un’agenda comune senza riguardo per la condizione specifica dei singoli paesi membri, nella speranza di arrivare ad un “effetto cascata” in merito al quale ogni cittadino avrebbe prima o poi sentito propria un’identità europea se non sovrapposta perlomeno accompagnata a quella nazionale.

La mossa è stata del tutto controproducente. Quello che era il più grande e bel progetto politico del Secondo Dopoguerra, che ha garantito degli inediti settant’anni di pace nel continente e ha permesso una libertà di movimento, di studio e di commercio senza precedenti si è trasformato nello spauracchio dello spread e dei diktat del mercato; il più efficiente e promettente esperimento per superare la decadente e antiquata realtà dello Stato-Nazione secentesco sta ripiegandosi su se stesso schiacciato da recrudescenze nazionaliste che, pur essendo il colpo di coda di un sistema morente, hanno ancora in sé un potenziale distruttivo e divisorio capace di vanificare più di mezzo secolo di diplomazia e progresso.

Fichte si raccomandava di agire sulla cultura per influenzare la politica, noi abbiamo puntato sulla finanza per arrivare forse un giorno alla politica e poi miracolosamente raggiungere la cultura e il sentire comune.

Non possiamo considerare fallito l’esperimento europeo: l’alternativa sarebbe un enorme passo indietro storico, una pericolosa apertura a venti di guerra e di divisione che si sperava dimenticati, e una vittoria di forze anti-politiche autoritariste e repressive. Neanche possiamo, però, avallare un sistema vigente fallato e di fatto esclusivo, un dominio plutocratico che altro non è che un’estensione pseudo-politica del (fallito) sogno capitalista e liberista. Non possiamo smantellare l’Europa, ma dobbiamo rifondarla e ricostruirla, salvare ciò che di buono ha saputo dare e correggere la rotta sugli elementi che hanno chiaramente deviato dal progetto originale.

L’anno prossimo si terranno le elezioni europee, e sarà l’occasione perfetta per modificare i programmi e presentare un’idea di Europa capace di affrontare le sfide presenti e porre le basi per un futuro più equo e condiviso. L’occasione, insomma, di cominciare davvero a investire sulla formazione culturale di un popolo che si senta europeo, che viva l’Europa come una casa comune e non come una prigione, che non percepisca lontananza ma comunità, che si senta parte di un progetto politico prima che finanziario. Non è questione di realizzabilità, ma di volontà, questa sì, politica. Un continente che ha conosciuto millenni di guerre fratricide e intestine non può permettersi l’alternativa.

 

Giacomo Mininni

 

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