16 giugno 2017 Gianluca Venturini

Un inevitabile atto di generosità: Schopenhauer interpreta la morte

Che cosa accadrà al momento della morte, quando i nostri occhi si chiuderanno per sempre sugli spettacoli di questa vita? Precipiteremo in uno stato di ottenebramento assoluto, nel quale non vedremo né sentiremo più nulla? Oppure accederemo all’aldilà, magari dopo essere fuoriusciti dal nostro corpo e aver contemplato dall’alto il nostro cadavere, come testimoniano alcune near-death experiences? E se invece diventassimo degli spettri alla continua ricerca di vecchie e scricchiolanti dimore da infestare, come narrano certe paurose storie di fantasmi?

Sono, tutte queste, domande che tormentano l’uomo da millenni. Era inevitabile, dunque, che anche un grande filosofo come Schopenhauer si confrontasse con esse, e va riconosciuto che egli ha senz’altro le idee molto chiare su quali siano le conseguenze della morte per noi uomini. Secondo Schopenhauer, infatti, «la [nostra] coscienza si fonda prima di tutto sul­l’in­tel­­­let­­­to», e que­st’ul­timo è «evi­dentemente [una] funzione del cervello, […] che è nutrito, animato e continuamente vivificato dal cuore». Poste queste premesse, ne risulta inevitabilmente che, quando il corpo si disfa al momento della morte, della nostra coscienza individuale non rimane più nulla. Essendo que­st’ul­tima un prodotto del­­­l’at­­tività del corpo, essa non può infatti che cessare di esistere quando esso smette di funzionare. «Non c’è alcun dubbio», scrive Schopenhauer, «sul fatto che la coscienza svanisca con la morte, come d’altronde accade già durante il sonno o un semplice svenimento».

Sembra una conclusione sconsolante, ma Schopenhauer stesso afferma: «non perdiamoci d’ani­mo!». Anche se l’anima individuale non è immortale, resta infatti fermo che in ogni essere vivente vi è effettivamente qualcosa di eterno e immutabile, che pertanto non è travolto dalla morte. Per Schopenhauer, infatti, ogni ente di questo mondo è la manifestazione temporanea e “su piccola scala” di un Essere supremo che sta oltre il tempo e lo spazio, e che pertanto, a differenza delle varie forme di vita in cui si esprime e si incarna, non può essere né distrutto né intaccato da alcun tipo di trasformazione. Schopenhauer annota che «è possibile considerare ogni essere umano da due punti di vista opposti: da una parte, c’è l’in­di­vi­duo che ha un inizio e una fine nel tempo, e che trascorre fugacemente, […] con il suo pesante fardello di errori e di dolori; dal­l’al­tra c’è l’es­se­re originario indistruttibile che si oggettiva in ogni fenomeno esistente, e che in tale veste ha il diritto di dire, come la statua di Iside a Sais: “Io sono tutto ciò che è stato, che è, e che sarà”».

Non bisogna però fraintendere Schopenhauer su questo punto: l’“Essere eterno” che sta a fondamento dell’esistenza e che permane incorruttibile in una regione sicura posta al di sopra dello scorrere del tempo non è affatto il Dio delle religioni monoteistiche, ma qualcosa di completamente diverso: la suprema Volontà di vivere che anima tutta la Natura.

Per dimostrare l’esistenza di tale entità “metafisica” (cioè non appartenente all’orizzonte delle cose direttamente sperimentabili), Schopenhauer analizza quello che è il desiderio proprio di ogni essere vivente, cioè continuare a esistere per sempre. Ai singoli viventi, egli dice, va posta questa semplice domanda: «Chi grida: “Io, io, io voglio esistere”[?], Non […] solamente tu, ma tutto, assolutamente tutto ciò che ha anche solo un barlume di coscienza. Questo desiderio è [dunque] precisamente la parte di te che non è individuale, bensì comune a tutti, senza distinzione».

Il filosofo ne deduce che «ciò che reclama in modo così impetuoso l’esi­sten­za è, indirettamente, il singolo individuo; ma direttamente e realmente, è la Volontà di vivere, che in tutti gli esseri è una e sempre uguale a se stessa». Sulla base di questa consapevolezza, Schopenhauer, tornando a rivolgersi al singolo vivente, può allora dirgli: «se fossi in grado di conoscere fino in fondo la tua essenza, e di vedervi riflesso ciò che veramente sei, [scorgeresti questo:] la Volontà universale di vivere», di cui tutti gli esseri mondani sono solo epifenomeni limitati e temporanei.

Una volta che l’individuo ha cessato di esistere e ha perso coscienza di sé e del mondo, ciò che rimane di lui è appunto questo “torsolo” universale e impersonale, la Volontà di vivere, che subito si ricopre di nuova “polpa”, dando origine a qualche altro essere. È quindi tale Volontà, e non le varie coscienze in cui essa si incarna simultaneamente o in tempi diversi, a essere immortale.

Pur affermando che la coscienza è generata dall’attività del cervello, e pur sostenendo dunque che essa è destinata a condividere con il corpo a cui è connessa il destino di una morte definitiva, Schopenhauer può quindi comunque dichiarare che almeno questa dimensione dell’essere vivente – la Volontà di esistere – non va dispersa al momento del trapasso, dato che essa da un lato si conserva nelle forme di vita sopravvissute, e dall’altro viene trasmessa agli organismi che stanno incominciando a esistere.

Considerando il singolo essere vivente, la nascita appare come «una sorta di uscita dal nulla» e la morte come un «passaggio al nulla». Ma se «la morte si annuncia chiaramente come la fine dell’individuo», è anche vero che «in questo individuo è [pur sempre] presente il germe [indistruttibile] di un nuovo essere». Schopenhauer descrive così il processo di formazione di nuovi esseri a partire dalla morte dei precedenti: «ciò che muore svanisce; ma permane un seme, da cui sorge una nuova vita […]. [La morte] consiste [per l’appunto] nella disgregazione […] dell’individuo, […] [di cui] persiste, [sebbene in modo del tutto impersonale,] solo la sua volontà, la quale, sotto forma di un nuovo essere, riceve un nuovo intelletto. L’individuo si decompone quindi come un sale neutro, la cui base si combina in seguito con un altro acido per formare un nuovo sale».

Questo processo non va sottovalutato, perché significa che solo la morte degli organismi attualmente esistenti permette ad altri esseri viventi di nascere e prendere il loro posto. Schopenhauer infatti scrive che, a chi considera negativamente il fenomeno della morte, qualsiasi animale potrebbe replicare quanto segue: «Perché ti lamenti della caducità dei viventi? Come potrei esistere io, se tutti gli esseri della mia specie che mi hanno preceduto non fossero morti?». Da questo punto di vista, che è biologico, ma anche profondamente metafisico, appare che la morte è in qualche modo un involontario atto di generosità che i morenti attuano in favore di coloro che verranno dopo di loro. Essa non va dunque né temuta né debellata, se davvero desideriamo che la vita esplori nuove possibilità e prosegua, come è giusto, anche oltre il piccolo io di ognuno di noi.

Gianluca Venturini

Bibliografia:
1. Schopenhauer, Il nulla della vita, a cura di F. Chiossone, Il melangolo, Genova 2012

 

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