4 ottobre 2017 Giacomo Mininni

Ubi Petrus, ibi Ecclesia. 61 firme contro papa Francesco

<p>A figure of Argentinian Pope Francis of the Catholic Church (L) and a swank figure of the church holding a cross are pictured during the traditional Rose Monday parade on March 3, 2014 in Duesseldorf, western Germany. Carnival goers mainly in the Rhine region traditionally celebrate the highlight procession on Rosenmontag (Rose Monday).  AFP PHOTO / PATRIK STOLLARZ        (Photo credit should read PATRIK STOLLARZ/AFP/Getty Images)</p>

Era tradizione, per la setta ebraica dei Farisei, dedicarsi a frequenti e minuziose abluzioni prima di qualsiasi preghiera, pubblica o privata, da quella comunitaria al Tempio alla benedizione dei pasti. L’idea era che, per essere degno di accostarsi alla presenza di Dio, l’uomo dovesse prima purificarsi, e la forma esteriore di tale processo era, appunto, l’abluzione. Per questo l’episodio delle nozze di Cana riportato nel Vangelo secondo Giovanni, è rilevante e provocatorio: l’acqua che nel racconto Gesù trasforma in vino (il “vino buono”, quello della festa, quindi il vino benedetto del kiddush) è quella degli otri per l’abluzione, l’acqua che doveva purificare i commensali. Il messaggio dell’evangelista è chiaro: è inutile tentare di “rendersi degni” di Dio, Lui è già presente, ha fatto il primo passo.

Questa interpretazione del brano dev’essere sfuggita all’ex presidente dello IOR Ettore Gotti Tedeschi ed agli altri sessantuno firmatari della Correctio Filialis De Hæresibus Propagatis, un documento che contiene un monito diretto a Papa Francesco, redatto e sottoscritto da professori, sacerdoti, religiosi e semplici credenti. Il succo della questione, espresso in sette punti da un latino magniloquente e in altre venticinque pagine di commento, è che il Papa regnante si sarebbe macchiato di gravi eresie, e sarebbe colpevole di stare mettendo in pericolo le anime dei cattolici tutti con la propria condotta e i propri messaggi.

La pietra dello scandalo è principalmente l’Amoris lætitia, in particolare i passaggi dal 295 al 311 in cui si tocca l’annosa questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Non basta, evidentemente, il casuismo gesuitico che porta Bergoglio ad una incredibile cautela nel toccare l’argomento, concedendo sì assoluzione e comunione, ma solo in casi particolarissimi ben specificati, e richiedendo a gran voce un accompagnamento personale da parte di un padre spirituale che sappia distinguere caso per caso (cosa che, peraltro, richiamerebbe diversi parroci “burocratizzati” ad una cura delle anime ben più attiva e personale della forma attuale). I firmatari della Correctio sono irremovibili: in caso di peccato, non si è “degni” di accostarsi ai sacramenti, e il peccatore deve essere tenuto lontano dalla Chiesa fino a che non abbia mostrato segni di pubblico pentimento e abbandonato le proprie vie perverse. Solo i perfetti e i santi possono, apparentemente, godere della Grazia divina (in barba all’etimologia che rimanderebbe alla “gratuità”), e i nuovi Defensores Fidei, seguendo l’esempio del figlio maggiore della parabola del “figliol prodigo”, non possono certo tollerare una simile confusione tra misericordia e lassismo morale.

Seguono ulteriori accuse a Francesco, tra cui quella di essersi “pericolosamente” avvicinato alla riconciliazione coi protestanti luterani in almeno due precise occasioni. Inutile a dirsi, questa impressionante serie di comportamenti “contro la dottrina” rischierebbe nientemeno che di rendere nullo il pontificato di Francesco, seguendo il dettame di San Roberto Bellarmino (anche lui gesuita, come il Papa) secondo cui un pontefice eretico decadrebbe automaticamente dalla propria carica, ma accostandosi in maniera imbarazzante anche all’eresia donatista tanto condannata da S. Agostino, per la quale solo i sacramenti amministrati da sacerdoti puri e perfetti erano da considerarsi validi, in puro stile farisaico.

Anche volendo sorvolare sul Codice di diritto canonico, secondo cui “la Prima Sede non è giudicata da nessuno” (Canone 1404), basta una lettura per capire quanto poco di cristiano ci sia nelle accuse dei Correctores: una Chiesa per pochi, in cui solo gli eletti e i perfetti ricevono in premio alla propria virtù il privilegio di accostarsi a Cristo, è in aperta e palese contraddizione con qualsiasi tradizione evangelica, canonica o apocrifa. Una Chiesa che, poi, si definisce “cattolica”, quindi “universale”, è per sua natura aperta, accogliente: la conversione del cuore è sì prevista e caldamente sperata, ma come conseguenza dell’incontro con Dio, non certo come sua necessaria condizione. Ben vengano i dubia come espressi dai Cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, finché sono tesi e finalizzati a un dialogo aperto e costruttivo per la crescita comune. Non ci siano dubbi, però: la porta è e resterà aperta, e non c’è intellettuale che abbia la forza di ritrasformare il vino in acqua.

Giacomo Mininni

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

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