26 marzo 2016 Ospite

THE END OF PHILOSOPHY?

La filosofia contemporanea, categoria quanto mai multiforme, presenta come costante un trasversale carattere di ambiguità. Quanto più ha aperto il proprio orizzonte all’interdisciplinarietà e tanto più si è fissata in discipline; quanto più ha diversificato il proprio linguaggio e tanto più è stata accusata di perdita dell’identità; quanto più si è interessata al mondo, alla materia e al finito e tanto più è stata dichiarata inutile, e – quel che più è interessante – si è in fin dei conti dimostrata tale, come Adorno ha causticamente affermato nell’incipit di Negative Dialektik.

Parlare oggi di una filosofia contemporanea significa quindi innanzitutto occuparsi della fine della filosofia tout court? Dovremmo iniziare a pensare anche la fine della filosofia, per parafrasare l’espressione che Fukuyama ha introdotto nel 1992 con il suo The End of History and the last man?

La questione (teorica) è tutt’altro che innocua, dal momento che da essa dipendono destino e reputazione di una delle esperienze più antiche e ricche dell’umanità occidentale, e dunque anche dettagli concreti come la sua sopravvivenza all’interno dei Dipartimenti universitari sotto forma di certe discipline, il grado di competenza e di autorevolezza che possono vantare gli specialisti del settore, l’entità dei fondi e delle borse di ricerca da destinare allo studio di materie filosofiche, un’organizzazione didattica che deve (o dovrebbe) fare i conti con le richieste del mercato del lavoro e, infine, l’affidabilità delle teorie del pensiero nell’interpretare e nel precorrere i tempi.

L’eterogeneo universo della filosofia contemporanea rende pressoché impossibile dare una risposta univoca al quesito circa il suo destino; cionondimeno sembriamo assistere a quello che Habermas chiama “l’autorelativizzarsi di una filosofia disincantata nel contesto di divisione del lavoro di società complesse”. In altre parole: oggi la filosofia ha meno pretese di verità, non ambisce a un rapporto privilegiato con la giustezza e con l’idea di bene, si compiace del ruolo per lei appositamente ritagliato da una società orientata verso altri interessi. Insomma, appare debole e stanca, svuotata del proprio potenziale.

Ciò che mi sembra sotteso a questo quadro è l’indiscussa, ovvia volontà che la filosofia divenga pratica. La questione della traduzione in prassi del pensiero è, come nota ancora Habermas, antica quanto la stessa filosofia. Tuttavia, mentre inizialmente il modello è stato quello di una conciliazione tra pensiero razionale e realtà pratica (culminante nella tesi hegeliana radicale di una realizzazione della ragione nella storia), da Marx in poi il rapporto tra teoria e prassi si rovescia, rimarcando non più il contributo che una teoria astratta può fornire alla vita pubblica e alla politica, quanto piuttosto la dipendenza della teoria stessa dal mondo della vita sociale. Ammettere un’opacità immanente al pensiero significa sdoppiarlo – smascherandolo come errato – nella coscienza falsa e nella critica di quest’ultima. Il pensiero filosofico inizia così a perdere la sua auratica superiorità (con conseguente autorelativizzazione) proprio in ragione del compito precipuo a cui è deputato: la penetrazione della sua dipendenza dal contesto.

Pensare, per la prima volta, significa decostruire il pensiero. Non solo, decostruire il pensiero è il primo passo per modificare la realtà (tesi sopravvissuta fino al rovinoso disastro del socialismo realizzato).

Ricapitolando, dunque, con l’introduzione del concetto di “critica” la filosofia subisce due trasformazioni. La prima rende la filosofia un’autocritica, imponendole di pensare innanzitutto contro se stessa – a differenza di tutte le altre scienze, impegnate a consolidare i propri apparati metodologico e disciplinare. La seconda, incidendo sul rapporto con la prassi, orienta la filosofia non verso un moderato contributo alla vita pubblica, ma verso una critica radicale del reale tesa alla sua modifica, progetto che ai tempi attuali deve apparire più che problematico, già fallito.

L’impasse in cui si trova il pensiero contemporaneo consiste dunque nel dover attuare la sua vocazione pratica attraverso una costante critica di sé. Se l’abbaglio comune a gran parte della filosofia post-hegeliana è stato quello di concepire tale critica in senso troppo illuministico, come un compito eseguibile compiutamente, mentre è invece essa stessa carica di opacità e di caratteri sociali, d’altra parte la successiva risoluzione del pensiero filosofico in vari specialismi tradisce secondo Habermas il miglior retaggio della filosofia, quello “anarchistico”, ossia di essere “pensiero non fissato”.

Nel primo lavoro comune di Marx ed Engels, La sacra famiglia, si legge che “se l’uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente”. Già, ma come? Da un secolo e mezzo il problema è che la teoria della mediazione di teoria e prassi non può avvalersi di una meta-teoria per tradursi in prassi. Ed è forse per questo che la filosofia incespica e si dibatte tra gli estremi della questione: insistere sulla sua specificità peccando di astrattezza o volgersi al concreto rischiando la dissoluzione. Più che andare incontro alla propria fine, il pensiero filosofico appare arginato dalla frustrazione di non saper compiere un ulteriore passo dialettico: pensare criticamente alla realtà, per trasformare se stesso (dopo aver tentato di trasformare la realtà pensandosi criticamente).

 Valentina Simeoni

Nata nel 1986, dopo la laurea magistrale in Scienze Filosofiche è attualmente dottoranda presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove sta lavorando a una tesi sulla filosofia della religione di Hegel.

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