Il mondo visto da dietro lo schermo – Intervista a Luca Ward

Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.

(Marcel Proust)

La voce è qualcosa che ti entra dentro, che ricordi, che ti fa sognare. La voce rende sonora la nostra vita e ci permette di comunicare con gli altri, esprimendo sensazioni, emozioni, perché no, se stessi.

Ci sono voci e voci che cambiano a seconda del messaggio che devono trasmettere ma che magari col tempo dimentichi, e poi c’è la sua, inconfondibile ma soprattutto indimenticabile, capace di lasciare il segno dietro ad ogni film che doppia e ad ogni ruolo che interpreta.

Sto parlando di Luca Ward, famoso doppiatore nonché attore italiano, la cui voce si è prestata al doppiaggio dei più grandi attori internazionali, tra cui Russel Crowe ne Il gladiatore, Keanu Reeves in Matrix, Samuel Lee Jackson in Pulp Fiction e molti altri.

Ho avuto il piacere di carpire un po’ di più chi si celi dietro a questa voce così famosa, cercando di indagare insieme a lui il mondo del cinema, del teatro ma anche della vita che oggi noi viviamo.

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– Luca Ward, classe 1960. Cosa sognava di fare da bambino?

Il pilota!

Non di aerei militari perché la guerra non mi appartiene, pur avendola vissuta sia mio padre che mio nonno. Io volevo fare il pilota civile e per questo ho frequentato la scuola apposta ma all’epoca diventare pilota era praticamente impossibile, o eri figlio di un pilota o…di un “vescovo”!

– L’avere avuto un padre artista quanto ha influito nella sua scelta professionale?

No, non ha influito perché, anche se i miei genitori erano attori, mio padre non voleva che io e i miei fratelli facessimo il suo mestiere e a me non interessava fare l’attore: era davvero un lavoro difficile quasi più che pilotare un jumbo, quindi chi me lo faceva fare? Eppure alla fine mi sono trovato costretto a farlo perché, avendo perso mio papà a 13 anni e avendo mia madre che non lavorava più da tanti anni, io e i miei fratelli ci siamo ritrovati all’improvviso nel mondo degli sceneggiati televisivi, del doppiaggio, della radio e una volta entrati non siamo più usciti.

– Il lavoro del doppiatore rimane sempre in sordina e spesso ci si dimentica che chi stiamo guardando recitare sono in realtà due persone diverse: l’attore e il doppiatore. Quanto è difficile, nel suo mestiere, omologare la voce alla perfezione con la mimica dell’attore?

Un tempo sia il doppiaggio che la recitazione erano discipline che venivano studiate molto e la voce aveva un ruolo importante, infatti veniva “lavorata”, “elaborata”, perché non c’era solo bisogno di fisicità, ma forte era la necessità di una vocalità; a testimonianza di questo basta risentire i grandi sceneggiati di una volta in cui gli attori erano tutti dotati vocalmente, a differenza di oggi, periodo in cui talvolta non capisci nemmeno quello che dicono. Per me è sempre stato fondamentale il lavoro sulla voce, sia nel doppiaggio, per assecondare la mimica dell’attore, sia nella recitazione, e lo è tuttora, infatti quando incontro dei giovani ragazzi che vogliono sfortunamente fare questo mestiere io ricordo loro di educare sempre la voce e di andarsene a casa se qualcuno dice “questa battuta buttala via buttala via..” perché le battute non si buttano via, altrimenti non arriveranno mai al pubblico.

– Il suo lavoro è assolutamente curioso in quanto coinvolge tre persone, o meglio, tre personalità sempre diverse: quella del doppiatore, quella dell’attore e quella del personaggio che si recita. A mio avviso, lo sforzo che deve fare lei nel doppiaggio è duplice, in quanto deve rappresentare perfettamente il personaggio e non deve storpiare la personalità dell’attore che lo sta interpretando. Concorda? Come ci si prepara a tutto questo?

Io sono stato un autodidatta, ho imparato da bambino e ho appreso come una spugna mano a mano che crescevo , senza avere fatto nessuna scuola, né accademia, perché da subito mi sono trovato accanto ai grandi attori che mi hanno spesso e volentieri dato dei consigli. A casa invece con mia madre non parlavamo mai di lavoro perché il nostro problema fondamentale riguardava il quotidiano, quello di portare i soldi a casa. Per questo, non essendo un attore accademico, non saprei rispondere alla domanda su come ci si prepari, perché io faccio sempre tutto molto fisicamente, di istinto, senza mai fare nessun riferimento a chi precedentemente ha interpretato un ruolo che mi viene assegnato, anzi non vado nemmeno a vedere come l’attore precedente l’ha fatto e se l’ho visto lo cancello dalla mente, non perché mi senta più forte di lui ma perché io voglio solo fare il mio agendo di istinto.

– L’attore incontra mai il suo doppiatore? In cosa consiste il confronto tra i due? Consigli, accorgimenti o solo complimenti? Le è mai capitato che un attore non fosse contento dal lavoro lei svolto?

Spesso è capitato di incontrarli, ma ti risponderò parlando della mia esperienza da ‘attore doppiato’: tempo fa feci uno sceneggiato, Elisa di Rivombrosa (la prima serie) che ebbe un grande successo, erano anni in cui per la televisione si facevano le cose importanti. Mi trovavo in Francia a girare un film sulla vita di Modigliani e un giorno in hotel alla tv davano proprio Elisa di Rivombrosa; ovviamente era doppiato in francese e proprio per questo mi è preso un colpo appena mi sono sentito doppiato! Per questo posso immaginare che quando i miei colleghi d’oltreoceano si sentono doppiati abbiano uno shock, anche se poi loro carinamente per educazione mi dicono di avere fatto un buon lavoro!

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– Non solo doppiatore ma anche attore: quale differenza sostanziale trova tra queste due arti, oltre al fatto che in una usa solo la voce, nell’altra presta sia voce che corpo?

Il doppiaggio è un mestiere puramente tecnico che però deve avere delle forti basi di recitazione altrimenti non lo si può fare. Doppiare senza saper recitare trasforma i copioni in semplici letture, come accade purtroppo ai nostri giorni in cui i doppiaggi non sono più interpretati ma sono solo letti perché si fanno di corsa. Basti pensare ad esempio ad un film del 1994, Pulp Fiction che abbiamo doppiato in circa due mesi e mezzo, oggi lo stesso film lo si fa in una settimana ottenendo ovviamente un risultato ben diverso. Un tempo non ci si accorgeva nemmeno del doppiaggio in un film perché era fatto talmente bene e a regola d’arte che le voci si incollavano perfettamente alle interpretazioni, anch’esse di tutto rispetto. Oggi tutto è cambiato e la voce viene messa in secondo piano, senza pensare che invece essa è fondamentale perché è la vera colonna sonora di un film. Pensiamo ai non vedenti: loro si accorgono subito se un attore recita bene oppure no, se trasmette emozioni o no, perché hanno un udito talmente fine e sofisticato che riesce a carpire qualsiasi sfumatura. Loro sono i più esperti in fatto di “voci” cinematografiche e spesso i film di nuova generazione preferiscono non sentirli, rimanendo ancorati ai vecchi film in cui la recitazione era molto più profonda.

– La filosofia e la recitazione sono due discipline che sono meno distanti l’una dall’altra di quanto si potrebbe pensare, viste le numerose questioni con le quali entrambe le discipline si confrontano. Un esempio di questa reciproca influenza è dato dalla problematicità della condizione di sdoppiamento vissuta dall’attore, il quale deve inscenare un “altro” e allo stesso tempo si interroga sulla propria condizione esistenziale in rapporto al personaggio interpretato, sul rapporto con l’altro. Secondo la sua esperienza personale, quante volte le è capitato di porre delle domande di vita a Luca-persona in relazione a Luca-personaggio appena interpretato? È qualcosa che l’ha aiutata a capire meglio se stesso e il mondo oppure no?

Assolutamente no, non mi capita mai perché sono due mondi completamente diversi: Luca è Luca sempre anche quando sono sul palcoscenico e interpreto un personaggio. Rimango sempre io e perfettamente cosciente di essere Luca, non mi sdoppio mai. Rispetto le opinioni di tutti, ma credo che chi alla fine di uno spettacolo si chieda “chi è”, usi tale discorso solo come specchietto per le allodole.

Gilles Deluze trovava la somiglianza tra cinema e filosofia nel fatto che “il cinema stesso è una nuova pratica delle immagini e dei segni, di cui la filosofia deve fare la teoria in quanto pratica concettuale”, intendendo la filosofia appunto come pratica dei concetti. Tutto questo per dire che la filosofia è una pratica tanto quanto il cinema e, anzi, diventa la teoria del cinema stesso, perché lo concretizza in concetti. Lei, da attore, lontano dal mondo filosofico, vede lo stesso intersecarsi delle due discipline? Perché?

Non saprei, credo dipenda fortemente dai temi trattati da un film piuttosto che da un altro. Ovviamente ci sono dei film e dei lungometraggi che vengono fatti apposta per fare riflettere e per innescare un ragionamento filosofico, ma sono sicuramente una minoranza vista da un pubblico di nicchia.

Tutti insieme appassionatamente, musical contro la guerra con, sullo sfondo, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich. Un musical che vuole lanciare un messaggio positivo: una grande storia d’amore e il sorriso di sette bambini come antidoto alla guerra. Quali sono i punti di forza di questo popolare spettacolo che vuole celebrare il desiderio di riunirsi ‘tutti insieme appassionatamente’ a teatro trasmettendo serenità, speranza e passione?

Il punto di forza è sicuramente il concetto di famiglia che oggi, secondo me, è l’unico reale punto di riferimento rimasto per i giovani. Io sono di un’altra generazione, direi molto più fortunata di quelle di oggi, perché abbiamo avuto la possibilità di avere tanti punti di riferimento: c’erano i grandi sportivi, i grandi gruppi rock, i grandi politici, i grandi attori…eravamo ricchi in ogni campo. Oggi, invece, i grandi politici non ci sono più, i grandi attori nemmeno, i grandi sportivi lo stesso e i grandi gruppi rock sono finiti, quindi qual è il punto di riferimento rimasto fondamentale e forte? Sicuramente non la chiesa, ma la famiglia. Il bello è che piano piano i giovani lo stanno capendo e ne stanno riscoprendo il valore, perché si rendono conto che in effetti fuori cosa c’è? Il nulla (a parte il mondo meraviglioso della natura), non ci sono più stili da seguire, rimane solo quello familiare di cui l’esempio dato dai genitori è fondamentale.

– Dai video che lei pubblica sui suoi profili Social traspare un Luca gioviale e auto-ironico che si sa godere la vita. È forse questa la ricetta, oltre a studio, perseveranza e gavetta, per rimanere ai massimi livelli in qualunque campo professionale?

L’unica ricetta è essere se stessi, non c’è altro modo per durare: essere se stessi nel bene e nel male. Nel mio mondo falso e ipocrita (come in realtà ormai tutti i campi lavorativi) è sicuramente difficile esserlo ma bisogna essere superiori e lavorare ognuno facendo il proprio. Certamente il tutto dipende da che persona sei perché non tutti sono altruisti, simpatici, gioviali, ma si possono trovare benissimo persone scorrette; l’importante è andare avanti come uno schiaccia sassi per la propria strada, senza fare del male a nessuno, senza prevaricare, rimanendo sempre leali.

– Che consiglio darebbe ad un giovane di oggi che voglia intraprendere un percorso artistico nel mondo odierno così sopraffatto da qualunquismo, raccomandazioni e superficialità?

Il mio primo consiglio spassionato è quello di studiare per essere sempre pronti, senza ascoltare i media che cercano di inculcare che basti fare un grande cugino o un grande cognato per diventare un attore, perché non è assolutamente così. Il secondo è quello di tenere sempre presente il confronto con l’estero, perché oggi non possiamo più pensare al paese-Italia; chi vuole fare questo mestiere deve guardare oltre i confini senza rimanere qua. Noi siamo piccoli e produciamo cose piccole e provinciali solo per l’Italia, non venendo mai esportate da nessuna parte. Ma tutto questo quanto può ancora durare? Se noi guardiamo gli altri paesi, bastano quelli intorno a noi, i francesi, gli spagnoli, gli inglesi, loro sì che viaggiano! Perché da loro l’arte è arte e rimane tale, pura, i grandi cugini rimangono grandi cugini. Molti giovani scelgono il talent come via per il successo, però io consiglio loro di vedere come va a finire la maggior parte dei ragazzi che vi partecipano: girano all’interno degli stessi programmi e vengono frantumati in breve tempo, perché non hanno un background solido costruito nel tempo; guardiamo invece a Claudio Baglioni, Zucchero, Vasco Rossi che vengono da una gavetta vera, avendo iniziato a suonare nei garage, negli scantinati, facendo un percorso lungo e faticoso prima di arrivare dove sono. Questo è il successo duraturo. Quello dei talent quanto può durare realmente? Il nostro difetto è quello di vedere nei programmi il vero talento e di cercare in essi di apparire senza essere veramente; se proviamo invece ad andare in Russia? Qui quando si parla di danza si parla solo di Bolshoi, lo stesso vale per gli attori che sono tutti grandi attori.

– Vi è una grande disparità nella percezione della cultura teatrale tra le città del Nord e per esempio Napoli, lei cosa ne pensa?

Concordo. A Napoli il teatro fa parte della città, i napoletani si mettono da parte i soldi per avere una poltrona per assistere a qualche spettacolo teatrale, sono abituati, fa parte della loro cultura. Basti pensare che quando le compagnie romane, torinesi o bolognesi devono andare a Napoli, hanno tutte paura perché quelli seduti in platea sono degli esperti veri, anche se fanno il calzolaio, il droghiere, il barbiere, a livello teatrale non li batte nessuno. Questo è anche il motivo per cui le compagnie napoletane sono le uniche in attivo, mentre nel resto di Italia si chiudono i teatri, le compagnie falliscono e agli spettacoli assiste solo un pubblico anziano, a differenza di Napoli dove vedi anche i ragazzi.

– L’ultima domanda che facciamo a tutti i nostri ospiti: cosa pensa lei della filosofia?

La filosofia c’è in tutto perché è vita!

Per parlare in assurdo la filosofia è presente anche quando devi comprare un panino al prosciutto: c’è la scelta del tipo, la riflessione sulla differenza tra uno e l’altro, il perché si usi un coltello piuttosto di un altro. La filosofia è un mondo fantastico e chi la considera inutile non sa nemmeno di cosa stia parlando, perché non riesce a vedere che la storia del pensiero è dietro ogni cosa e ne andrebbe aumentato lo studio per aiutare a sviluppare il pensiero. Ma evidentemente chi la rinnega ha paura di formare persone pensanti e cerca di lobotomizzarle anche attraverso i Social Network, perché in questo modo tu non scendi più in piazza ma ti sfoghi con un semplice post, facendo, così, il loro sporco gioco. Mi auguro che tutto questo prima o poi sparisca e che la gente, soprattutto i giovani, capiscano che è molto meglio ritrovarsi al tavolino di un bar per discutere e cercare di cambiare le cose.

Le parole di Luca Ward, in questa intervista, sono rivelatorie di un mondo che sempre più si basa sull’apparenza e sull’esistere piuttosto che sull’essere. Occorre riflettere sul concetto di Arte e sulla persona che la interpreta per vocazione, l’Artista, arrivando a capire che essere artisti non significa per forza essere solo speciali, famosi, conosciuti e riconosciuti, ma vuol dire fare un lavoro di studio, fatica, disciplina e passione, come qualunque altro lavoro; però ciò che può fare la differenza tra questo mestiere e uno più ‘consueto’ è la persona che lo svolge e il modo di approcciarsi ad esso: la semplicità di essere Artista, i valori che gli appartengono possono distinguere un vero artista da una meteora pronta a sparire.

Ancora più evidente è che essere Artisti non è da tutti e non è per tutti.

Il vero artista è chi ha la consapevolezza del mondo per poterlo interpretare ogni volta in modo diverso; è colui che, a volte, prende le distanze dalla vita per poterla oggettivare e raccontare agli altri, riunendo il tutto nel suo sguardo o nella sua voce o nei suoi movimenti.

L’Artista vero è quello che conosce il sacrificio e il valore del rispetto del lavoro altrui che gli ruota attorno ed è in grado di stare al livello degli altri sentendosi a proprio agio.

Occorre essere sempre critici, prudenti e obiettivi quando si parla di Arte, per non rischiare di semplificarla e banalizzarla. Allo stesso modo è necessario porre attenzione nello scovare l’artista vero, colui per cui onore e successo sono indifferenti perché l’unica cosa che conta è l’arte per cui si sacrifica.

 

Esistono due modi per non apprezzare l’Arte. Il primo consiste nel non apprezzarla. Il secondo nell’apprezzarla con razionalità.

Oscar Wilde

 

Valeria Genova

[Immagini di proprietà di Luca Ward]

 

Il Kierkegaardianesimo (In?)volontario di Francesca Michielin

Pur non avendo io alcuna capacità musicale (la qual cosa non desta in me né orgoglio, né fastidio), ho sempre amato l’eufonia misteriosa ed esotica delle parole e dei testi delle canzoni.

I ricordi, e le connessioni emozionali, che i sintagmi sanno rievocare negli animi sensibili, quasi uscendo dal fluire delle note (le quali, in una buona canzone, non devono essere nulla più che un palcoscenico ben costruito per le parole) superano e fortificano, con la loro caratteristica spiritualità, l’immediatezza erotica dell’atto musicale.

In quest’ottica di compenetrazione tra spirito e immediatezza, Francesca Michielin rappresenta una bella sorpresa nel panorama musicale italiano; confesso che coloro che “escono dai talent”, sono persone che hanno sempre suscitato in me un po’ di sospetto, ma non c’è vergogna nell’ammettere un errore: la Michielin merita tutto il successo avuto.

Invito tutti i lettori, non solo ad ascoltare di20, l’ultima fatica di Francesca, ma anche a meditare i suoi testi. Io, da quando l’ho fatto, ho più dubbi: Michielin conosce Kierkegaard molto più di me, che mi accosto ai suoi scritti ogni giorno, da quasi due anni.

Vorrei farvi solo alcuni esempi a dimostrazione di questa sensazione.

In L’amore esiste ascoltiamo: “L’amore non ha un senso/l’amore non ha nome/l’amore non ha torto/l’amore non ha ragione”; negli Atti dell’Amore di Kierkegaard leggiamo: “L’amore si conosce dai frutti […] esso non fiorisce né passa, ma esiste, perché non ha senso se non nel nascondimento” … notato somiglianze?

In Lontano la cantante dice: “Io amo/ mi perdo/viaggiando su un percorso a un senso/connessa ma dispersa nel mondo”, un grido di dolore per un sentimento che, a tratti, può essere irreale; sembra essere il verso successivo questa frase: “Mi viene in mente la mia giovinezza e il mio primo amore: la giovinezza era il sogno, l’amore il suo contenuto” che invece viene dai Diapsalmata.

Infine, ascoltiamo Io e te: “Fino a quando tu ci sei/il mio respiro segue il tuo/e intorno a noi si apre il cielo e porta via le paure”. Kierkegaard scrisse parole simili a proposito di Regine, annotando nel Diario: “Quando il suo sguardo, riboccante di vita e di gioia s’incontrò col mio … io me ne andai, piangendo di amarezza”, e aggiungendo: “Se avessi avuto la Fede, sarei rimasto con lei”, a dimostrazione di come, quando il cielo, e la sua bellezza, non si aprono a cancellare i timori, tutto perde senso, anche l’amore. E questo, Michielin l’ha capito prima di Kierkegaard: chapeau.

Né vi parlerò, per non apparire banale, dell’invito di Francesca ad “amare l’amore, non amare me” (Battito di Ciglia), che è praticamente la stessa verità a cui perviene Søren (Kjerlighedens Gjerniger).

L’album di20 di Francesca (mi permetto di chiamarti così: frequentiamo la stessa università e potrei essere tuo fratello maggiore … mi perdonerai) è un soave, a tratti trascinante, spaccato esistenziale sull’amore – periferico, ma non secondario – della gioventù e getta sul tema una luce sfaccettata e caleidoscopica, ma chiara.

Come Kierkegaard, anche Francesca ci racconta la spiritualità dell’attaccamento all’altro come “la vede lei” certo: ma con lei, a guardare l’esistenzialità delle cose, ci siamo anche noi, e i suoi occhi (dell’anima) sono i nostri, le passioni che racconta appaiono vere: se lei soffre siamo lì a soffrire con lei; se è felice, lo siamo anche noi.

Come Søren, anche Francesca, quando dice: “L’amore mio sei tu” non lo dice parlando di sé, ma si fa prestavoce di chiunque l’ascolti, perché tutti – in un momento o l’altro della vita – sentiamo l’irresistibile bisogno di sussurrare all’orecchio di qualcuno: “L’amore mio sei tu”. Per sommo paradosso, capiamo che Francesca e Søren ci insegnano a pronunciare al meglio questa dichiarazione di vita: la prima con le canzoni, il secondo con la filosofia.

Grazie Francesca, per prestare la tua voce al mondo. Spero che quanto stai dando ti venga in abbondanza restituito.

David Casagrande

[foto di Francesca Michielin presa da Google immagini e modificata]

 

Il pop è morto, viva il pop!

“Sarà una sorta di X Factor delle idee”. Così un politico (in questo momento non importa chi, dato che il fenomeno che vorrei ora descrivere è generalizzato e trasversale, essendo un fenomeno storico-sociale, ovvero di civilizzazione) ha di recente definito un evento pubblico che riguardava il suo partito.
Non che sia vietato fare battute per creare un clima leggero e conviviale. Ma il problema è che c’è battuta e battuta, e che i riferimenti a fenomeni della cultura di massa, oggi più che scherzi sono gli unici riferimenti di cui gran parte della popolazione dispone – politici inclusi ovviamente, che più cercano popolarità e più diventano popolari, in tutti i sensi della parola. Infatti, basta provare a chiedere a qualcuno di rendere lo stesso concetto con un riferimento che non sia tratto dalla cultura di massa e il più delle volte questo qualcuno rimarrà senza parole.

Ora, a scanso di equivoci ripeto che non c’è nulla di male nel riferirsi anche a ciò che è pop, ma, appunto, anche, non solo. E aggiungo inoltre che il riferimento al pop non solo non è demoniaco di per sé, ma è anche doveroso per comprendere appieno il tempo in cui ci è dato vivere. Per stare davvero nel mondo, con tutte le sue bellezze e bruttezze. Come disse una volta l’allenatore José Mourinho “chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio”, e il filosofo Elio Matassi con una indovinata sostituzione di termini cambiò la frase in “chi sa solo di filosofia, non sa nulla di filosofia”. Ed ecco un riuscito esempio di come cultura “bassa” e cultura “alta” possano felicemente incrociarsi – d’altra parte esse hanno molto in comune, è tutto quello che c’è nel mezzo che è medio, nel senso di mediocre.
Tuttavia il problema oggi è che, in primo luogo, avere a che fare con il pop non significa avere a che fare con una cultura bassa in quanto priva di riferimenti forbiti ma ricca di saggezza di vita, bensì con quella medietà (Heidegger) di cui sopra, e in secondo luogo, che la relazione che viene istituita con quella medietà pop non è un’analisi critica della stessa, bensì un lasciarsene travolgere, divenendone collusi (tanto più, quanto più si è inconsapevoli di ciò o si ritiene di essere esenti da una simile problematica) e contribuendo così al suo ulteriore dilagare.

Tornando all’inizio, il fenomeno di quella che propongo allora di definire pop-politica, è quindi dovuto al fatto che viviamo nell’epoca della pop-cultura.
A proposito di quest’ultima, la pop-cultura, oggi si sente dire spesso che portare almeno una briciola di alta cultura in un contesto pop (ad esempio un reality show o un social network) è un primo passo per migliorare quel contesto e così tutti quelli che vi entrano in contatto. Ma è veramente così semplice e lineare la cosa?

McLuhan ha sostenuto che “il medium è il messaggio”, volendo intendere che il significato di un qualcosa non è nella qualità di ciò che viene detto ma nelle circostanze in cui viene detto. Le circostanze, cioè, determinano il significato. Similmente a quanto, per altre vie, riscontravano Camus e Pasolini a proposito dell’influenza delle circostanze ambientali sulla vita (in primis, la natura, per il francese, e una certa urbanizzazione, quella borghese, per l’italiano). In altre parole, il significato non è nel detto ma, al contrario, nel non detto, ovvero nelle condizioni che permettono e supportano il dire, senza a loro volta essere dette, bensì percepite. Si può quindi affermare che il significato non si manifesta dicendolo, cosa impossibile, ma percependolo.
Bene, se questo è vero, allora possiamo introdurre in un contesto pop anche Platone in persona, ma quello che ne risulterà non sarà un’elevazione di quel contesto ma, esattamente al contrario, l’assorbimento di un qualcosa di valore all’interno del reame dell’insignificanza, o meglio, della banalità, della mediocrità, della medietà.

Ecco perché non si può fare cultura sempre e ovunque. Ecco perché per dedicarsi alla cultura servono tempi, luoghi, circostanze adatte. Ecco perché, di riflesso, esistono circostanze che non sono semplicemente non-culturali, ma assolutamente anti-culturali.
Ma attenzione alle generalizzazioni. Questo non significa che allora sia sempre da evitare lo stare in un contesto pop (anche il sottoscritto usa, almeno al momento, i social). Ma bisogna starci cum grano salis. Ovvero, dismettendo l’autoinganno a proposito del fatto che sia possibile portare e fare cultura in un contesto anti-culturale – prospettiva, per altro, autoritaria (pastorale nel senso foucaultiano), di chi ritiene di portare un valore al quale il prossimo dovrebbe conformarsi e ringraziare per il lume portatogli –, accettando il dazio di esserne assorbiti per cercare di comprenderlo e, se si è fortunati, trovare dei compagni di sventura. Ovviamente, il tutto fino al limite che la nostra sensibilità personale sopporta (che ultimamente mi sembra si stia adeguando a tutto), quel limite che ci fa dire: oltre quella soglia, no.

Federico Sollazzo

[Immagine: Google Immagini]

X Factor: the sound of silence

Premessa: guardo X-Factor, e mi piace. Ricordo di aver visto la prima stagione su Rai 2, un po’ delle successive stagioni, e poi quasi tutte le puntate da quando è una produzione Sky – Freemantle Media. Lo guardo perché mi diverte, è un prodotto curato, ben confezionato – e soprattutto: avvincente, estremamente avvincente.
Tuttavia, non parliamo di musica. La musica è un elemento talmente marginale in questo programma da risultare quasi un elemento accidentale, superfluo. Come di fatto è. Il modello del “Talent Show” è tale da potersi plasmare a qualsiasi prodotto commerciale in grado fare audience: canto, ballo, moda, scrittura, tutto. Perché di questo si tratta – di un prodotto perfetto e convincente della più grande macchina da soldi che il mondo dell’intrattenimento abbia mai visto: l’industria dello ShowBusiness.
La musica commerciale non è necessariamente “la musica che vende”: non direi che The dark side of the moon dei Pink Floyd sia un album commerciale, nonostante i 50 milioni di copie vendute (è il terzo album più venduto di sempre). La musica commerciale è piuttosto la musica “fatta per vendere”, e cioè la musica inizialmente concepita come prodotto commerciale, e non artistico. Oggi (ma possiamo dire da trent’anni a questa parte) il mondo della musica è stato permeato e soppiantato dall’industria dello ShowBusiness, e diventando una delle tante “componenti” del mercato, non è più essenzialmente un mondo artistico. Non a caso si parla di “producers”: si producono canzoni e album, come si producono maglie, piastrelle o qualsiasi altro bene di consumo. Canzoni scritte con lo stampino, da alcuni bravi manager che sanno cosa vende e cosa no, perfettamente impacchettate per essere trasmesse dalle radio e dalle emittenti un tempo musicali e oggi più interessate a problemi di peso e ragazze madri, ed affidate alle star del momento. Per trovare qualcosa di artistico bisogna cercare tra le etichette indipendenti e sparuti casi di artisti prestati allo ShowBusiness – e qui si può trovare del bello e dell’originale, solo che molto spesso, per dirlo alla scolastica: ciò che è bello non è originale, ciò che è originale non è bello.
Ma allora perché da anni si sente dire che l’industria discografica è in crisi? Semplicemente perché, per dirla con una proporzione matematica, le case discografiche stanno allo ShowBusiness come le botteghe dei falegnami stanno all’Ikea. Oggi non si guadagna più sui dischi venduti: si guadagna con le visualizzazioni su Vevo o su Youtube, con il merchandising, con i download di iTunes dei singoli, con le pubblicità, con le comparizioni in TV, eccetera. Non è un caso che le tre più grandi “etichette” del momento (Sony, Warner Bros. e Universal) facciano parte di multinazionali che si occupano di elettronica, telefonia, cinema, videogame, televisione.
In tutto ciò, uno dei migliori modelli commerciali all’interno dello ShowBusiness è il Talent Show, grazie alla sua presa mediatica che coinvolge TV, Social Network, radio, etichette, insomma tutte le componenti dell’industria, le mette in moto e le fa fruttare. La mossa geniale di questo format è la spudorata autodenuncia che viene messa in luce ed esaltata ad opera degli stessi produttori. Potremmo descriverla così: io, multinazionale dell’entertainment, dimostro che sono talmente interessato alla componente artistica da andare a scovare giovani talenti genuini, farli competere e produrre un album al migliore di tutti, facendogli saltare la famosa gavetta. Se non che, in questo modo metto in luce che il successo o l’insuccesso di un talento oggi è interamente deciso non dalla qualità della sua arte bensì da un investimento o un non investimento economico o mediatico da parte dell’industria. E così, in trasmissioni di più di tre ore di diretta, il totale delle esibizioni musicali non supera la mezz’ora, i veri protagonisti sono i giudici, il presentatore, le coreografie, gli ospiti internazionali che vengono a promuovere le nuove uscite di proprietà degli stessi produttori della trasmissione, e così via. Al pubblico piacciono i siparietti, piace vedere cosa fanno i concorrenti durante la settimana, piace scoprire chi vince e chi perde. E questi talenti, che fino al mese prima suonavano nei bar o alle feste di paese, portando i propri pezzi, senza coreografie, soli con la propria autenticità, questi talenti dicevo sono un perfetto esercito di penny stock per i Jordan Belfort dello ShowBusiness, che con un investimento pari a zero possono sfruttarli finché fan comodo, magari produrre anche un paio di canzoni, venderli finché vendono, e cambiarli ogni anno, prima che il pubblico si annoi. Quello che resta, anno dopo anno, è la grande macchina, il grande show. Va tutto benissimo, ma non parlatemi di musica.
PS. Il motivetto pubblicitario della appena conclusa edizione di X-Factor Italia era un adattamento (orribile) di una delle più belle canzoni mai scritte: The sound of silence di Simon and Garfunkel. E’ talmente superflua la componente artistica in questi talent che i produttori forse non hanno neanche letto il testo della canzone. Voglio riportare qui una strofa particolarmente significativa.

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never share…
And no one dare
Disturb the sound of silence

Alessandro Storchi

[immagine tratta da Google immagini]