Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen

LIBRO

Jane Austen è, e non smette mai di essere. Per quanto si leggano e rileggano i suoi libri, per quanto si sfoglino – anche per l’ennesima volta – quelle pagine, si rimane ancora spettatori increduli delle sue storie.

Le campagne inglesi sullo sfondo, le peculiarità della gente in primo piano. È straordinario come i comportamenti umani possano essere plasmati dalla società in cui sono inseriti. Ieri come oggi; i romanzi di Jane Austen non sono per nulla distanti da noi, ma rispecchiano una rigidità di allora che adesso sembra essere diventata, qualche volta, ostentazione.

A me non piace dare una definizione di Amore; non può essercene soltanto una. Non può valere un’unica accezione dell’amore per ogni tempo e luogo. Intorno a noi l’evoluzione delle cose ci investe, ma l’Amore? Quello vero. Quello con la lettera maiuscola, quello che non ti lascia tempo per decidere, per riflettere. Se dovessi pensare ad un romanzo d’amore, proprio in cima alla lista troverei “Orgoglio e Pregiudizio”.

Una lei ed un lui. Una società che non permette di esprimere un sentimento. Una ribellione contro un’etichetta. Il valore di ciò che è giusto contro ciò che si vuole. Voler realizzare i propri sogni che non coincidono con quelli che si dovrebbero avere.

Non cambia molto rispetto a tante storie di oggi, non cambia molto rispetto alla vita che ci passa davanti e abbiamo paura di prendere. Ci manca il coraggio, quello che non manca ad Elizabeth Bennet, quello che non manca a chi desidera essere indipendente già in un’Inghilterra vittoriana.

La diversità e l’indipendenza potrebbero essere definiti “super poteri”; quelli di cui si vestono i personaggi di Jane Austen. Non tutti, per la verità. Soltanto quelli che cataloghiamo come eroi, soltanto quelli che ci trasmettono la capacità di essere loro stessi in una dimensione in cui non avrebbero potuto esserlo.

Proprio per questo si generano miti letterari come “Orgoglio e Pregiudizio”, proprio perché fanno credere possibile ciò che sembra impossibile. La difficoltà dell’amore che diventa linearità. L’incapacità di superare barriere che diventa una costante. La purezza dei sentimenti che li trasforma in dannatamente tossici. I protagonisti che dovrebbero limitarsi a sopravvivere eppure sono bramosi di vivere.

Leggere Jane Austen non è semplicemente sognare, leggerla è riuscire a pensare che si possa essere precursori dei propri tempi, lasciandosi alle spalle l’ordinarietà e dando vita alla più autentica essenza di noi stessi.

Cecilia Coletta

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FILM

Se c’è una scrittrice che, più di molte altre, è riuscita ad affascinare con le sue storie il mondo del cinema, questa è sicuramente Jane Austen. La dote che ho sempre apprezzato in quest’autrice è quella di esser riuscita a legare in maniera indissolubile il suo nome a quello dell’universo femminile. Come raccontato da Virginia Woolf nello splendido saggio breve: “Una stanza tutta per sé”, la Austen fu una delle prime scrittrici che a inizio Ottocento, pur essendo costretta a scrivere in condizioni terribili, nel soggiorno comune e stando sempre attenta a non farsi scoprire dai suoi familiari, riuscì a scrivere una serie di romanzi considerati ancora oggi delle colonne portanti della letteratura mondiale. Storie di donne scritte da una ragazza in cerca d’amore e indipendenza, che hanno segnato una tappa fondamentale nel percorso dell’emancipazione femminile.

Se c’è una storia che più di altre può rappresentare al meglio l’importanza di Jane Austen e il suo rapporto con il mondo delle donne, questa è sicuramente “Orgoglio e pregiudizio”. Per farvi capire l’impatto straordinario di questo romanzo sul mondo del cinema e della televisione, vi basterà sapere che la storia ha avuto finora una dozzina di adattamenti tra miniserie, serie televisive e veri e propri film per il grande schermo. Di quest’ultimi si ricordano il primo storico adattamento del 1940, diretto Robert Z. Leonard, con protagonisti Elizabeth Bennet e Laurence Olivier e il celebre rifacimento del 2005 diretto Joe Wright e interpretato da Keira Knightley e Matthew Macfadyen. Ci soffermeremo proprio su questa seconda versione che ha saputo rileggere con efficacia la storia originale, dimostrando quanto le parole scritte dalla Austen potessero essere attuali e coinvolgenti anche all’inizio degli anni Duemila. Wright, regista al suo esordio cinematografico, conosceva bene l’importanza della sfida e senza rischiare più di tanto ha diretto un adattamento giudicato da pubblico e critica “estremamente fedele al testo scritto”. Un lavoro che traspone in immagini le parole di Jane Austen. Un prodotto che resta in bilico tra il blockbuster raffinato e la pellicola che ricerca pregevoli soluzioni stilistiche (un esempio su tutti: il piano-sequenza del ballo a palazzo)  per raccontare un amore vittoriano che ha conquistato generazioni di lettori e, soprattutto, di lettrici. La rigidità dei costumi ottocenteschi emerge tutta nel film di Wright che dal canto suo riversa un’attenzione estrema per gli elementi della messa in scena: dai costumi alle scenografie passando per i trucchi e la fotografia che ci restituiscono una campagna inglese pregna di suggestioni romantiche. L’amore tra Elizabeth Bennet e l’affascinante signor Darcy dimostra così di non subire per nulla il peso dell’invecchiamento e ci fa capire come il rapporto tra cinema e letteratura sia spesso capace di dar vita a una fusione che invece di schiacciare il libro in favore del film, lo porta a rinnovarsi di una nuova linfa, esaltandone la bellezza e la sua forza nel resistere alle insidie del tempo.

 
Alvise Wollner
 
 
[immagini tratte da Google Immagini]

Infinite volte Donna

Infinite volte donna

Infinite volte donna è quello che sono diventata, perché la donna non è una sola, la donna è tante ma soprattutto ha tante anime.

Infinite volte donna è quello che sono diventata quando ho capito cosa significasse essere donna. Nelle sue complicate sfide, nelle sue numerose complicazioni, nelle sue variopinte sfaccettature emozionali.

Infinite volte donna è stato punto di arrivo e di partenza del viaggio.

Ho smesso di congelare le mie emozioni e ho lasciato che mi si leggessero in faccia tutte le delusioni e le amarezze per le quali sono passata; ho lasciato che le gioie mi accendessero il sorriso senza che la paura lo smorzasse prima ancora di nascere.

Ho smesso di odiare il mio corpo e ho imparato ad accettarlo. Con i suoi difetti e le sue imperfezioni, più o meno evidenti agli occhi degli altri ma sempre troppo presenti ai miei. Ho imparato a capire che tutte le donne non si vedono mai abbastanza belle, un po’ perché si confrontano con dei modelli ideali irraggiungibili, un po’ perché usano il corpo come specchio di se stesse e del bene che si vogliono.

Ho imparato che, se di bene non te ne vuoi neanche un po’, il tuo corpo diventa un incubo: il campo di battaglia nella guerra con te stessa. Ho imparato che è una guerra in cui non sarai mai il vincitore. Ho smesso di sentirmi in colpa. Ho smesso di sentirmi sbagliata. Ho smesso di volermi diversa da quello che sono.

Ho iniziato a decidere in virtù di quali caratteristiche mi sarei voluta piacere. Ho smesso di far finta di non avere aspirazioni e ho iniziato a lasciare che la paura di fallire servisse a spingermi a fare il possibile senza bloccare ogni mia passione. Mi sono data obiettivi, senza una particolare data di scadenza. Mi sono concessa di respirare. E di sbagliare. Di seguire una strada, ma di fare anche una deviazione. Ho imparato la temperanza.

Ho smesso di provare sfiducia negli altri, temendo al tempo stesso la solitudine, e ho imparato a vivere sola con me stessa. Ho imparato ad aspettare e a rimanere sospesa nell’incertezza dei sentimenti e della vita, in bilico, senza aver troppa paura di cadere.

Ho imparato ad accettare che non è tutto come vorrei. Ho imparato ad accettare che la vita non è controllabile e, proprio per questo, meravigliosa.

Ho smesso di provare rabbia e ho imparato ad amare, prima me stessa e poi quel qualcuno che mi si è affiancato in punta di piedi, sconvolgendomi il cuore.

Ho imparato a volermi bene, un passo alla volta.

Per diventare infinite volte donna, infinite volte me stessa.

Giordana De Anna

[immagini di proprietà di stART Dare forma alla creatività]

L’invenzione della madre – Marco Peano

Il cancro. Questo sconosciuto che vorremmo rimanesse tale per tutta la nostra esistenza. Il cancro, non ho paura di chiamarlo col suo nome.

il cancro. Lo scrivo a chiare lettere. Lo leggo con gli occhi sbarrati, con occhi attenti e furiosi. Non sono più colmi di quelle lacrime che mi ha portato. Non sono più spaventati i miei occhi. Io so chi è, io conosco questo mostro.
Lo conosco da vicino, l’ho visto assalire la persona che amavo di più al mondo. L’ho visto invadere la mia vita. L’ho visto annientare. L’ho visto creare distruggendo. L’ho visto nascere per poi uccidere.

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Un ossimoro insopportabile quando cerca di accingersi alla vita, specialmente se si tratta di quella delle persone a cui vogliamo bene. Una battaglia. Una sfida che sembra già persa. Un mondo che sembra già crollato. Un gioco di carte piegate all’indietro. Un filo tagliato.

“L’invenzione della madre”, di Marco Peano è un romanzo che racconta come madre e figlio siano uniti per la vita; proprio per la vita intera, sì, e anche per quella destinata a finire in un tempo più breve della felicità stessa.
Malattia. Amore. Due parole contrastanti, due parole che si escludono a vicenda. Due parole che quando coesistono rendono l’essere umani una piaga indelebile.

Mattia ha ventisei anni ed una vita normale. Una famiglia, una fidanzata, un futuro da costruirsi tassello per tassello. Questo almeno finché al suo mosaico non viene tolto un pezzo, per la precisione quello che tiene in vita la madre, una donna che ha portato con sé il cancro per dieci anni, un’anima destinata a lasciare tutto ciò che ama e che odia. Una persona a cui non rimane grande possibilità di scelta, un essere a cui il destino non ha chiesto cosa volesse fare della sua esistenza. La vicinanza tra malattia e scadere inesorabile del tempo rende il rapporto tra madre e figlio ancora più intenso che nella vita quotidiana: una madre che non è più in grado di proteggere, un figlio che non riesce ad accettare un tragico destino.

Chi riesce ad accettare una definitività alla vita? Chi accetta un limite entro cui vivere chi ama?

Un libro che parla di amore spassionato ed appassionato al tempo stesso. Un libro che parla di un destino ineluttabile che ci piomba addosso e dell’enorme capacità che riusciamo a ricavare da noi stessi per affrontarlo. Un libro che è empatia e realtà al tempo stesso. Un libro che insegna a chi non sa cosa significhi e ricorda a chi ha già combattuto contro situazioni così familiari.
Capita raramente che ci si chieda se valga la pena continuare la propria esistenza allo stesso modo; ad un certo punto qualcosa scava dentro di noi arrivando di colpo. Ad un certo punto il battito del nostro cuore si ferma per poi accelerare senza smettere mai. Ad un certo punto la vita smette di lasciarci imparare autonomamente ed inizia ad insegnarci.
Non c’è prontezza, non c’è capacità di essere migliori degli altri, non si sa mai come essere giusti o sbagliati in questo destino che ci chiede sempre di più rispetto a ciò che pensavamo ci presentasse.
Chemioterapia, radioterapia, cure palliative, metastasi, male incurabile. Le parole di cui prima conoscevi un mero significante, iniziano a farsi strada nei più profondi significati. Cosa vuol dire resistere alla malattia? Conviverci, senza avere mai la percezione di esserne capaci.
Viverla, senza lasciare che ci abiti.

E’ quando il tempo manca che non avvertiamo più il terreno sotto ai nostri piedi. E’ quando l’attimo fugge velocemente che non riusciamo più ad afferrarlo. E’ quando la cima sembra troppo alta che vorremmo scalare come dei robot per raggiungerla. Vivere il distacco e aumentare la vicinanza. Soffrire senza che la persona amata se ne accorga e raccontarle che va tutto bene. Essere forte, nonostante vorresti soltanto piangere di rabbia. Sorriderle, perché vale di più la serenità che può rimanerle di un nostro solo attimo di sfogo.
Lo spegnimento di una vita può darti la sensazione che le luci non sono mai state accese; Marco Peano racconta di un protagonista terrorizzato dall’idea di scoprirsi come non si è mai visto, se dovesse perdere una parte di sé. Un ragazzo che lascia la voglia di vivere a sua giovinezza cercando di ricordare ogni cosa e di portarla con sé per quando non ci sarà più.
Sei consapevole del fatto che non sentirai più certi odori, quelli odori così familiari. Che non ascolterai ancora una volta quella voce. Che non potrai litigare con lei di nuovo. Che non potrai riabbracciarla appena torni a casa. Che non aspetterai un momento più opportuno di altri per dirle che le vuoi bene.
Un bene che ti sembra di non aver mai provato. Un bene che ti sembra non poter conservare più dentro di te.

E’ un romanzo di crescita interiore, un romanzo che parla di amore, quello vero e più puro, quello con la “A” maiuscola.
In un vortice di emozioni, non c’è spazio per la razionalità. In un vortice di paura non c’è spazio per aspettare che passi. In un concentrato di ricordi, cerchi di afferrare la vita che hai paura di dimenticare perdendone un pezzo fondamentale. L’invenzione della madre racconta di un cambiamento di posizione: è uno spostamento tra genitore e figlio, in cui le garanzie di sicurezza le assume il secondo, per la prima volta. Un romanzo che racconta coraggio, un romanzo che racconta forza estrema.

La forza che trovi dentro per affrontare te stesso e chi ami di più. La forza che non eri consapevole di avere. Stupendoti, crescerai, diventando conscio di non voler più fermare gli attimi per un’eternità, ma ringraziando l’enorme possibilità che quel destino tanto crudele – nonostante tutto – ti abbia dato l’occasione di vivere.

“La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno della salute e in quello della malattia. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”.

Susan Sontag

Cecilia Coletta

[Immagini tratte da Google Immagini]

“Salty girls”

Immaginiamo un famoso fotografo che lavora ad un progetto intitolato “Just Breathe: Fibrosi Cistica” ed immaginiamo che per farlo abbia a disposizione le modelle con cui lavora abitualmente: senza alcuna imperfezione e con poca coscienza di cosa dovrebbero rappresentare.

E’ questa l’attualissima vicenda di Ian Pettigrew, che ha deciso di scostarsi dalla consueta perfetta perfezione per realizzare una serie di foto di donne affette da fibrosi cistica, una malattia ereditaria definibile come un’anomalia nella secrezione del cloro.

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“Salty Girls”, letteralmente “ragazze salate”, il nome di questa vetrina di coraggio, forza ed umanità. Hanno posato più di sessanta donne in bikini o con mise molto eccentriche per gridare al mondo di non sentirsi diverse dalle altre e di voler essere considerate come tali.
Belle, naturali, spontanee: queste parole attraversano la mia mente mentre guardo i vari scatti. Non noto a prima vista le innumerevoli cicatrici che deturpano il loro corpo; mi colpiscono i loro sorrisi, le loro fossette sul viso, la spontaneità dei loro movimenti.

Condannate ad una vita che le mette alla prova ogni giorno, perché dovrebbero vivere la sequenza dei loro anni diversamente dagli altri?

“L’idea che esistano dei corpi di cui vergognarsi è ancora molto reale e diffusa”, afferma Ian Pettigrew all’Huff Post Usa. Troppo spesso queste donne sono vittime di discriminazioni, troppo poche le persone che al giorno d’oggi vogliono riuscire a combatterle. Il concetto di bellezza va oltre un fattore puramente estetico, va oltre la cornice e si coglie direttamente dentro al quadro stesso. E’ un concetto che in queste donne è imperante, dilagante oserei dire. E’ un’idea che urlano con le loro espressioni. E’ un messaggio che si legge chiaramente in ognuno degli scatti realizzati.
Ad ognuna di loro la malattia potrebbe essere al tempo stesso il più grande limite di vita e la maggior imperfezione: nascondere ciò che vedono diverso dalle altre donne potrebbe sembrare la soluzione più idonea. Eppure, grazie ad un coraggio da invidiare, mostrano i loro punti di debolezza, proprio perché consapevoli che in realtà sono soltanto simbolo di una forza estrema. Vivere esattamente come gli altri, non diventando schiave di un mondo costruito sulle diversità.

Sono figlie, sono sorelle, sono amiche, sono mogli, sono fidanzate, sono donne in carriera: sono esattamente tutto quello che sono le altre persone. No, anzi. Non soltanto. Sono assolutamente di più. Sono capaci di essere rappresentanti delle cicatrici che segnano i loro corpi, sono talmente determinate da sfidare una malattia di cui attualmente non esiste una via di guarigione definita. Combattono per ottenere una sperimentazione più avanzata, per loro stesse e per le altre donne. Combattono come tutte noi nei nostri ambiti e nelle sfide che ci poniamo.

Scatti che le raccontano, tuttavia non abbastanza: sono infatti destinati a diventare vere e proprie storie di vita raccontate in un libro. Non credo di poter comprendere fino in fondo quanto carattere ci voglia per affrontare ogni giorno, ogni momento, ogni secondo della loro quotidianità. So però per certo che non l’hanno privata di un altro genere di sale: quello della vita, quello del coraggio. Entusiasmante dev’essere prendere spunto da vite così, ammirarle fino a sostenerle. Imitare per quanto possibile la loro tenacia. Cogliere quella superiorità e quell’esperienza di vita che hanno, delineata in qualsiasi forma.

Non esistono difficoltà talmente grandi da non poter essere abbattute; ecco il concetto che rappresentano.

Volti ignoti che diventano noti anche al mondo che ignora una certa realtà.

Volti puliti che rendono un po’ meno forti le discriminazioni e un po’ meno sporca la spazzatura della rassegnazione. Volti di chi crede – ancora – in una prospettiva migliore.

Volti di reale bellezza. Volti di autentico coraggio.

Cecilia Coletta

[Immagini tratte da google immagini]

Il Coraggio di Rinascere

Stava camminando lungo la via di casa, il sole risplendeva e lei, stupita, si accorse che stava sorridendo. Non lo credeva possibile, non più ormai, non avrebbe mai pensato che dalla sua anima ferita potesse nascere un sorriso.

Il sole le sfiorava i tratti del volto e non riuscì a non pensare a tutto ciò che era successo fino a quel momento, fino a ciò che l’aveva condotta a quel sorriso disperatamente cercato senza successo per anni.

La sue mente corse indietro nel tempo, le immagini di quell’orrore durato una vita intera si affollarono, quasi facendo a gara a quale dovesse riapparirle per prima.

Si sentono spesso storie di ragazze che, cresciute nella violenza domestica, inconsciamente, perpetuano il modello relazionale genitoriale.

Era terrorizzata che ciò potesse accaderle, ma non da sempre, soltanto da un po’ di anni a questa parte, da quando aveva capito realmente che le famiglie non erano come la sua. Sì, perché la sua rappresentava l’eccezione che conferma la regola, nonostante le avessero insegnato per tutta la vita che quell’inferno fosse la regola.

Lei, una di quelle ragazzine così desiderose di essere amate; lei, che si lanciava a capofitto in troppe relazioni con persone discutibili, che sfruttavano le sue debolezze a loro piacimento, per puro divertimento.

Si scottò, in quel momento, ripercorrendo gli errori della sua esistenza, sentì ancora il dolore delle mille lacrime versate, che come spilli le trafiggevano il cuore, perché credeva di essere sbagliata, perché credeva di non meritare nulla se non una relazione malata e infelice come quella dei suoi genitori.

La violenza non si manifesta colpendo unicamente le persone direttamente coinvolte, coloro che restano e non vanno, coloro che a volte soccombono sotto il peso della mancanza di autostima. La violenza colpisce anche chi non ne è direttamente investito, chi – come i figli – resta a guardare dallo spioncino della serratura.

E le conseguenze di ciò che si vede possono essere atroci quanto quelle provocate dalla violenza verbale o da un pugno sferrato.

Lei a questo ci pensava in continuazione.  Non aveva potuto farne a meno da quando era riuscita a comprendere le dinamiche di ciò che la circondava e a distaccarsene; quelle dinamiche che pur restavano lì, insieme a lei, ed era stata in grado di costruirsi un suo mondo, nel quale quel dolore agonizzante e paralizzante non poteva entrare. Nessuno poteva entrare nel suo mondo, nessuno fino a quella sera d’estate.

Lei, al primo sguardo, aveva sentito qualcosa; un legame, quasi fosse stato il destino. Faticò a capirlo subito, faticò a comprendere ed accettare la natura di quell’alchimia, impiegò anni prima di lasciarsi andare, di far entrare questo qualcuno nel suo mondo ovattato.

Passarono quattro anni prima, durante i quali si rafforzò e intensificò un legame talmente intimo da permettere ad entrambi di mostrarsi per quello che erano, senza paure né riserve, fino a quando non misero da parte tutti i timori e si lasciarono andare; riuscirono a lasciare lo spazio vitale a quell’amore così forte e profondo da sacrificarsi per non intaccare la vita dell’altro.

E a quel punto lei si guardò la mano e vide quel piccolo cerchietto d’oro, un minuscolo cerchietto, che si sarebbe perso nel vasto mondo della crudeltà e delle sofferenze che le aveva dato vita, che simboleggiava l’inizio di un’esistenza reale, fondata su sentimenti a lei sconosciuti fino a quell’istante, fino a che lui non ebbe il coraggio per entrambi di abbracciarla per non lasciarla più.

Il suo sorriso arrivava da tutto questo, da un’infanzia malata in un ambiente altrettanto malato, dalla forza che dimostrò nello staccarsi da quelle anime portatrici di dolore, da quell’affidarsi – per la prima volta – totalmente ad un’altra persona, sapendo che il suo mondo si sarebbe proiettato verso qualcosa di più grande, un qualcosa capace di farla respirare davvero.

Non è altro che una riflessione, non è altro che un misero –  in confronto allo dispiegarsi di una realtà molto più vasto – riassunto della rivincita di una ragazza che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, che ha provato talmente tanto dispiacere nel vedere i suoi genitori gettare la propria vita in un vortice di sofferenze, che non voleva accadesse lo stesso a lei. Non voleva che un giorno i suoi figli potessero vivere ciò che aveva traumatizzato lei.

La violenza, nostro malgrado, ha risvolti che vanno ben oltre i segni fisici, come abbiamo sempre cercato di spiegare grazie alla nostra rubrica.

E la violenza non sempre vince: ci sono donne che hanno il coraggio di ribellarsi, ci sono figli e figlie così forti da tagliare quel cordone ombelicale e quel legame così profondo coi propri genitori, per potersi liberare dalla catene di una violenza che a loro è sempre stata imposta, senza la possibilità di una scelta.

Vorremmo iniziare il nuovo anno con la speranza di poter scrivere mille storie del genere, mille storie che lascino spazio alla speranza e regalino al lettore un sorriso, un sorriso nel vedere che, molte volte, la violenza non sconfigge.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Che ci importa del mondo – Selvaggia Lucarelli

 

“Succede che quando non si ama da un po’, l’amore diventa una cosa che guardi da lontano, col piglio borioso di quello che ne sa, mentre gli altri nuotano, a fatica, nell’acquetta tiepida delle illusioni. Quelli annaspano, agitano le braccia, buttano giù qualche sorso qua e là, e tu scruti dallo scoglio più alto. Perché le fregature te le ricordi tutte. Te le sei perfino appuntate, diligentemente, sull’agendina degli intoppi ricorrenti, degli incidenti di percorso, dei finali noti. Sai che l’amore per certi versi fa schifo. Che sa essere il più raffinato dei sentimentali e il più rozzo dei cafoni. Che può fare di te il più fesso dei babbei e il più spietato dei menefreghisti. Mi ricordo tutto. E ogni tanto, quando l’amore mi manca, vado a rileggermi la lista delle cose che non mi mancano, provando per un attimo un sollievo profondo e rigenerante”.

 

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“Glamoursofia” – l’Amore per il Glamour

Questo non è un libro per barbie-girl. Intendiamoci, non è neanche un libro rivolto al cosiddetto “sesso forte”, perché la moda – nonostante un numero sempre maggiore di uomini ne sia attratto e sedotto – è, e resterà, un “affaire des femmes”.

Così inizia “Glamoursofia”, il saggio scritto da Debora Dolci e Francesca Gallerani, due donne che, grazie a questo libro, riescono a sfatare uno dei più grandi miti: la moda non rappresenta superficialità e poca necessità; la moda è storia, arte, fa parte del nostro essere e del nostro vivere.
In una concezione assai comune, la donna che si occupa attentamente del proprio corpo, trascura il proprio spirito, e quindi, la sua cosiddetta “interiorità”.
Eppure, proprio Nietzsche, affermava che “credere nel corpo è più fondamentale che credere nell’anima”.

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