La fotografia: un terremoto nel mondo dell’arte

<p>Wales, Monmouthshire, Monmouth. Vintage Leica camera and Kaufmann Posographe.</p>

Molti si potrebbero chiedere come mai in età contemporanea i grandi artisti non dipingano più pale d’altare, grandi ritratti celebrativi o cicli d’affreschi a tema storico o mitologico.

Perché l’arte contemporanea ha deviato così tanto dalle grandi rappresentazioni figurate, dal classicismo e dagli alti ideali di bellezza che Winckelmann aveva teorizzato? Forse gli artisti dell’ultimo secolo non erano più in grado di dipingere come i grandi maestri del passato? Sentivano forse la necessità di esprimersi con immagini diverse per meglio interpretare un’epoca ormai distante da quelle precedenti? Oppure sentivano il semplice bisogno di esprimersi in modo libero e personale mediante una cifra stilistica unica che sarebbe stata la base di ciascuna delle Avanguardie storiche?

Queste domande nascono spontanee in molti di coloro cui capita di vedere nei musei le opere di artisti quali Picasso, Klee, Matisse o Pollock. Tuttavia, per giungere a rispondere, almeno sommariamente, a queste domande, è necessario comprendere quanto la fotografia abbia giocato un ruolo di primo piano nel drastico cambio di rotta intrapreso dalle arti figurative negli ultimi 150 anni. L’introduzione della fotografia negli anni ‘30 dell’Ottocento ha permesso di riprodurre in maniera esatta la realtà a un costo relativamente modesto: la tecnica perciò andò presto a sostituire la mano del pittore in molti dei campi d’azione precedentemente battuti. Quello del ritratto fu il primo, e forse quello in cui il cambiamento è stato più profondo. La fotografia permise di restituire in modo pressoché esatto le fattezze di un individuo, motivo per il quale molti artisti specializzati nel ritratto, in particolare i miniaturisti (che dipingevano in piccole superfici dei ritratti “portatili”), ebbero sempre più difficoltà a svolgere la loro mansione: a fronte del dilagante successo della fotografia come mezzo per immortalare uomini e intere famiglie, l’agenda di questi artisti divenne via via sempre meno fitta. Non è un caso che molti di costoro, già dagli anni ‘40, divennero essi stessi fotografi, assumendo così un ruolo da pionieri della nuova tecnica riproduttiva. Ma come poteva dunque l’arte, a questo punto, rispondere a questo attacco senza precedenti mosso dalla tecnologia? Come avrebbe potuto la pittura rimanere un medium bidimensionale privilegiato per la comunicazione visiva del reale?

Ovviamente era necessario divincolarsi dall’imitazione della natura, da sempre l’obiettivo cardine delle Belle Arti e ora portato a massima efficacia dalla neonata tecnica fotografica. L’obiettivo da parte degli artisti era quindi quello di “superare” la fotografia, presentando la realtà sotto un punto di vista nuovo. Dipinti come le vedute di Canaletto o i paesaggi olandesi del ‘600 non avevano più motivo di esistere, dal momento che la loro estrema attenzione ai dettagli non poteva fare a gara con la fedeltà assoluta di un’immagine fotografica. Fu da questi presupposti che, proprio nell’ambito della pittura di paesaggio, nacque l’Impressionismo, il cui scopo era quello di restituire la realtà non mediante una trasposizione perfetta della sua immagine nel quadro, bensì tramite una visione, resa con pennellate ampie e rapide, che desse la “prima impressione” (da qui il nome di “Impressionismo”) di ciò che una persona vede, prima che il suo occhio possa soffermarsi a considerare il dettaglio, mettendo a fuoco gli innumerevoli particolari che il mondo esterno gli offre.

Questo fu il primo grande passo verso l’arte contemporanea come la si concepisce oggi, passo irreversibile che, causando da una parte la perdita dei valori più propriamente estetici dell’arte, dall’altra aprì orizzonti nuovi in cui poter approfondire il rapporto soggetto-realtà. Ciò avvenne, nei primi anni del Novecento, sotto numerose declinazioni diverse, corrispondenti a grandi linee con le celebri Avanguardie storiche. Ciò che fecero il cubismo, l’espressionismo, il futurismo e, in ultima istanza, l’astrattismo fu condurre ad estreme conseguenze quel processo, causato dalla fotografia, che già dagli anni ’60 dell’Ottocento portò ad un allontanamento dell’arte dall’imitazione del reale: ora l’oggetto-mondo poteva venire analizzato dal soggetto-artista mediante processi di scomposizione (Picasso e Braque), interiorizzazione (Kirchner e Schiele) o rielaborazione in chiave onirica (Dalì).

Creare opere classiche non aveva quindi più senso: lo stile accademico apparteneva oramai al passato e compito dell’arte divenne quello di comunicare qualcosa che la fotografia non era ancora in grado di fare proprio. E questo fu quello che i grandi artisti di fine Ottocento e inizio Novecento seppero fare, mettendo da parte la classicità e rispondendo adeguatamente alle sollecitazioni che l’introduzione della fotografia aveva provocato.

 

Luca Sperandio

 

[Photo credits Google Immagini]

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