«Essere o non essere?» Teatro, filosofia e nichilismo in Shakespeare

«Shakespeare, incontro di una rosa e di una scure…»: così il filosofo rumeno Emil Cioran descrive l’eccelso poeta inglese in uno dei suoi Sillogismi del­l’ama­rez­za. Poco più avanti, Cioran annota anche: «la Verità? è in Shakespeare; un filosofo non potrebbe appropriarsene senza esplodere insieme col suo sistema». Per un “nichilista” come Cioran, la “Verità” non può che essere il disperato e insensato transitare, da parte delle cose di questo mondo, da quel “nulla assoluto” che precede la loro nascita fino a quel “nulla assoluto” che le attende alla loro morte.

Nel suo affascinante studio Shakespeare filosofo dell’essere (Mimesis, 2011), Franco Ricordi intende mostrare, in qualche modo contraddicendo quanto dice Cioran, che Shakespeare, nelle sue rappresentazioni teatrali, ha sì raggiunto e potentemente espresso quella che per il “nichilismo” del­l’Oc­cidente è la suprema Verità delle cose (ne La tempesta Shakespeare ad esempio scrive: «Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno», cioè dal buio assoluto del nulla), ma proprio perché è stato profondamente filosofo, e non perché ha voltato le spalle alla filosofia, pretendendo illusoriamente di rinchiudersi in una dimensione incontaminata in cui essa non esiste e non fa sentire la propria influenza.

Certo, a volte nelle opere di Shakespeare vengono senza dubbio rivolte delle critiche pungenti alla speculazione filosofica, sicché si può avere l’impressione che il grande drammaturgo abbia “in gran dispitto” tale tipo di sapienza. La celebre battuta di Amleto: «Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», contribuisce a generare questo equivoco, dando l’impressione che Shakespeare, in fondo, sia persuaso che, nel mondo seducente ma pericoloso in cui tutti noi viviamo, nel quale è necessario tenere sempre gli occhi bene aperti, la filosofia rischi di velare e appannare la vista degli uomini più che aumentare nettamente la loro capacità di visione.

Un altro episodio che sembra confermare l’atteggiamento critico di Shakespeare nei confronti di tale forma di sapere si trova in Romeo e Giulietta: a un Frate Lorenzo che cerca di offrire a Romeo il «dolce latte» della filosofia, che, secondo il religioso, avrebbe la straordinaria virtù di consolare e mitigare ogni sventura, quest’ul­ti­mo risponde di voler addirittura impiccare la filosofia, di cui non sa assolutamente che farsene: «Alla forca la filosofia! Se non può darmi Giulietta, […] la filosofia non giova a nulla, non può nulla; non me ne parlare».

Ma, osserva giustamente Ricordi, in queste come in altre occasioni a essere sotto attacco non è la filosofia in quanto tale, ma un certo tipo di filosofia. Ad essere oggetto di critica da parte di Shakespeare non è cioè la filosofia in generale, ma è quella “cattiva” filosofia che, invece di aiutarci a comprendere la vita, si separa da essa, astraendo «dal corpo e dalla contingenza dell’uomo» e diventando un’«astratta costruzione che non ha nulla a che fare con la realtà e con le possibilità concrete – e anche artistiche – dell’espressione umana». E di questo tipo di filosofia non solo Shakespeare, ma chiunque – anche la stessa comunità dei filosofi – ha buone ragioni per disinteressarsi (si può ricordare che anche Gustavo Bontadini, che è stato un pensatore italiano di primo piano nel Novecento, ebbe occasione di dire che «la vita potrà sempre, con fondamento di diritto, ignorare la filosofia, se questa per prima si sarà disinteressata della vita»).

Shakespeare, allora, nonostante le apparenze in senso contrario, dà voce eccome alla filosofia; anzi, la mette in scena, la drammatizza. La filosofia è anche questo per Shakespeare: «“amore per il sapere”, inteso quest’ultimo semplicemente come “mondo”, l’amore per tutte le situazioni che si presentano al mondo, e la possibilità di renderle tutte materia per la scena». La caratteristica principale della “filosofia del dramma” di Shakespeare, per Ricordi, è proprio quella di far «vivere la filosofia come concreta situazione umana, in carne e ossa, pur rappresentando il problema fondamentale del pensiero, la domanda sul senso dell’essere che pervade la storia del­l’Oc­ci­den­te». Una domanda che risuona senz’altro in tutta la sua grandezza nella battuta «Essere o non essere, questo è il dilemma», che apre il famoso monologo di Amleto.

In modo forse inaspettato, Shakespeare, nella lettura che Ricordi ne dà, appare filosoficamente molto vicino alle posizioni di Leopardi. Come il poeta recanatese, anche il sommo drammaturgo inglese, infatti, sarebbe giunto a comprendere che non il Dio trascendente delle religioni, ma il Tempo è il Re del mondo e del­l’uo­mo (Leopardi, è vero, non parla di “Tempo”, ma di “Natura”, ma il concetto è il medesimo: l’As­soluto, il Supremo, non è un Dio nascosto chissà dove al di là del mondo, ma è proprio quel divenire dell’essere che sta sotto gli occhi di tutti). «Il Tempo è il re degli umani, loro creatore e, insieme, loro sepolcro, […] ad essi assegna ciò che vuole lui, e non quello che essi domandano», si legge infatti in Pericle, principe di Tiro.

E se Leopardi, nello Zibaldone, non ha timore di trarre da ciò l’amara verità, e cioè che, poiché tutto ciò che esiste è destinato a consumarsi e a spegnersi, allora «tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione», «tutto è nulla, solido nulla», nemmeno Shakespeare è da meno, e infatti nel­l’at­to IV di Antonio e Cleopatra fa declamare alla regina d’Egit­to, ormai disillusa e pronta al suicidio, esattamente le stesse parole: «ora tutto è nulla». In un altro notissimo dramma, Romeo e Giulietta, lo stesso concetto viene espresso da Romeo: «Oh amore odioso! Oh odio amoroso! Oh tutto fatto di nulla! […] Informe caos di cose leggiadre!». Sempre la stessa idea di base, ma espressa in modo ancora più poderoso, la ritroviamo nel dramma intitolato Il racconto d’inverno, in cui Leonte, re di Sicilia, reso folle dalla gelosia, esclama: «Il mondo e tutto ciò che esso contiene è niente. Niente è il cielo che lo sovrasta; un niente la Boemia, un niente mia moglie. E niente nasce da tutti questi niente, se tutto ciò è niente».

Un altro punto di convergenza tra Shakespeare e Leopardi è l’idea della morte come unico vero rimedio al dolore; uno struggente desiderio di porre fine ai propri giorni fiorisce infatti in quei personaggi che più vengono toccati dalle terribili sofferenze dell’esistenza. Oltre al suicidio delle due celebri coppie di amanti (Antonio e Cleopatra, Romeo e Giulietta), si possono ricordare le parole pronunciate da Riccardo II, che, nel dramma a lui dedicato, si rende “leopardianamente” conto che la sofferenza permea l’esistenza in quanto tale, non solo quella di coloro che hanno il sangue nobile: «Con la mia sola persona recito le parti di molti personaggi», afferma il sovrano, «ma nessuno contento della sua sorte. Talvolta sono re, ma poi i tradimenti mi fanno desiderare di essere un mendicante, e lo divento; poi la miseria opprimente mi convince che stavo meglio quando ero sovrano, e torno ad essere re; […] ma chiunque io sia, né io né alcun altro che sia uomo saremo mai contenti di nulla, finché [con la morte] non troveremo il nostro sollievo nell’essere nulla».

La decisione di Ricordi di rivolgersi proprio a Shakespeare come interlocutore privilegiato non è casuale, né esclusivamente dettata dalla fama planetaria goduta in ogni tempo dal Bardo di Stratford. Secondo Ricordi, gli eventi che hanno avuto origine a partire da quanto accaduto ­l’11 settembre 2001 hanno pienamente confermato che viviamo in un’epoca di “nichilismo spettacolare”, o, in altri termini, in una “guerra d’immagine” che non sembra voler accennare a finire. Risulta allora di estremo interesse tornare a guardare con occhi nuovi l’opera del poeta inglese, che di tale forma “teatrale” ed “esibizionista” di nichilismo avrebbe avuto più di un presagio, in modo da attingere gli elementi necessari per poter decifrare e comprendere appieno la nostra epoca, che Ricordi non esita a definire “shakespeariana”.

 

Gianluca Venturini

 

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Claire Underwood, il femminismo nel cinismo

Un personaggio moralmente disgustoso può essere un simbolo del femminismo? Claire Underwood, protagonista di House of Cards, una delle migliori serie tv degli ultimi anni, è una fredda e cinica manipolatrice. In accordo con il marito, ma talvolta anche contro di lui, Claire non si ferma di fronte a nulla pur di perseguire i propri interessi e accumulare potere, nemmeno di fronte alla madre malata di cancro.

Molti l’hanno paragonata a Lady Macbeth, eppure Claire è una donna molto più indipendente.  Il personaggio di Shakespeare è prima di tutto una moglie. Il nome con cui è passata alla storia non è il suo ma quello del marito. E per quanto perfidamente geniale, Lady Macbeth è solo una consigliera, mai un’esecutrice diretta. I suoi piani servono a sostenere e rafforzare il marito, ma nel corso della tragedia non emerge mai un suo progetto, che si possa sovrapporre o scontrare con quello del marito. Al contrario Claire ha una forte volontà autonoma; se aiuta il marito è perché crede di poter raggiungere più rapidamente i suoi obiettivi restando al suo fianco. Infatti non esita ad abbandonarlo quando inizia a percepirlo come un ostacolo, e gli torna accanto solo dopo aver ricevuto la promessa di diventare Vice Presidente.

Inoltre Lady Macbeth è una madre mancata. Per garantire il successo dell’omicidio del re Duncan ella prega così:

«venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso […]
Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, o voi ministri dell’assassinio!
»1

Come in un patto con il diavolo, in cambio della riuscita del suo piano Lady Macbeth rinuncia alla possibilità di avere figli, all’aspetto più importante della sua femminilità. E proprio questo, secondo Freud, che la porta ad impazzire, infrangendo una determinazione «che sembrava tratta dal più duro metallo»2. Si può «facilmente capire la malattia della donna, la trasformazione della crudeltà in rimorso, come reazione all’impossibilità di avere figli»3. Ella si rende conto che il prezzo pagato è stato troppo alto, che il potere non ha senso poiché in cambio ha rinunciato alla sua essenza di donna, al compito più prezioso che aveva come essere umano.

Claire Underwood ha un rapporto ben diverso con la maternità. Ha avuto 3 aborti, due quando era troppo giovane per crescere un bambino, uno durante la campagna elettorale del marito Frank, quando i due non avevano né il tempo né la disponibilità emotiva per avere un figlio. Al contrario di Lady Macbeth, schiacciata dal rimorso, Claire non accetta che qualcuno la faccia vergognare o sentire in colpa per le sue decisioni.  Quando una collega le chiede con malizia “Ma non hai dei rimpianti a non aver avuto figli?”, lei gelida risponde “E tu non rimpiangi mai di averne avuti?”. La maternità non è la cosa più preziosa che una donna possa avere, rinunciarci non la priva delle sue potenzialità o della sua umanità, si possono scegliere altri modi per realizzarsi.

Tracie Egan Morrisey probabilmente esagera quando definisce su jezebel il personaggio interpretato da Robin Wright Penn «un’antieroina e guerriera femminista»4. Claire lotta per i suoi obiettivi, non certo per i diritti di tutte le donne nella società. Eppure così facendo offre senza dubbio un modello femminile fortemente indipendente. Claire persegue con determinazione i suoi (pur discutibili) obiettivi,  non si sottomette di fronte a nessuno, rifiuta le norme sociali sul ruolo della donna che la vincolerebbero ad una posizione secondaria. Anche come first lady Claire non si accontenta di essere solo una comparsa sorridente, ma interviene direttamente nella vita politica; come quando denuncia l’oppressione degli omosessuali in Russia, malgrado il marito le abbia detto di tacere per evitare problemi diplomatici.

Se la descrizione di Claire vi ha ricordato Hillary Clinton, non siete i soli. Anche Michael Dobbs, creatore dei libri da cui è stato tratto House fo Cards, ritiene che la Clinton sia il personaggio politico che oggi più si avvicina a Claire Underwood. «She is a political figure in her own right – behind the scenes, but now increasingly in front of the scenes»5. Dobbs, assistente di Margaret Tatcher negli anni Ottanta, se ne intende di donne forti al potere.

Può darsi che queste signore non ci piacciano, che riteniamo eccessivi i compromessi a cui sono scese per ottenere la loro attuale posizione. Eppure è forse inevitabile che per creare una figura femminile che prima non esisteva si debba avere una determinazione che può sfociare nel freddo cinismo.

Per quanto Claire Underwood non sia certo un modello da imitare per le donne di oggi, con la sua ricerca di indipendenza tesa fino all’estremo, fino a sfilacciarsi e diventare solitudine nell’egoismo, apre una strada. Che forse le donne del futuro potranno percorrere senza bisogno di vendere l’anima al diavolo.

Lorenzo Gineprini

Lorenzo Gineprini: nato nel 1994 a Torino, dove studia Filosofia. Redattore del Brockford Post, collabora anche con altre riviste. Appassionato della Germania e della filosofia tedesca, che ama far dialogare con fenomeni pop contemporanei: dal cinema alla moda, dalla musica alle serie tv.

NOTE:
1. William Shakespeare, Macbeth, Sansoni, Firenze, 1950
2. Sigmund Freud, Saggi sull’arte, la letteratura, il linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2015
3. Idem
4. http://jezebel.com/house-of-cards-claire-underwood-is-a-feminist-warrior-1524425272
5. https://www.buzzfeed.com/jimwaterson/you-might-think-that-but-we-couldnt-possibly-comment?utm_term=.mjWL4Z2nb#.ttrBX3GE9

[Immagine tratta da Google Immagini]